Il fattore K questo sconosciuto (Parte prima)

Dare tempo al tempo: un grande proverbio. Significa che occorre sapere attendere, poco o tanto. Attendere perché le cose si sistemino, perché prendano la strada giusta. Oppure affinché si possa capire appieno il senso di quello che abbiamo innanzi, magari per trovare conferme di certe congetture.

Dopo svariati anni – nelle ultime settimane – ho capito che il Partito Democratico non è mai stato un vero partito ma poco più che un accordo elettorale per vincere Berlusconi. O meglio, questa idea mi era balenata più volte senza diventare un pensiero certo. Tramontato, come tutti speriamo, l’astro dell’ex Cavaliere, il PD sta sfaldandosi dapprima lentamente poi, nelle ultime settimane, con una netta impennata.

E’ in agguato il ritorno di una vecchia geografia politica, ben conosciuta durante la cosiddetta Prima Repubblica, con una sinistra divisa in almeno tre, quattro partiti di peso differente e caratterizzate da un caleidoscopio di sfumature ideologiche. Su questa carta geografica, il PCI, il Partito Comunista Italiano, occupava lo spazio maggiore, nell’ambito della sinistra, poi seguiva il PSI, il Partito Socialista Italiano, il PSDI, il Partito Social Democratico Italiano. Si aggiungeva, nell’arco parlamentare, un’area massimalista, si diceva di estrema sinistra, rappresentata, a seconda delle legislature, dal Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP), dal Partito di Unità Proletaria (PdUP), da Democrazia Proletaria (DP), fino alla Rifondazione Comunista (RC).

Io iniziai a interessarmi alla politica durante il terzo anno di Liceo, anno scolastico 1972-1973. Mi iscrissi alla FGCI, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani, ma non ero un integralista forse perché avevo un fondo snob che mi salvava. Il Centralismo Democratico non mi andava giù, e capitava che mi trovassi d’accordo con Lotta Continua.

Alla fine degli anni ’70, il giornalista Alberto Ronchey attribuì al Fattore K lo stantio della politica italiana, l’incapacità di rinnovarsi.

K sta per Kommunizm.

Il problema italiano era, quindi, costituito dal PCI.

Con il Fattore K, Ronchey spiegava la mancanza di reali avvicendamenti politici con la conseguenza che si potevano avere solamente governi a prevalenza democristiana. L’Italia, in quegli anni, aveva una strana anomalia rispetto agli altri paesi: circolavano troppi comunisti. I comunisti costituivano, infatti, il secondo partito, più dei socialisti e dei socialdemocratici messi insieme. Il PCI, troppo vicino all’Unione Sovietica ancora in pieno vigore, non avrebbe mai potuto partecipare ad alcun governo del Paese. Il Fattore K, maledizione o nemesi?

Il Fattore K incominciò a diventare una questione seria allorché la Democrazia Cristiana perse la sua forza elettorale e il Partito Comunista guadagnò terreno. Che fare? Si progettarono nuove geometrie, le convergenze parallele, e nuove convivenze, il compromesso storico. Ed anche la «non sfiducia».

Gli apparatchiki della Botteghe Oscure probabilmente pensarono che tutti i vecchi compagni da Festa dell’Unità esultassero in coro, uniti e compatti come in un congresso del PCUS, per la frantumazione degli ideali di una vita. E, probabilmente, pensarono che le vecchie sezioni del PCI si trovassero, davanti ai loro zerbini, lunghe code di giovani, i figli del ’77, per richiedere la tessera.

(Continua)

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