Non vedere alcuni volti tra il pubblico dell’Auditorium Manzoni mi rallegra: penso a una facoltosa signora decisamente ultraottantenne con preziosi abiti della sua sterminata collezione indosso – robe dorate, sbriluccicanti, leopardate, anche minigonne vertiginose, maquillage impossibile – la cui presenza, più che per ascoltare musica, pare fondata sulla necessità di esibirsi e di scattare selfies, da pubblicare su Instagram, in coppia con gli artisti – direttori, cantanti, solisti strumentali e orchestrali – o con vari notabili presenti (vedendola, però, mi dico che questa carnevalata è assai meglio di una RSA); penso ad azzimati avvocati, notai, commercialisti, medici, professori universitari, professionisti, rappresentanti di istituzioni, ai radical chic o agli ex radical chic; penso ai frequentatori compulsivi di teatri, agli inseguitori di questo o quell’artista e lo magnificano pensando che io condivida il loro entusiasmo. Di tutti questi, durante i concerti Gioia non ne vedo: vedo la gente, quelli che non entrano nei cicli ordinari di spettacoli-avvenimento vuoi per il costo del biglietto, vuoi perché la musica classica pare difficile o lontana dall’attuale sentire, vuoi perché le sale da concerto di fatto istituzioni museali, paiono frequentate dai sopraelencati soggetti.
Il secondo concerto Gioia del 25 gennaio è stato introdotto da Martino Ruggero Dondi in maniera non aneddotica, cioè non parlando di Beethoven e delle circostanze intorno alla Seconda Sinfonia, continuando il capitolo aperto precedentemente sulla costruzione della forma-sonata e anche del rondò, anche con efficaci esempi allo Steinway. Tutto mi ricorda piacevolmente le chiacchierate televisive di Roman Vlad al pianoforte.
Il concerto aveva in programma le seguenti composizioni:
Concerto in mi minore per violoncello e orchestra di Antonio Vivaldi,
Prayer per violoncello e orchestra di Ernest Bloch,
Sinfonia n. 2 in re maggiore, op. 36 di Ludwig van Beethoven,
interpretate dal violoncellista Francesco Maria Parazzoli e dal direttore d’orchesta Rotem Nir a capo, ovviamente, dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna.
Il primo dei motivi di interesse per questo ciclo Gioia è che esso impiega alcune prime parti dell’orchestra come solista; nel caso particolare di Parazzoli ciò è meritatamente avvenuto altre volte poiché il suo suono è assai bello, ampio, sempre in rimo piano rispetto all’orchestra; inoltre è interprete ispirato, partecipe ed esegue a memoria, cosa a mio avviso fondamentale per essere concentrati nell’anima della musica.
Il secondo motivo di interesse è che tutti direttori d’orchestra sono per me nomi nuovi, sia per motivi anagrafici sia perché la loro fama, senza togliere alcunché al loro talento artistico, non si è ancora, di fatto, diffusa.
Con Rotem Nir ci si trova innanzi a un direttore nato nel 1998 e soprattutto, contemporaneamente, di grandissimo talento. Non lascia indifferenti la fisicità con cui conduce l’orchestra; diciamo che ricorda un Leonard Bernstein e un giovane Sergiu Celibidache insieme, ma moltiplicati per un fattore cinque: salta, balla, mima, ancheggia, si inginocchia, ma non invano, arrivando a ottenere indiscutibili bei risultati sia per chiarezza formale che per nitore esecutivo. Una direzione energica dal sentore toscaniniano, senza eccessive mollezze paraschubertiane, come viceversa diversi interpreti impongono alle composizioni di Beethoven. Spero di potere riascoltare Rotem Nir a breve.
Insomma una mattinata domenicale in musica assai soddisfacente.

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