Il concerto sinfonico del 31 gennaio all’Auditorium Manzoni, con l’orchestra del Teatro Comunale diretta dall’islandese Daníel Bjarnason, ha avuto un programma non popolare che partendo da due composizioni contemporanee in prima assoluta per l’Italia, collocate nella prima parte, è arrivato al 1924, andando in direzione opposta a quella della freccia del tempo:
Prima parte
Fragile Hope (2023) di Daníel Bjarnason
Concerto per violino e orchestra (2017) di Daníel Bjarnason
Seconda parte
Peter Grimes: Passacaglia (1943-1945) di Benjamin Britten
Sinfonia n. 7 in do maggiore op. 105 (1918-1924) di Jan Sibelius.
Dunque Daníel Bjarnason è un direttore-compositore (o direttore-compositore?), cosa senz’altro di interesse perché le due figure sono oggi per lo più separate. Nel secolo XIX, prima della costituzione museale del cosiddetto repertorio, le nuove composizioni erano spesso eseguite dai loro compositori, come Mendelssohn, Berlioz, Liszt e Wagner, contribuendo, tra l’altro, alla definizione dei contorni della moderna direzione d’orchestra. E anche nel secolo XX capitava questo, dopo il consolidamento del repertorio per le orchestre, avvenuto nell’ultimo decennio dell’800: Mahler, direttore d’orchestra a tempo pieno ma compositore estivo, e Richard Strauss, questo essenzialmente compositore ma ottimo direttore, eseguivano le proprie opere.
In epoca a noi più vicina la figura del compositore-direttore è diventata sempre più rara, si possono ricordare Berio e Maderna, meno infrequente è il viceversa, cioè il direttore-compositore. Recentemente ho ascoltato Frédéric Chaslin quale direttore-compositore il suoTema e variazioni su un tema della 3ª sinfonia di Gustav Mahler per trombone e orchestra, e anche sue trascrizioni per voce e orchestra dall’originale con pianoforte di mélodies di Francis Poulenc; Nicola Campogrande e Silvia Colasanti, le cui musiche sono state eseguite a Bologna, hanno affidato ad altri il compito di dare rappresentazione sonora alle proprie partiture.
Nel 1972 assistetti a un concerto dove Luigi Nono eseguiva se stesso davanti a una consolle elettronica in Non consumiamo Marx in un teatro che si era velocemente svuotato, probabilmente per conservare integro il proprio udito poiché il volume sonoro della composizione era veramente imponente. Nono apparteneva alla cosiddetta Seconda Avanguardia, quale si espresse a partire dal 1945; Campogrande, Colasanti, Chaslin e anche Bjarnason ormai sono decisamente postavanguardisti e non fanno più fuggire nessuno dalle sale da concerto; ora il pubblico è passivamente conservatore; al massimo, durante una composizione contemporanea, la gente si limita ad adocchiare l’orologio sperando nella clemenza di una breve durata del brano.
Purtroppo per gli attuali compositori non ci si prende più a cazzotti, come successe durante la prima esecuzione de Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij. In generale gli attuali compositori non trasgrediscono, non vogliono più épater la bourgeoisie, non sono più sostenuti da dettami ideologico-politici, o non hanno più forti teorie musicali rifondative: nemesi della tonalità.
Ritornando al concerto del 31 gennaio, la Passacaglia di Britten, se confrontata alle altre, pareva la composizione dal linguaggio più avanzato, più originale e, passando dalle musiche del direttore-compositore islandese a quelle del compositore-direttore inglese, era sembrato di avanzare nel tempo. Dell’ultima breve sinfonia di Sibelius dico solamente che non la amo, mi pare gradevole musica stanca, precorritrice del suo trentennale silenzio creativo.
Delle musiche di Bjarnason ho preferito il Concerto per violino e orchestra perché mi è parso più vario rispetto a Fragile Hope, con un bel finale e diversi interessanti momenti per la buona solista, la svedese Ava Bahari, alla quale, però, sembrava un po’ mancare un piglio istrionesco che non avrebbe guastato; il momento di maggiore trasgressione prevista dall’autore in questa composizione è stato il fischiare della solista una melodia popolare, accompagnandosi con il violino pizzicato e la particolare accordatura della quarta corda, da Sol a Re. E per questo motivo tecnico, nonostante il successo personale, la violinista non ha concesso alcun bis.
Fragile Hope, seppure bene orchestrata, mi ha ricordato le composizioni new age, la musica d’ambiente e di Arvo Pärt, con un andamento costantemente assai moderato che alla fine porta alla noia. Mi sembra più adatta come musica da film.
Ho trovato Bjarnason assai soddisfacente come direttore e l’orchestra ha suonato assai bene, con bel suono.

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