Questo è stato il programma russo-sovietico della settima serata, il 9 aprile 2026, della stagione sinfonica 2026 con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, presso l’Auditorium Manzoni:
Sergei Rachmaninov: Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in do minore op. 18
Dmitrij Šostakovič: Sinfonia n. 4 in do minore op. 43
Non solo ho una particolare predilezione per questa composizione legata a ricordi adolescenziali – comparendo, interpretato da Sergio Perticaroli, nel 1971, nel programma del secondo concerto che, in assoluto, ascoltai – ma lo ritengo essere la meglio riuscita tra le cinque composizioni per pianoforte e orchestra dell’artista russo per via del bel clima intriso di decadentismo, di ricche, immediate, melodie, anche orientaleggianti, dalla densa e virtuosistica scrittura che mette in luce le capacità tecniche del solista, e una ricca orchestrazione.
La musica del giovane Šostakovič, cioè quella raffrontabile al modernismo extrasovietico a lui contemporaneo, mi piace e mi interessa assai più di quella che avrebbe composto dopo le critiche, probabilmente dettate dallo stesso Stalin, contro Lady Macbeth del distretto di Mcensk; e la Quarta Sinfonia appartiene a questa felicissima serie di composizioni, l’ultima, non corrette dai conformistici consigli del potere centrale. La Quarta Sinfonia fu eseguita per la prima volta solo dopo un decennio dalla morte di Stalin perché, terminata la creazione, Šostakovič ne evitò la pubblica esecuzione, viste le reazioni suscitate dalla Lady Macbeth; tra la scrittura della Quarta Sinfonia e quella della Quinta Sinfonia, seppur molto bella, vi è un enorme cambio di stile, una sorta di semplificazione, nella seconda, in cui il compositore abbandonò l’avanguardismo, l’individualismo creativo, o meglio, come si diceva, il formalismo: si chiedeva un’arte per il popolo e non più l’arte per l’arte, non più l’arte per l’artista medesimo o un’ élite, ma un’espressione sì individuale ma comprensibile alle masse, per contribuirne alla coscienza popolare ed elevarla. Questa virata stilistica fu declinata con l’utilizzo di materiale tematico povero, quasi banale, da salone, talora quasi da fischiettare, e un ventaglio di modalità nel svilupparlo seguendo la celebrazione, il grottesco, la parodia e, non ultimo, ampi squarci contemplativi o meditativo; e questo sentire passare dal sublime e al triviale, dalla terra e al cielo, o viceversa, con stilemi ricorrenti, fa si che la musica di Šostakovič non sia sempre di mio gradimento. E apprezzo assai la sua ultima sinfonia, la Quindicesima, perché con essa il compositore sembra volere percorrere il sentiero che aveva abbandonato quattro decenni prima, forse alludere a esso.
Direi che il concerto del 9 aprile, dal punto di vista degli interpreti, sia stato di gran lunga il migliore all’interno della Stagione Sinfonica 2026, e questo è stato riconosciuto dal folto pubblico in teatro, un meritato successone dovuto alle effettive prestazioni eccellenti, sia del pianista che del direttore d’orchestra, e non per quegli strani fenomeni in cui i plaudenti rinforzano gli applausi per reciproca suggestione.
E Andrej Korobeinikov, fin dalle prime note del concerto, ha ben mostrato di essere un ottimo rappresentante della grande scuola pianistica russo-sovietica: suono non percussivo ma ondate che si elevano sul mare dell’orchestra, un suono capace di assottigliarsi nei momenti solistici, ampie arcate di fraseggio che non si disperdono in particolari inessenziali, esemplare legato, controllata libertà agogica, e grande agilità. Con tutto questo Korobeinikov ha restituito un’interpretazione veramente eccellente del concerto di Rachmaninov, concedendo due spettacolari bis nel nome del medesimo compositore.
Andris Poga, direttore lettone, ha sia lussuosamente accompagnato e sostenuto il grande solista, che magnificamente condotto l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna nel difficile cimento della Quarta Sinfonia di Šostakovič; non è stata solamente questione di sicurezza, compattezza timbrica, di consapevolezza – sono stati chiaramente percepiti i collegamenti allo Stravinsky del Sacre du Printemps e al progressivo Mahler della Settima e Nona Sinfonia -, insomma non solo questioni tecniche, ma anche di una coinvolgente rappresentazione dei climi di questa bellissima sinfonia. Inoltre tutte le sezioni strumentali hanno avuto modo di mettersi in bella evidenza, dimostrando che l’orchestra del Comunale di Bologna è costituta da ottimi musicisti, senz’altro uno dei migliori organici orchestrali italiani.
Una bellissima serata.

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