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Dieci minuti per Beatrice Venezi

Tanto sono durati gli applausi, secondo la cronaca giornalistica, tributati al termine della prima della Carmen di Georges Bizet diretta da Beatrice Venezi al Teatro di Pisa. Il Secolo d’Italia, storicamente quotidiano romano palesemente di destra e quindi benevolo nei confronti di Beatrice Venezi, riporta che gli applausi sono diminuiti a otto minuti dopo la seconda recita. Trattandosi la Carmen non solo una delle opere più rappresentate ma anche uno dei maggiori capolavori del teatro in musica dai tempi della Dafne di Jacopo Peri e Ottavio Rinuccini, con alcune delle romanze più celebri, con il più strepitoso dei finali, opera che segnò l’allontanamento di Friedrich Nietzsche da Richard Wagner, e, nel caso di specie, cioè la Carmen pisana, rappresentata di fronte a un pubblico perlopiù amico nei confronti della controversa direttrice d’orchestra lucchese, mi sembra un successo normale, dovuto almeno quale tributo al genio del compositore francese, visto che la Carmen corre velocissima e sicura con proprie gambe; un successo anche un poco sottotono vista l’aspettativa che si era creata intorno a queste due rappresentazioni: in otto-dieci minuti si cuoce un uovo, si riordina un cassetto, è la durata per cuocere i maccheroni, è la migliore durata per arrivare al piacere in un rapporto sessuale completo… Certamente un successo, ma nella media in presenza di un pubblico normale, cioè senza una prevalenza di sostenitori o di claque. Mi spiace di non avere potuto vedere la Carmen diretta dalla Venezi. È evidente che solo chi è presente può parlare, anche se capitano recensioni senza che il critico sia stato presente, che so, per sciopero ferroviario, colica, influenza, impegni sentimentali interessanti.

Certo è che questa doveva essere la Carmen della riscossa come in un film americano e tutto in effetti è avvenuto secondo i copioni delle storie americane, anche per quanto riguarda le prevedibili recensioni, così prevedibili che potevano essere scritte prima dello spettacolo. E comunque, poiché non c’ero, non posso dubitare quanto riportano le recensioni. E me ne rallegro: a tutti piace Cenerentola.

Beatrice Venezi non mi è antipatica per le sue idee politiche, che sono opposte alle mie, ma piuttosto per come vuole apparire: non mi piace il suo sorriso perché lo percepisco come un insincero ghigno d’occasione; non gradisco l’atteggiamento altezzoso da parvenu in posa di quando, in certe trasmissioni di divulgazione musicale, esprime semplici banalità; non mi piacciono i suoi ingombranti abiti da sera, spesso assai più vistosi di quelli dei soprani (figuriamoci!), certamente non adeguati per dirigere le orchestre, est modus in rebus, ma piuttosto per partecipare a cene e ricevimenti dopo gli spettacoli. Il Marchese del Grillo diceva «Io so io e voi non siete un c…»

Ho trovato totalmente fuori luogo alcune parole dette dalla direttrice lucchese prima della Carmen con riferimento alle spille gialle con su una chiave di violino il cui ricciolo interno termina con un cuore, quindi amore per la musica, distribuite all’ingresso del Teatro La Fenice, simbolo della protesta delle professoresse e dei professori d’orchestra contro la nomina della Venezi quale direttore musicale di questo teatro: «avrebbero potuto farle più stilizzate, magari con uno Swarovski», ha detto la Venezi. Scemenze, rimasticate dalla decollata Maria Antonietta detta l’Austriaca o Madame Deficit, che adombrano l’arroganza di chi è imposto dal Palazzo. Il silenzio fino a quel momento praticato dalla Venezi era stato assai più dignitoso e saggio. Per un curioso caso di quasi omonimia, Hans Swarowski, nulla aveva da condividere con la rinomata casa produttrice di vetri e gioielli, fu un grande direttore ungherese e grande didatta della direzione che ebbe allievi del calibro di Zubin Mehta e Claudio Abbado. E, tanto per porgere l’altra guancia, Beatrice Venezi ha diretto la Carmen indossando una vistosa spilla a forma di chiave di violino composta da pietre sbriluccicanti, forse Swarovski. Ma sappia la bionda musicista che, quasi due secoli fa, il celebre Louis-Antoine Jullien (1812-1860), pioniere francese della moderna direzione d’orchestra faceva, assai di meglio: abbigliato da dandy, dirigeva seduto su un seggio lussuoso come un trono, rivolto verso il pubblico, con una bacchetta tempestata di pietre preziose. All’occorrenza Jullien indossava dei guanti bianchi che gli venivano serviti su un vassoio d’argento da un valletto in livrea; talora, al termine di un brano intenso come il secondo tempo della sinfonia Eroica di Beethoven, si accasciava sgomento sul regale sedile portando la testa tra le mani. E il pubblico andava in visibilio.

Da diverse recensioni delle due serate di Carmen non pare che l’interpretazione sia stata particolarmente illuminante: i momenti vivaci, caratteristici, erano resi con tempi veloci e prodigalità di suono, il trambusto questo piace tanto al pubblico, mentre il non trascurabile resto appariva scialbo e inconsistente. Questo è esattamente l’idea che mi sono fatto vedendo i filmati di diverse opere e concerti (fra cui La Traviata, Un ballo in maschera, Il Trittico, Turandot) che si trovano per Internet grazie a Raiplay e a perfidi canali russi: tutto procede a singhiozzo, senza correlazione, senza coesione, senza visione d’insieme, o troppo veloce e senza grazia, oppure con arrancante lentezza senza la luce di alcuna idea, balbettio disorganizzato di suoni. Per onestà devo dire che in questo Beatrice Venezi non è sola: diversi direttori maggiormente noti non fanno tanto di meglio sotto il profilo interpretativo.

Eppure fin dalla nascita dell’arte direttoriale moderna ci si rese conto che il direttore d’orchestra non doveva solo eseguire la musica scritta sul pentagramma e tenere le redini di un esercito musicale, ma doveva scrutare e rendere viva la musica nascosta nel pentagramma, che forse nemmeno il compositore si era pienamente rappresentato. Il direttore d’orchestra può essere così considerato come un coautore, più che un ricreatore.

Ecco una interessante citazione dal libro ricordi del coltissimo Conte Enrico di Sanmartino, presidente dell’Accademia filarmonica di Roma, del Circolo musicisti di Roma, presidente per dieci lustri, fino al 1947, dell’Accademia di Santa Cecilia e del conservatorio di musica: «Non credo di mancare di rispetto al Maestro che le di lui facoltà nella direzione dell’orchestra nulla valevano ad aggiungere alla sua gloria. Dirigeva svogliato, con un gesto indeciso che pareva piuttosto guidato dall’orchestra anziché esserne il dominatore. La stessa presenza dell’autore, dopo aver appagato la curiosità materiale di cui il pubblico sembrava pervaso, non impedì qualche manifestazione ostile ben presto soffocata dagli applausi. Questi certo erano maggiormente diretti alla personalità del compositore che al direttore, ma ad ogni modo costituivano un bel successo dopo una battaglia. Del resto lo stesso Maestro aveva coscienza delle sue mediocri facoltà direttoriali. Difatti egli mi disse con grande semplicità: “Senta, voi avete preparato un programma molto bello, vi sono in questo programma delle opere mie che io desidererei vivamente di sentire bene eseguite, come le potrebbe eseguire la vostra orchestra sotto la direzione del maestro Molinari. Io invece sono un cattivo direttore. Se dovessi dirigere io tutto il concerto, non sentirei bene queste mie opere e non le farei sentire bene al pubblico romano. D’altra parte io capisco che voi abbiate interesse a mettermi come una curiosità sul podio direttoriale. Veniamo dunque a patti; io dirigerò la prima parte del concerto, i miei pezzi meno importanti, poi passerò la bacchetta al maestro Molinari e verrò a sentire nel di Lei palco i pezzi più importanti che sotto la direzione di Molinari andranno molto meglio.” Bernardino Molinari era direttore principale e artistico dell’Orchestra dell’Augusteo a Roma, successivamente rinominata Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia.

Il Maestro in questione era Claude Debussy, a Roma nel 1911. Ammiro la modestia e la consapevolezza di un compositore di siffatta levatura sulle proprie capacità direttoriali, doti che non sembrano appartenere a Beatrice Venezi.

Nuovamente il conte Sanmartino: «Così fu; e Debussy restò talmente contento dell’esecuzione romana che in alcune sue lettere, pubblicate dopo la sua morte, ne disse gli elogi proclamando quanto tale esecuzione fosse stata bella e gli avesse fatto piacere. Anche come accompagnatore era assai mediocre. Venne una sera in casa mia ed accompagnò al pianoforte alcuni suoi canti in modo tutt’altro che brillante.»

E anche Igor Stravinsky, che tanto diresse le proprie musiche non ne fu uno dei migliori interpreti: Pierre Monteux, Ernest Ansermet e, soprattutto, Igor Markevich sapevano esprimere meglio il senso di quelle rivoluzionarie partiture.

Interessante è la sottolineatura del Conte sulla direzione di Debussy cioè che il compositore pareva essere guidato dall’orchestra; la stessa impressione perviene ascoltando e guardando le direzioni della Venezi; non solo, ma pare che venga fuori come interprete se la musica di per sé prevale sulla necessità di essere interpretata.

E nuovamente Claude Debussy, nel 1908, inviava a un amico una lettera con queste considerazioni: «Ho esordito nella carriera di direttore d’orchestra… È divertente finché si cerca un proprio colore con la punta della piccola bacchetta; poi assomiglia a un’esibizione, in cui il successo che ci viene tributato non mi sembra molto diverso da quello di un imbonitore di fenomeni da baraccone, o di un acrobata a cui riesce un salto pericoloso. Andrò a giocare questo gioco in Inghilterra, poi in Italia…la vita è piena di sorprese.»

Già, il pubblico: entità impersonale e collettiva; le reazioni del pubblico, non sempre prevedibili o giustificabili, al termine di un’esibizione artistica fanno parte del colore, del clima di una serata; in una seria recensione possono essere sì descritte ma non devono assolutamente costituire parte essenziale del giudizio: un’opera lirica, un concerto sinfonico sono cose assai differenti da La Corrida di Corrado, non si possono misurare con l’applausometro come invece diversi giornalisti hanno fatto nell’illustrare le prodezze di Beatrice Venezi dirigendo questa benedetta Carmen.

Bisogna infine ricordare che le capacità di un direttore d’orchestra non sono commisurate al voto di laurea in direzione d’orchestra, che non è assolutamente sufficiente avere fatto molto bene in concorsi (e poi ci sono concorsi non sempre autorevoli) e masterclass con domineddio, che non bastano tanti passaggi televisivi con narrazioni di una gloria, di fatto, inesistente perché non risulta che alcuna orchestra di fama o grande teatro europei abbiano mai invitato Beatrice Venezi. Nessuno contesterebbe le spinte politiche se queste appoggiassero un’artista di grande talento e capacità. Qui a Bologna, città di sinistra, per esempio, abbiamo avuto Christian Thielemann, come direttore stabile del Teatro Comunale, ma nessuno ha mai rilevato negativamente le sue simpatie politiche e ideologiche vicine all’estrema destra perché l’autorevolezza della sua arte sgombrava dal campo ogni altro pensiero di natura extramusicale.

Pubblicato inMusicaOpera liricaPersone

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