Tre millantatori all’Opera – Il soprano ferrarese (Parte prima)

«Domani, ti andrebbe d’accompagnarmi a Ferrara dalla Barioni? Ha tempo per ascoltarmi…mi farebbe una specie di audizione, insomma».

Ed io chiesi a Rufo:

«Un’audizione? All’insaputa di Mantovani? È proprio il caso di farla? Sai com’è fatto…le cose prima o poi si vengono a sapere nell’ambiente dei cantanti».

Ero perplesso. Capivo a stento quale utilità potesse avere un’audizione con un soprano senza carriera su palcoscenico. Un soprano diplomatosi a trentacinque anni, per giunta, età in cui diversi cantanti si incamminano per la via dell’irreversibile declino.

«Sì è il caso di farla», rispose Rufo indispettito, come accadeva se qualcuno avesse avuto opinioni differenti dalle sue.

E proseguì:

«Perché dovrei dirglielo? Non necessariamente Mantovani deve essere messo a conoscenza di tutto, né lo verrà mai a sapere per strade traverse. E poi, non sto mica facendo chissà che, come un’audizione con un agente teatrale, o andando da chissà chi. La Barioni è una mia compagna fuori corso. Me l’ha proposto lei. Ha piacere di sentire la mia voce. Punto e a capo». Il viaggio era definitivamente deciso.

«Insomma, vieni a Ferrara o no?».

Rufo conobbe Carmencita Romana Barioni qualche anno prima, all’Accademia di Belle Arti.

I casi della vita che l’avevano riguardata erano stati faticosi. Messa al mondo la piccola Amina Gilda, si arrabattò ad insegnare per le scuole medie del Basso Polesine dopo che il marito se ne andò senza alcuna vera, apparente, ragione. Le disse dodici parole, non una di più né una di meno.

«Devo riprendere in mano la mia vita. È tutta colpa mia…Scusatemi», questo un giorno il marito Diego le disse piangendo, mentre Carmencita Romana allattava la bambina. E questo divenne pure lo scarno racconto del suo matrimonio che Carmencita Romana ripeteva a tutti, alla madre, al prete ed anche al giudice. Senz’altre aggiunte, senz’alcun affetto, senza ricordi, mai una parola in più.

Tornò ad abitare con la madre e, divenuta professoressa di disegno in città, Carmencita Romana decise di coltivare la passione messa da parte per diverso tempo. Ricominciò, allora, a studiare canto e pianoforte con tale caparbia dedizione da essere ammessa al Conservatorio, diplomandosi nella classe di canto come soprano.

Giungemmo a Ferrara nelle prime ore del pomeriggio.

Le automobili che attraversavano Corso Giovecca si contavano sulle  dita di una mano. Vedevamo solo lente biciclette. E silenziose. Ci saremmo sentiti come dentro ad una cartolina se non fosse stato per lo schioppettare dell’Opel Ascona di Rufo. Questi rumori di marmitta ci riportarono alla vita vera.

Feci un grande sforzo durante il viaggio per interessarmi alla conversazione con Rufo poiché non distolsi mai gli occhi dalle lancette del cruscotto impolverato e le orecchie dai brutti rumori prodotti da quel rosso rudere metallico.

Non so quale buona stella ci propiziò, però l’automobile non fece dei brutti scherzi. Avremmo poi avuto il problema del ritorno a Bologna. «Se quel catorcio non riparte, male che vada, prenderemo il treno».

Alla fine, avrei conosciuto questa benedetta Barioni di cui negli ultimi giorni Rufo aveva preso a parlare più volte!

«Tanto per evitare delle domande scontate…Sai che sia parente di Daniele Barioni?», il famoso tenore ferrarese che diventò uno dei tanti eredi di Enrico Caruso al Metropolitan.

«Sì gliel’ho chiesto e ha risposto che non c’entra nulla con lui. Chiamarsi Barioni a Ferrara è un po’ come chiamarsi Rossi in ogni altro luogo».

La Barioni viveva in una graziosa casetta ottocentesca a due piani tra la Certosa e il Corso Porta a Mare.

Suonato il campanello del bel portoncino verniciato di fresco, non ci aprì la Carmencita Romana.

Era un soprano. E tutti i soprani, famosi o sconosciuti, o volere o volare, fanno le primedonne. Perfino le pescivendole se cantano nel registro femminile più acuto, si trasformano in capricciose regine che fanno attendere. L’assenza nell’attesa, si sa, accresce l’aspettativa intorno all’artista, alla diva.

Una prima donna non potrà mai accogliere, fare accomodare gli ospiti, offrire loro un caffè. Dovrà necessariamente avere una segretaria, una cameriera, un servo che la serva e la riverisca.

Agli onori di casa disbrigò, quindi, la madre della Carmencita Romana, una donnina vispa sulla settantina, sorridente, vestita in grisaglia da provincia, linda e ben stirata, gradevolmente odorosa di bucato fresco e di Colonia Etrusca, acquistata alla Standa per poche lire.

«Carmencita Romana si sta preparando». Ci offrì il caffè e delle belle porzioni di zuppa inglese.

In attesa della diva, prese a parlare a ruota libera, del più e del meno, come faceva con le altre donne quand’era in attesa seduta nell’ambulatorio dal medico per farsi scrivere qualche ricetta.

Voi venite da Bologna? Che bella città! Mio fratello ha sposato proprio una bolognese. Ecco, ecco. Io invece ho sposato uno di qua. I bolognesi non dicono che i ferraresi sanno far tutto loro? A fag tot mi con ‘na man sòla. Ahahah. Ecco ecco. Il nome Carmencita Romana? Tutta farina uscita dal sacco di mio marito che dorme qui accanto. Alla Certosa. E che gli era venuto? Un colpo. Al bar mentre giocava. Non ha mica sofferto, lui. Era così bello, ma così bello durante il funerale. Pareva dormire. Meno male che almeno ho una pensione. Ecco, ecco.

Qualche istante di commozione, soffiò il naso e asciugò le lacrime con un moccichino che nascose in mezzo al seno con contegno.

«Insomma, mamma, non tediare i miei ospiti con la solita storia del babbo…son passati ormai vent’anni! Buon giorno miei cari…», irruppe nel tinello ‘la soprano’ in medias res– così Carmencita Romana diceva non per femminismo – vestita in gran pompa come per andare a un matrimonio o a un prima comunione. O forse come ‘una soprano’ da concerti in chiesa.

«Immaginati la Pagliughi, sia in volto che nel fisico… Antica, larga quanto alta, culo e tette lievitati in pochi anni come panettoni natalizi», così Rufo mi aveva già raffigurato la Barioni, durante il viaggio, con una sintesi di grande efficacia. E concluse:

«Non che prima fosse una gran bellezza…Qualunque sia stata la vera ragione per cui l’ha lasciata, potremmo concedere al marito ogni attenuante!».

«Sei stato da Codiluppi? Hai preso gli accordi per la tesi?» chiese Carmencita Romana a Rufo, con tono leggero e svagato da prima signora della città, essendosi incrociati qualche giorno prima in un corridoio dell’Accademia prima di entrare nello studiolo del professore.

«Sì, sì, l’ho visto. Progetterò le scene di un’opera…Le nozze di Figaro. Ho iniziato a buttare giù qualche schizzo. C’è tanto da fare, è un’opera complessa, tante scene, tanti personaggi, tanti costumi…».

«E lei…lei che mi racconta?», mi guardò Carmencita Romana.

«Studia canto? Vuole fare un’audizione con me?», non comprendendo appieno il motivo per cui ero lì.

«No,no, io sono solo un cantante da vasca del bagno», risposi con spirito.

«Non canta, ma è un grande amatore…», precisò Rufo.

Seguì un istante di silenzio e Carmencita Romana scoppiò in una franca risata cristallina.

«Ahaha, meglio grande amatore che grande cantante, allora…Ahaha»

E Rufo allora, compreso l’involontario doppio senso, aggiunse divertito:

«Ahaha…Volevo dire che non canta, ma conosce bene l’opera e quando una voce è buona…e ne capisce anche di tecnica!».

«Davvero? Allora lei non la racconta giusta. Si vede dalla faccia che lei è uno che ne sa…oltre ad essere un grande amatore», e accompagnò queste parole oscillando l’indice, tanto simile ad un salamino.

La soprano si rivolse quindi al tenore:

«Ruffi, suvvia, ora tocca a te, fammi sentire la voce. Che mi canti? Anzi, che ci canti?

«Lo chiama Ruffi come un barboncino da grembo? Si farà chiamare così anche in Accademia?», mi chiesi perplesso.

La scelta cadde sulla romanza di Macduff dal Macbeth verdiano.

«Sai? Non la conosco», confessò la Carmencita Romana, «ma qualunque romanza va bene per giudicare una voce…poi Verdi non si discute».

E pensai che troppo spesso i cantanti lirici pensano solamente alle loro poche note studiate, senza possedere una vera conoscenza della musica. È come pensare solo al particolare senza avere contezza del generale. Raramente si prova piacere nel parlare di musica con un cantante.

Ah, la paterna mano non vi fu scudo, o cari,

Dai perfidi sicari che a morte vi ferîr!

Terminata la romanza, Carmencita Romana esclamò con entusiasmo:

«Che bel timbro! Dolce e al contempo assai virile. La tua voce assomiglia a quella di quel tenore spagnolo…Aragall? Hai un’altra romanza da farmi sentire?»

La scelta cadde su Che gelida manina.

Ed io pensai:

«Sta’ a vedere che non conosce nemmeno la Manina!». Se fosse successo mi sarei scandalizzato.

La Barioni invece conosceva assai bene questa romanza, anche nei dettagli musicali.

«Bene, bene. Canti bene, però…devi sempre porre attenzione al legato. Scusami il bisticcio di parole: nel Belcanto, il canto deve essere bello. Il legato fa parte della bellezza. Non è questione di soli suoni fatti bene», disse al termine della Manina, sorridendo per la soddisfazione di aver detto dei grandi concetti.

L’espressione della Barioni lasciava intendere che aveva altre osservazioni. Al tenore svanì in fretta lo smagliante sorriso esibito in tutte le occasioni possibili.

«Ruffi con chi stai studiando?».

«Studio con Floriano Mantovani, un tenore comprimario del Comunale. A lui mi ha indirizzato la maestra di pianoforte», rispose Rufo.

«Sei senz’altro destinato ad una bella carriera…ma la qualità della voce non è tutto. Tecnica, tecnica, ci vuole tecnica. Con questo materiale vocale devi fare di più e meglio», disse ‘la soprano’.

Rufo ascoltò serio senza alcuna apparente reazione, senza replicare.

«Facciamo insieme dei vocalizzi?».

Mettendo insieme tutte le osservazioni che Carmencita Romana fece durante gli esercizi, mi parve di capire che Rufo dovesse rivedere molte cose.

«Perché spingi in basso? È proprio l’opposto di quanto si deve fare per cantare in maniera ortodossa. Così cantano quelli che affondano il suono, come Del Monaco…Qualche anno di palcoscenico, un po’ di soldi e dopo…addio che t’amavo! Ti troverai con la voce appesantita e ti spariranno gli acuti. Su avvicinati a me…».

Anziché spiegare a parole, cominciò a spingere sullo stomaco di Rufo con il pugno della mano destra e con l’altra saldamente lo tratteneva alle reni.

«Ora canta…In alto, in alto, devi ritrarre l’addome e spingere verso alto. Mi-a-a-a-a-a…Mi-a-a-a-a-a. Prova!».

Il poveretto provò e riprovò, costretto tra l’entusiasmo e il pugno di quella donna :

«Mi-a-a-a-a-a…Mi-a-a-a-a-a…Scusami, Carmencita Romana…Ho una gran confusione in testa. E’ come se avessi perso l’orientamento!».

E l’altra:

«Capisco che non è possibile cambiare strada da un giorno all’altro. Devi accompagnare il diaframma nel suo movimento verso l’alto. Così spiegano i belcantisti. Garcia diceva di fare rientrare la fontanella dello stomaco e spingere in alto. Tu stai facendo l’opposto! E dovrei dirti altre cose».

Rufo annuì con la testa, come se avesse voluto dire:

«Avanti, leggimi il verdetto».

Beh. Allora. I vocalizzi si basano sulla ‘i’ e sulle ‘e’. Ecco. Sono queste le vocali che mettono avanti la voce. Le vocali chiacchierine, come diciamo noi soprani. Ecco. Poi metterai le altre vocali. Prova! La ‘u’. Lasciala perdere. Guai mai guai mai. O meglio. Con cautela, serve per affondare. E la bocca? Non devi spalancarla. Guai mai, guai mai. Tienila come in un sorriso. Il suono deve sbattere contro i denti. Insomma, non deve interessare il torace. Guai mai!Guai mai!

Insomma, se Mantovani avesse detto nero, la Barioni avrebbe controbattuto dicendo bianco, e viceversa. Questa fu una palese dimostrazione di quanto il canto e i cantanti siano in balia del relativismo e dell’approssimazione. E di loro stessi.

(Continua)

Tre millantatori all’Opera – Scantarellatore senza stoffa

Un giorno, agli inizi di luglio, tappati per l’ora di canto nel salotto con le finestre chiuse per non infastidire i vicini, Mantovani mi mise in agitazione. «Volevo dirti che la Bonarelli mi ha chiesto di cantare a Cervia, in piazza. Un concertino per la fine d’agosto. Avevo intenzione di fare debuttare Rufo e Gabriele. Potresti cantare anche tu, se sarai pronto. Come compenso c’è una mangiata di pesce dopo lo spettacolo».

Donatella Bonarelli era la pianista del Circolo Lirico, detto da noi ‘La casa del cane’. Una pianista monocratica perché decideva in tutto e per tutto il programma dei concerti che si tenevano ogni domenica pomeriggio e qualche festa comandata. Le avevamo affibbiato il soprannome l’Immarcescibile Bonarelli oppure, in breve, ‘L’Immarcescibile’. Se non avesse avuto i capelli tinti con la cocciniglia per gli aperitivi analcolici e gli occhiali tempestati di brillantini, la Bonarelli si sarebbe assomigliata a Romano Prodi come una goccia d’acqua, perfino nel timbro rauco della voce e nei modi da curato di campagna.

«Mio babbo mi ha sempre detto di stare dalla parte degli operai», diceva la Bonarelli ma, quanto a generosità, il suo portafoglio non seguiva i saggi insegnamenti paterni, essendo assai tirata. Come spesso accade tra gli artisti di moderato fulgore.

La sola prospettiva di quel concerto a Cervia, l’averlo solo nominato, m’aggiunse in meno di un batter d’occhio sudore di strizza al sudore per il caldo e sentii anche quelle fitte alla pancia che tormentarono il povero Mantovani durante la Turandot areniana.

Avrei voluto partecipare a quel concerto solo per non sentirmi da meno rispetto agli altri due ma, contemporaneamente, non avrei mai voluto su di un palco per la paura di trovarmi innanzi alla folla di spettatori. Un contrasto inconciliabile da opera metastasiana.

Avvertii, con certezza matematica, assoluta, che il canto non apparteneva al mio essere. Per un po’, avevo dimenticato che per l’opera lirica ero un misero cantante da stanza da bagno senza pubblico. Uno scantarellatore senza pretese.

Lo studio del canto era stata solo un’opportunità per consolidare le nuove amicizie, nuovi legami.

Non potevo nemmeno nascondermi che, se fossi stato escluso da quella festa in piazza con Rufo e Gabriele, questo sarebbe stato uno smacco per il mio grande amor proprio. L’esclusione porta con sé un poco di umiliazione.

Avrei voluto salvare capra e cavoli.

Come riuscire a non fare senza rinunciare? Senza dire?

Decisi di attendere sperando con tutte le mie energie che il concerto fosse andato con le gambe all’aria per un qualsiasi intoppo del caso. Un temporale, una dissenteria generale!

«Fai che non si faccia, fai che non si faccia, faccia che non si faccia», ripetevo dentro di me con la speranza che qualche santo ascoltasse e mi facesse una grazia.

Passò l’intero mese di luglio senza che Mantovani avesse alcuna conferma dall’Immarcescibile.

Venne anche agosto. Rufo se ne andò in vacanza ma, purtroppo, sarebbe ritornato giusto in tempo per il concerto.

Dopo Ferragosto decisi, così, di telefonare a Mantovani senza far parola del concerto, un apparente saluto di cortesia.

«Sai che la Bonarelli non mi ha ancora chiamato per il concerto? Pensavo di farti cantare un’aria facile facile dal Parisotti…Caro mio ben. Faremo annunciare che stai debuttando». Avrei dunque cantato.

Non posso soffrire quest’arietta, spesso cantata come primo brano musicale per scaldare la voce:

Caro mio ben

Credimi almen

Senza di te

Languisce il core

Mi dissi:

«Caro mio ben durante una festa in piazza mentre cuociono piadine e friggono salsicce con le cipolle? Spero che mi venga una laringite».

E poi ho sempre odiato gli annunci che giustificano la salute di un cantante.

«Si avvisa il gentile pubblico che stasera il tenore Tizio canterà il ruolo di Sempronio nonostante la sua indisposizione. La Direzione di questo Teatro ringrazia sentitamente il signor Tizio per la collaborazione».

Io ho sempre pensato che chi è ammalato debba starsene a letto! Così come un allievo scarso è bene che studi prima di farsi compatire in pubblico. Annunciare che un cantante sta debuttando, così come annunciare l’indisposizione per un altro in carriera, significa mettere le mani avanti, è come dire:

«Se farà schifo compatitelo ma non fischiatelo. E portate pazienza», oppure

«E mo’ so’ tutti c… vostri!»

Mantovani aggiunse:

«Qualche giorno prima del concerto verrai da me per preparare la romanza e mettere a posto le ‘erre’… Faremo lezione a gratis. Le prove prima dei concerti non non si pagano. Non sono micca come quella plumona della Bonarelli, io. Quella chiede dei soldi per le prove dei concerti organizzati da lei…ti farebbe pagare anche per andare a spandere acqua in casa sua. Ma con me non la spunta micca, sai. Andremo insieme da quella strega a gratis».

Trascorsa un’ora, mi telefonò Rufo dal luogo delle vacanze.

«Sai qualcosa da Mantovani? Devo ritardare il ritorno di qualche giorno…gli dirò che non riuscirò ritornare in tempo per il concerto. E poi debuttare all’aperto proprio durante una festa di paese…ti pare una bella cosa?»

Sentivo la voce lontana e disturbata, ma intesi bene quel che mi interessava. Mi sarei messo a ballare per la gioia.

«E se anche Gabriele…», pensai in preda ad un presentimento pieno di speranze. Lo chiamai al telefono.

Parlava a stento. Il giorno prima gli era scoppiata una tonsillite con delle belle placche per tutta la gola. Febbre a quaranta da curare con sei giorni almeno di antibiotici e tachipirina a volontà.

«Che peccato! Avrei proprio cantato volentieri. E poi c’era la mangiata di pesce…Oggi telefonerò al maestro. Anche se guarissi in tempo, non me la sento proprio di cantare all’aperto. Se mi si raffreddasse il sudore addosso rischierei una ricaduta».

Gabriele era il beniamino di Mantovani e lo preferiva di gran lunga a Rufo. Il maestro diceva sempre che se questo aveva la voce bella e potente, una bella presenza, l’altro sapeva dire belle frasi, faceva le mezze voci e soavi filature.

«La voce non ha la stessa qualità di quella di Rufo, ma Gabriele sa cantar bene e sa ruffianarsi il pubblico. L é un artèsta».

Non mi dolsi per le placche all’erede di Tito Schipa.

«Mors tua vita mea», pensai, senza scrupoli e con sincera contentezza. Dopotutto nessuno era mai morto per un banale mal di gola. A mia conoscenza, almeno. E poi, con la scusa di lenire il dolore alle tonsille, si rimpinzava di gelati dalla migliore gelateria. Quasi un chilo al giorno.

Il concerto a Cervia era nato evidentemente sotto una stella infausta.

Subito dopo aver saluto Gabriele mi chiamò Mantovani inalberato oltre ogni misura.

«Che pezzente la Bonarelli! Voleva darmi solo ottantamila lire per quattro arie e tre duetti! Mi ha detto che non ci sono soldi…Neanche la metà della metà di quello che prendo. Almeno darmi il rimborso della benzina e dell’autostrada…e poi voleva venire in macchina con me. ‘Sta bèla gnòca non apre mai il portafoglio per le spese del viaggio. Non ho micca bisogno di cantare a gratis per i suoi begl’occhi. E sai cosa mi ha anche detto? Che avrebbe chiamato Livraghi! Ed io le ho riattaccato il telefono. Ho fatto bene?», starnazzò al telefono.

«Certo Floriano, non ha una sola ragione…ma ne ha mille», risposi soffiando sul fuoco, se mai ce ne fosse stato bisogno. Mi sentivo Jago.

Le vicende intorno allo sfortunato concerto a Cervia non finirono qui.

Il giorno dopo Mantovani mi telefonò strepitando come un falco in volo:

«Allora sai che pugnetta m’ha fatto Cla brótta schiva d una pòrza d una cocott d un cûl strazè della Bonarelli? Da due settimane Cervia è stata riempita di cartelli che riportano un concerto con Pericle Livraghi e tre suoi allievi… E’ il nostro concerto! Quella busonaccia stava in due paia di scarpe e ha fatto di tutto perché fossi io a rinunciare…si è inventata tutto. Una falsa. Figurati se Livraghi si sposta per ottantamila lire!»

«Chi le ha riferito di quei cartelli?», gli chiesi.

«La signora Romea, una nostra vicina che ha una casa là, a cui avevo detto di venirmi a sentire in piazza. Mi ha chiamato ieri sera per sapere quando avrei cantato. La Bonarelli mi ha fatto fare una brutta figura anche con la Romea…», rispose sempre surriscaldato.

«L’ho mandata a fare dei gioielli sui viali!»

Si chiuse la parentesi del concerto a Cervia sotto un fugace temporale di grevi parole al posto della grandine.

Trascorso qualche giorno, L’Immarcescibile Bonarelli invitò Mantovani ad una Festa dell’Unità:

«Andrò a cantare per i papaveri» rise soddisfatto. E tutto riprese come prima, come altre volte.

Caro lettore, il mese di agosto del 1980 però non terminò senza lasciare un segno definitivo: sia le scantarellate casalinghe che le lezioni di canto avevano per me le ore contate.

Avvenne che dopo la telefonata di Mantovani seguì quella di Tullio:

«Novitàaaa?»

Gli narrai ciò di cui l’avevo tenuto all’oscuro, il concerto a Cervia. Ci facemmo due risate alle spalle di Mantovani e dell’Immarcescibile.

«Ti va di fare una scantarellata? Potremmo fare Suoni la tromba intrepido»

Perché non avrei dovuto? Non scantarellavamo insieme da diversi mesi. E, soprattutto, Tullio non mi aveva ancora sentito nella nuova veste baritonale. E poi, ormai, quanto mi poteva interessare il suo giudizio?

Trascorse poco più di mezz’ora e

driiiiinnn,

Tullio suonò alla porta, curioso di sentirmi più di una scimmia appassionata di lirica.

Feci per prima Ah per sempre io ti perdei, i soliti Puritani, quasi il prezzemolo della corda baritonale.

Il cavilloso sgranò i chiari occhi felini senza fare le smorfie a cui mi ero abituato.

Non capendo il significato dell’espressione, gli chiesi:

«Allora, cosa te ne pare?».

Il giudizio fu abbasyanza positivo. Così almeno mi parve.

«Sei molto cambiato… Gli acuti vanno meglio, e il timbro non è per niente tenorile, anzi… Un vero baritono».

A mia volta sgranai gli occhi.

«Non mi credi?», mi chiese Tullio.

«Perché non registri, così ti rendi conto?»

Caro lettore, perché non avrei dovuto registrarmi? Anzi sarebbe stato bene averlo fatto prima. Fino a quel giorno non mi ero mai registrato, non avevo quindi mai ascoltato la mia voce con l’orecchio degli altri.

Posi il registratore sul tavolo ed accesi.

Scelsi di cantare l’aria che rappresenta l’apice della baritonalità, l’Eri tu dal Ballo in maschera di Giuseppe Verdi, la disillusione di un uomo innamorato e tradito.

Ce la misi tutta per cantarla nel miglior modo possibile ed ebbi cura nelle intenzioni interpretative.

Eri tu che macchiavi quell’anima,

La delizia dell’anima mia…

…È finita, non siede che l’odio

E la morte nel vedovo cor!

O dolcezze perdute, o speranze d’amor!

Al termine mi sarei quasi detto:

«Bravo!»

Decisi di ascoltare immediatamente la registrazione. Riavvolsi la musicassetta, premetti play, e… dopo qualche secondo interruppi la riproduzione del nastro. Solo qualche nota.

Chiesi a Tullio:

«La registrazione rende fedelmente la mia voce?»

E lui:

«Sì è abbastanza fedele. Perché?»

Ed io:

«Nulla, nulla. Preferisco ascoltarla da solo, con calma. Ti spiace?»

Fece spallucce senza capire. Oppure capì e stette al mio gioco.

Ci sfogammo con il duetto dei Puritani tra baritono e basso, con la trascinante cabaletta Suoni la tromba intrepido.

Sembravamo entrambi soddisfatti.

Ancora due chiacchiere, parlammo del più e del meno, ancora qualche risata su Mantovani e Donna Fernanda, mangiammo qualche biscotto con una bevanda fredda e se ne andò.

Rimasi solo con il registratore. Mi sentii come se mi fossi dovuto specchiare per la prima volta dopo un intervento di chirurgia plastica.

La mia voce non era come avrei voluto che fosse.

Non solo non mi piacqui ma mi trovai inascoltabile.

Per dirla in breve, mi sembravo un bue lamentoso, fisso e stonato con dizione confusa. E le ‘erre’…erano tremende.

La descrizione finisce qua perché il brutto è facile da rendere.

«Se ora mi dicono che sono migliorato…chissà come sarò stato quando cantavo da tenore!». Sorrisi per tutte le cose che avevo pensato di Tullio. Ed io pensavo che, oltre ad essere sgarbato, fosse il malafede!

Mi convinsi che non avevo alcuna attitudine per il canto.

Valevano anche per me le parole che il professore di Analisi I rivolse ad un mio collega di astronomia al termine di un esame infelice mentre gli restituiva il libretto universitario senza voto:

«Lei mi ricorda un violinista a cui mancano le mani. Ora, non c’è nulla di male non avere le mani ma, almeno, non faccia il violinista».

Decisi di abbandonare baracca e burattini.

Diedi addio al canto e alle scantarellate.

Per sempre.

E senza rimpianti.

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