Tre millantatori all’Opera – Lezioni di canto (Parte seconda)

Un celebre tenore paragonava la sua voce ad una bella moglie inseparabile, capricciosa, elegante, profumata. E fascinosa.

Mantovani, a differenza di questo cantante, avrebbe potuto dire d’aver sposato una casalinga, instancabile, impagabile cuoca ed ottima economa, per la quale avrebbe detto, come espressione d’affetto:

«È la madre dei miei figli». Un’arzdåura emiliana.

La voce di Mantovani non si distingueva, quindi, per un timbro attraente. Il tenore, però, sulla sua voce, poteva ancora sempre contare pur avendo lasciato da poco l’età di mezzo. Apriva la bocca e si presentava pronta, energica, solida come una roccia, piena, come vent’anni prima. D’altra parte, la voce appariva integra anche perché Mantovani s’era mai ammazzato, come tanti suoi colleghi, per calcare il palcoscenico dei teatri essendo un benestante con poche ambizioni, né i ruoli, per lo più da comprimario, degli ultimi tempi potevano usurargli la voce.

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Tre millantatori all’Opera – Transizioni

«Tutto è politica».

Pure io così dicevo per mettermi in riga con i tempi ed anche per compiacere certi professori.

Verso il 1972 mi iscrissi al PCI, perseguendo una blanda attività politica. Blanda perché passiva. Passiva perché il Centralismo Democratico era ancora in pieno vigore. Vigore che si dimenticava dei giovani. Giovani che non avevano idee allineate.

Io non pensavo da allineato, cioè pensavo da non allineato, sentendomi spesso più vicino al Movimento Studentesco e agli Indiani Metropolitani che non al PCI.

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