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Plumbeo Chopin di Mikhail Pletnev

Tempo di lettura: 3 minuti

Venerdì 27 febbraio mi sono recato all’Auditorium Manzoni di mala voglia perché, pur gradendo assai, in generale, le composizioni di Fryderyk Chopin, il programma prevedeva solo l’esecuzione di entrambi i suoi concerti per pianoforte e orchestra e questa idea mi dava un preventivo senso di uniformità, pensando che fosse meglio distribuirli in due concerti insieme a musiche di altri autori senza la presenza di questo strumento solista.

Questo pensiero era condiviso da alcuni ma non dai più, visto che il teatro era ben affollato, attirati dal nome del pianista Mikhail Pletnev, non penso che lo fossero dal direttore d’orchestra Dian Tchobanov.

Quanto fosse motivato e ben disposto verso lo ha dimostrato un’esagerata accoglienza alla semplice apparizione di Pletnev sul palcoscenico, tanto che il suo volto ha manifestato un divertito stupore. Il pianista si è presentato in maniera piuttosto dimessa, camminando lentamente, trascinando i piedi, con una postura incurvata, da persona più anziana di quanto egli effettivamente è.

Inizia la lunga introduzione del primo concerto chopiniano e sento qualcosa di strano nell’orchestrazione; se avessi letto, durante l’attesa prima dell’inizio, il programma di sala avrei appreso che, per risolvere la nota questione della non memorabile capacità di Chopin quale orchestratore, Pletnev ha riorchestrato i concerti, e in questa versione li avremmo ascoltati. Il risultato è indubbiamente più sostanzioso rispetto all’originale dell’autore, caratterizzato da una maggiore varietà timbrica, un maggiore dialogo con il solista, un po’ più vicino a Beethoven, abbandonando la nativa linearità mozartiana dove l’orchestra sembra essere una piacevole ancella.

Il direttore si è immerso nelle novità dell’arrangiamento di Pletnev dirigendo con mano pesante e scuri colori tanto da avvicinare Chopin a Bruckner. Forse intendeva dire «guardate che dovete applaudire pure me».

Strane espressioni passavano sul volto di Pletnev seduto scompostamente non sul solito sgabello regolabile ma spaparanzato su di una sedia con schienale, a cui si appoggiava; incomprensibili gesti delle mani, sguardi verso l’orchestra, parevano perfino di disapprovazione, oppure sembrava volerla condurre lui. E ciò mi ha dato disagio.

Devo dire che lo Chopin interpretato da Pletnev in generale non mi è piaciuto. Se, da un lato, ha destato meraviglia l’incredibile legato, tanto che non pareva suonare uno strumento a corde percosse, un gran coda Kaway, da cui otteneva un potente suono scuro come il bronzo che si illuminava solo nelle ottave più alte, dall’altro lato questo ha avvolto le melodie di una costante cupezza, non restituendo la variegatissima tavolozza timbrica di Chopin e i suoi incastri sonori.

A questo si è aggiunta una agogica allargata, eccessiva nei movimenti centrali perché si perdeva la coerenza del discorso musicale e con una dinamica troppo rarefatta, e una scarsa propensione per il rubato: un oratore trattenuto, piatto e dimesso. Forse svogliato? Oppure si potrebbe dire uno stanco interprete, senile, seppure anagraficamente ancora lontano dalla vecchiaia. E penso al vecchio Arthur Rubinstein che mantenne anche in età avanzata suono e energia elettrizzanti, capaci di illuminare le pagine chopiniane.

Il pubblico bolognese è spesso assai generoso e anche al termine di questo concerto ha tributato un grande successo al pianista e di questo ne ha usufruito anche il direttore.

Per quanto mi riguarda mi sono un poco annoiato.

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