Tre millantatori all’Opera – Lezioni di canto (Parte seconda)

Un celebre tenore paragonava la sua voce ad una bella moglie inseparabile, capricciosa, elegante, profumata. E fascinosa.

Mantovani, a differenza di questo cantante, avrebbe potuto dire d’aver sposato una casalinga, instancabile, impagabile cuoca ed ottima economa, per la quale avrebbe detto, come espressione d’affetto:

«È la madre dei miei figli». Un’arzdåura emiliana.

La voce di Mantovani non si distingueva, quindi, per un timbro attraente. Il tenore, però, sulla sua voce, poteva ancora sempre contare pur avendo lasciato da poco l’età di mezzo. Apriva la bocca e si presentava pronta, energica, solida come una roccia, piena, come vent’anni prima. D’altra parte, la voce appariva integra anche perché Mantovani s’era mai ammazzato, come tanti suoi colleghi, per calcare il palcoscenico dei teatri essendo un benestante con poche ambizioni, né i ruoli, per lo più da comprimario, degli ultimi tempi potevano usurargli la voce.

Eppure, ancora giovane, il tenore modenese fece uno straccio di carriera cantando le prime parti in tanti teatri – perfino olandesi – come testimoniavano le fotografie, modestamente incorniciate ed autografate, poste sul pianoforte tra le sue bamboline. Lo ritraevano vestito con bei costumi di scena come Conte d’Almaviva, Ernesto, Fritz, Turiddu. Solo una fotografia, forse la più amata, aveva una cornice d’argento finemente lavorata, dono di chissà chi, che lo ritraeva alla fine degli anni ’50 con Donna Fernanda a braccetto, dopo un concerto. Entrambi erano in gran spolvero, lui vestiva il frac, lei in un luccicante abito da sera, avvolta da una stola di visone. Entrambi erano ancora senza parrucca.

Quei bei momenti giovanili di gloria facevano raramente capolino nei racconti autobiografici di Mantovani e, soprattutto, parevano lontani, sbiaditi, rispetto a quelli assai vividi della Turandot pucciniana, a cui partecipò, andata in scena all’Arena di Verona durante l’estate appena trascorsa.

Mantovani attraverso un agente teatrale scalcinato – un trafficone nel Secondo Dopoguerra rivendugliolo della ‘Stracci America’ – ebbe una scrittura come doppio, durante le prove, per la parte dell’Imperatore Altoum nella Turandot pucciniana. Non essendo titolare di alcuna recita, avrebbe cantato solo in caso di necessità.

Al pomeriggio della prima, Mantovani giunse in Piazza Bra con cospicuo anticipo, com’era sua consuetudine. Era bardato per le grandi occasioni poiché, dopo la prima, sarebbe andato a far baldoria con tutta la compagnia.

Sembrava una riuscita simbiosi tra un magnaccia e un padrino di Cosa nostra. Mocassini senza calze, pantaloni di lino bianchi, camicia di seta blu a pois bianchi grandi come caramelle, aperta fino a metà del petto. Spiccava una spessa catena d’oro al collo da cui penzolava un crocifisso da ferula papale. Portava un borsello in pelle a tracolla, da tempo fuori moda, occhiali da sole con una montatura spessa due dita di Yves Saint Laurent.

Arrivato ai cancelli dell’Arena, Mantovani strabuzzò gli occhi puntuti davanti ad una fluviale locandina areniana della Turandot. Vide, proprio per quella serata, il suo nome accanto al ruolo dell’Imperatore Altoum scritto su delle bianche pecette incollate.

«Sbiancai come una federa lavata con la varechina», commentava il sostituto seduto al pianoforte.

Al tenore titolare del ruolo, una vecchia conoscenza areniana, era piombato tra capo e collo un acciacco non sanabile prima dello spettacolo. Mantovani avrebbe dovuto cantare al suo posto di fronte ad una fiumana di gente. Ben ventimila spettatori, per giunta con la complicazione della diretta televisiva in Eurovisione.

Controllò i cartelloni accanto ad ogni entrata dell’Arena. Tutte corrette.  Avrebbe dovuto cantare.

Il gelato gli si stava squagliando tra le dita. Lo cacciò con stizza nella spazzatura. Non trangugiava cose fredde da giorni prima della recita: sentiva che gli nuocevano alla voce.

Sacramentando contro il cielo, mordendosi la mano, entrò in un bar per bere un bel tè caldo. Voleva ben riscaldarsi l’ugola.

Sperò nel tempo, invocò non un temporale serale tra capo e collo ma una perfida pioggerella. I temporali durano poco. Sfuriate atmosferiche che, una volta quietate, permettono di condurre a termine lo spettacolo anche all’alba del giorno successivo. All’Arena si sospendono le recite solamente se la pioggia è continua ma non per preservare il pubblico da raffreddori e polmoniti – il teatro vuole evitare il rimborso dei biglietti – ma perché gli strumenti ad arco non possono ricevere alcuna goccia d’acqua, nemmeno se fosse una benedizione del Papa. Scende dal cielo una piccola gocciolina e gli orchestrali se la danno a gambe.

Mantovani osservò il cielo a destra e a sinistra. Nessuna nuvola, nemmeno un alito di vento, trentadue gradi alle quattro del pomeriggio. Alta pressione e afa per le prossime due settimane. Così gli disse la stracotonata e straossigenata cassiera del bar.

«Ragazû, che patèta d’animo ch’ai avêva! Un patèta ma un patèta… Feci giusto giusto in tempo a correre fino ai cessi dei camerini…che dolori, ma che dolori! E poi…veniva giù come versare acqua da una bottiglia!»

Il sostituto del direttore d’orchestra, il vice regista e il direttore di scena attendevano Mantovani mentre scaricava nella latrina le sue intime ansie. L’ultimo dei tre gli comunicò che avrebbe dovuto fare delle prove supplementari prima dello spettacolo, sia musicali che di regia.

«Coiózz…quanti accidenti ci ho mandato. Doveva stare male davvero perché quello lá canterebbe anche al suo funerale! Ma doveva ammalarsi proprio quella sera lì?»

Il tenore modenese aveva una parte indubbiamente ingrata e non breve. Di vera responsabilità.

Le didascalie di Adami e Simoni fanno capire il motivo dello stato d’agitazione in cui si trovò il povero Mantovani:

Sulla sommità della scala, seduto sull’ampio trono d’avorio, si vede l’Imperatore Altoum. È vecchissimo, tutto bianco, venerabile. Pare un dio che apparisca di tra le nuvole’.

Stipato il palcoscenico di comparse e coristi improvvisamente fermi e azzittiti, secondo le consuetudini dell’Arena di Verona cessati, i clangori orchestrali, Altoum nel silenzio generale intona tre salmodie orientali. Tutti lo ascoltano. L’imperatore tenta invano di convincere Calaf, accecato d’amore, un fiabesco coup de foudre, a cambiare aria e non tentare di risolvere gli enigmi della bellissima per Turandot, la principessa di gelo e di morte.

Calaf, quindi, se tutto va bene vince un matrimonio con un’imperiale psicopatica, una stronzetta sanguinaria. Se questo non fosse, avverte un Mandarino leggendo le regole degli indovinelli regali, perde la testa non metaforicamente sotto l’ascia del boia.

E il tenore:

«Provate a cantare senz’alcun strumento sotto, con i coristi in silenzio, tutti in attesa di un errore, di un catarro. E guardano, si sgomitano e ti criticano. E sperano che qualcosa vadi. Godono se agli altri va’ male… Tutte lingue di merda!»

Per farsi compatire, Mantovani finiva il suo numero da grande guitto con ancor più calore:

«Provate voi a cantare alle nove di sera, con i finimenti indosso, davanti a ventimila persone che neanche riesci a distinguere per i fari puntati».

E spalancando gli occhi azzurri con la bocca aperta come un pesce fuor d’acqua apriva lentamente le braccia. Rappresentava il suo disorientamento, il suo stupore di fronte all’immenso.

«Sentivo il sudore dalla nuca e dalla fronte arrivare fino ai calzini».

Durante le lezioni, periodicamente ripeteva tutta questa tiritera. Quante volte l’ho udita!

Mantovani giustificava in modo assai contorto il fatto che in quegli anni cantava poco al Teatro Comunale: c’era un complotto politico contro di lui. Qualcuno di sinistra, qualche ‘compagno’, lo ostacolava presso la direzione artistica del Teatro, peraltro luogo dove i ‘papaveri’ con la tessera del PCI in tasca, asseriva Mantovani, crescevano folti e numerosi.

Un giorno si sbilanciò facendo nome e cognome del ‘compagno’ che gli faceva guerra. Questi era il tenore Pericle Livraghi. I ‘papaveri’ del Comunale assegnavano al suo rivale le parti più grosse, e più remunerate, perché questo aveva perfino le mutande tinte di rosso. Livraghi, poi, secondo Mantovani, cercava di fargli le scarpe perfino al Circolo Lirico.

«Ė un comunista invidioso. Figuret… ha cercato di accaparrarsi Rufo a lezione. Si sarà innamorato della voce e poi se ci metti che è anche un bel ragazzo…»

«Ah sì? Perché Livraghi ha tentato con Rufo?…», feci io ridendo.

Non gli chiesi tanto di più perché già conoscevo il resto sul conto di Pericle Livraghi, essendomi stato raccontato dalla signora Azzaroni durante le soste nel negozio della Salizzoni, nel sottopassaggio.

«Al Circolo Lirico ha fermato Rufo. Gli ha chiesto se avesse voluto fare un’audizione con lui. Per il resto due più due fa quattro», e qui terminò il ragionamento secondo una logica elementare con un’ espressione allusiva .

«Rufo, però, non ha mai fatto alcuna audizione…», osservai.

«No, certamente!» rispose Mantovani con vigore, quasi per sottolineare che Rufo ritenesse i suoi insegnamenti migliori e irrinunciabili rispetto quelli del rivale. Insomma Rufo, secondo Mantovani, non lo avrebbe mai ‘tradito’.

E continuò amareggiato:

«Vuole accaparrarsi tutto, le parti migliori, i concerti ed anche gli allievi! E insegna pure male. Al Circolo Lirico dicono che rovini le voci. La gente a metà delle sue lezioni rimane rauca».

Una volta assistetti ad un incontro fortuito tra Mantovani e Livraghi al Circolo Lirico Bolognese.

Anziché guardarsi in cagnesco l’uno andrò incontro all’altro e si abbracciarono.

Scherzarono perfino come se avessero mangiato insieme pasta e fagioli fin da quand’erano piccoli. Con complicità di vecchi amici che hanno in comune tante malefatte. Chi ci capiva qualcosa?

E poi Pericle Livraghi non era nemmeno comunista.

Iniziai così a prendere le mie lezioni di canto due volte a settimana.

Floriano Mantovani non sapeva cosa fossero i trattati e metodi di canto. Da lui mai alcun ragionamento d’aria fritta. Nessuna astruseria da taumaturgo della voce lirica.

Alcuni di questi mettevano un foglio di carta in mano:

«Ora rifai la nota…Senti? Bene! Senti come migliora il suono? Devi cantare sempre con un foglio in mano». Già. Peccato non averci pensato prima!

Altri taumaturgi dicevano:

«Prendi in mano quest’ombrello. A mano a mano che sali verso gli acuti devi aprirlo. Devi seguire con la voce l’apertura dell’ombrello». Gli inglesi dovrebbero essere i migliori cantanti lirici essendo grandi utilizzatori di ombrelli.

Ancora altri, con mano più pesante, legavano il poveretto ad una sedia di legno con una corda all’altezza del diaframma e in tal maniera dovevano cantare. Oppure facevano distendere il malcapitato sul pavimento appoggiando sull’addome un pannello di legno in trucioli. E il maestro vi saliva sopra:

«Avanti sollevami, spingiii, spingiii!».

Un metodo ispirato dal Divin Marchese?

Infine c’erano maestri che prescrivevano perfino dettagliate regole di igiene alimentare da seguire con precisione…

Mantovani non faceva nulla di tutto questo. Tramandava il canto per diretta imitazione del buon esempio.

Quando la respirazione non fosse stata corretta diceva in maniera efficace:

«Spingi in basso…caga!»

Poi prendeva la mano e se l’appoggiava sullo stomaco per fare sentire il lavorio dei muscoli addominali:

«Senti qua. Fai come me. Senti la direzione della spinta?».

Capitava frequentemente che il suono non mi uscisse bene. Mantovani faceva il vocalizzo. Avrei ‘solamente’ dovuto imitarlo!

Con il passare delle lezioni, la mia voce non migliorava. Non riuscivo a ‘fare il giro’ del suono sul passaggio tra il registro centrale e gli acuti.

«Se non ‘giri’ sul fa diesis…ti saluto Teresa!»

A questo punto Mantovani ripeteva il suono fatto alla mia maniera, cioè sbagliato. Anche gli occhi mimavano l’errore, spalancati con lo sguardo di un piccione:

«Se tu fasti sempre il passaggio così rischi che la voce si spacchi in poco tempo»

E rifaceva il vocalizzo:

«Miò-o-o-ooooo. Su, avanti, raccogli come faccio io…».

Passò quasi un mese. Inutilmente.

Non usciva nulla di buono.

Un giorno in cui non riuscivo a cavare un ragno dal buco, mi disse:

«Canta volgendomi le spalle e segui quanto ti dico. Riprendiamo dall’inizio». E suonò un accordo.

«È più basso rispetto al solito», feci io.

«Sì. Voglio fare una prova», mi rispose.

«Non farmi delle domande. Ti spiegherò dopo». Aveva un piano in testa.

Riprendemmo i vocalizzi:

«Miò-o-o-ooooo… Miò-o-o-ooooo… Miò-o-o-ooooo…»

Ad un certo punto dell’ esercizio, Mantovani m’era sempre di spalle mi disse una cosa nuova:

«Da ora abbottona il suono. Così…Miùuuuu-o-o-ooooo, e rimani nella linea. Canta una ‘u’ ma pensa alla ‘o’.  Miùuuuu-o-o-ooooo… Miù-o-o-ooooo. Dolcemente, come fasti una frase di romanza».

E ripetei salendo a note più acute.

«Come ti senti?», mi domandò.

«Bene! A lei sembra giusto? Ma…»

«Ssssst… non farmi domande! Così è molto meglio. Continuiamo. D’ora in poi non cambiare nulla…devi fare la ‘cupola’ e spingere verso il basso. Caga», fece Mantovani allargando e curvando la mano destra sopra il capo.

«Molto meglio. Voglio sapere un’altra cosa.  Hai fatto fatica?», mi chiese il maestro.

«No, nessuna fatica», risposi.

E lui:

«Chi t’ha detto di cantare da tenore?»

«Boh…Nessuno. L’ho deciso io…Perchè mi piace fare il tenore», intuendo quel che stava frullando nella testa a Mantovani, sotto il parrucchino.

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