Ogni giudizio deve essere ragionato altrimenti perde d’autorevolezza e, qualora evidenzi incoerenze o paia, eufemisticamente, aleatorio, può essere sindacabile. L’obiettività è irraggiungibile ma, comunque, è una meta verso cui tendere e piccoli accorgimenti potrebbero aiutare in questo, come una griglia analitica di valutazione comune a tutta la giuria, resa nota ai concorrenti perché sappiano come verranno giudicati, per aiutare il giurato nella formulazione, in sintesi, del voto, e anche per evitare, nel caso di specie, le inevitabili fluttuazioni dovute alla criticabile, e limitante, scelta delle sette differenti giurie previste per questa gara canora. Non solo queste sembra mancare, ma l’invito del presentatore e giurato del Concorso lirico Voci in Barcaccia a utilizzare un blocco di carta per prendere, banalmente, appunti sulle prestazioni dei cantanti, sembra essere disatteso dal resto della giuria, preferendo un giudizio sintetico dove è sembrato troppo decisivo il gusto personale, anche da parte di quei giurati tecnici che, dopo avere evidenziato alcune criticità o, viceversa, buone qualità, hanno espresso un voto disallineato, non coerente quanto espresso qualche istante prima; intonazione imperfetta, acuti difficoltosi, imprecisioni esecutive repertorio inadeguato sono elementi capitali che non possono cedere il posto al ruffianamento espressivo del cantante o al gusto personale del giudice, né può, viceversa, che dopo un’ elencazione di belle qualità, il voto non sia adeguato a esse. E in questa serata i giudici hanno fatto un poco tutto questo e, in particolare uno di essi ha mitragliato discutibili amenità con orgoglio; due esempi fra le tante amenità:«…mi è piaciuto più il cosiddetto modo di ricamare, magari, il dettaglio, il microdettaglio, rispetto a quelle che sentivo un po’ come delle piccole forzature soprattutto negli acuti…però c’è molta qualità, molta spontaneità…»; ancora: «avrei messo un otto e cinquanta…sarei tentato di portarlo a un nove perché comunque mi piace Ponchielli, e quindi lo faccio volentieri» e nove fu; e infine: «so tutti gli sforzi che fate per questa selezione, e ci offrite sempre un bouquet, insomma, di cantanti importanti…non entro nel dettaglio di tecnicismi ma mi godo la serata, faccio come quello che esce di casa, ascolta e dice ‘mi piace, sì mi piace’; poi ci sono delle cose che sicuramente si possono migliorare però…fare ascoltare dei pezzi un po’ sorprendenti è un merito». E poi a questi si sono aggiunti i voti, compensativi o riparatori, del mutaforma presentatore-giurato, ora anche ideologo del melo-n-dramma. Per il prossimo anno consiglierei di chiedere in prestito a Milly Carlucci la giuria di Ballando con le Stelle, capitanata da Guillermo Mariotto: saprebbero fare senz’altro meglio.
Dopo due immeritate promozioni alla seratissima finale di un basso-baritono (non amo le voci ibride e ancora meno questo modo di indicarle) e di un baritono, finalmente un soprano si è aggiudicato il primo posto della serata del 18 marzo: la voce, cantando l’ Aria dei gioielli dal Faust di Gounod, è apparsa di timbro piacevole, emessa correttamente, però le piccole agilità previste sono risultate un poco imprecise e anche l’intonazione sporadicamente è stata approssimativa. Sulla base di una valutazione vocale complessiva e tenendo conto delle soddisfacenti capacità di interprete, concordo con la promozione alla finalissima.
Due soprani leggeri, cantando Il mio ben sospiro e chiamo da La scala di seta e Non si dà follia maggiore da Il Turco in Italia di Gioachino Rossini, hanno presentato voci di non particolare interesse timbrico non correttamente appoggiate e qualche asperità negli acuti. Il soprano che ha cantato Suicidio! da La Gioconda di Ponchielli ha fatto un passo più lungo della gamba, con squilibrio tra i registri e non risolvendo in maniera soddisfacente i passaggi più difficoltosi dell’aria.
Consiglierei al tenore che ha cantato Un dì all’azzurro spazio dall’Andrea Chenier di Umberto Giordano di rivedere il proprio assetto vocale e la preparazione musicale perché una simile esecuzione è accettabile solo in un bar, alticcio dopo una generosa bevuta di birra. Di origine bosniaca, la insoddisfacente dizione italiana era resa risibile dall’utilizzo, in principio di ogni frase musicale, da delle ‘h’ aspirate in modalità calabrese. Il baritono che ha cantato in maniera spigliata Ho un gran peso sulla testa da L’Italiana in Algeri di Rossini ma è, in realtà, l’ennesimo tenore senza acuti.
