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Federico Colli e Michele Mariotti: Schumann e Wagner

Tempo di lettura: 4 minuti

Tenendo conto della consuetudine di celebrare i fine settimana con sciocche vacanzucce di qualche decina di ore, programmare un concerto per la sera della vigilia pasquale, il 4 aprile 2026, in cui simbolicamente si dà inizio alla follia del   turistico di qualche giorno, pareva una delle non infrequenti scemenze della direzione artistica del Teatro Comunale. E invece l’Auditorium Manzoni era abbastanza pieno, pubblico senz’altro attirato dalla presenza di Michele Mariotti, già direttore principale e poi direttore musicale del Teatro Comunale di Bologna. Forse il pubblico era meno attirato dalla presenza del pianista Federico Colli, il quale costituiva, invece, per me il maggiore motivo di interesse del concerto con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che aveva, nell’ordine, il seguente programma:

Prima parte

Robert Schumann: Concerto in La minore per pianoforte e orchestra op. 54

con bis costituito da una trascrizione di Federico Colli dell’aria Lascia ch’io pianga di Georg Friedrich Händel per solo pianoforte

Seconda parte

Richard Wagner: Lohengrin, preludio al primo atto

Parsifal, Incantesimo del Venerdì Santo

Tristan und Isolde, Preludio e Trasfigurazione di Isolde.

Insomma un solido programma senza sorprese di belle musiche che non possono non condurre a un sicuro successo come, in effetti, e alla fine meritatamente, è avvenuto.

Federico Colli ha dato una lettura assai ispirata del capolavoro schumanniano, restituito con una notevole varietà sia timbrica che agogica e dinamica, passando da momenti di estatica riflessione a scattanti accensioni. Questo avrebbe dovuto dare un risultato ottimale per esprimere uno dei capisaldi del pianismo romantico. E invece il tipo di tocco e la peculiarità del suono – il primo non caratterizzato dal legato ma da un legato-staccato e un suono nitido in cui prevaleva l’aspetto percussivo dello strumento – sembravano più consoni o per i concerti mozartiani o per musiche modernistiche come quelle di Prokofiev. Il pianista ha ricambiato l’entusiasmo del pubblico con la francescana trascrizione dell’aria sopracitata con poche note in più rispetto all’originale. Federico Colli, infine, esibisce una presenza dandistica, forse un poco fuori tempo, grazie alla figura elegante, slanciata, agli abiti scelti e all’ampia gestualità da nobile un po’ sofisticato.

Nell’ambito direttoriale, attualmente è abbastanza diffuso un approccio che privilegia un’analisi del testo musicale con l’evidenziazione, in vario modo, di elementi connettivi generalmente trascurati o trascurabili, nuovi accenti, nuove marcature espressive, e con una ricerca puntillistica di effetti talora fine a se stessa, dove la teoria speciosa prevale sulla poesia genuina; questo spesso si ritrova, oltre che nelle cosiddette esecuzioni storicamente informate – espressione questa ora assai in voga e da me deprecata – , in esecuzioni, che tali non vogliono essere, da parte di una squadra tutt’altro che sparuta di musicisti e direttori d’orchestra. Questa modalità interpretativa non riesce a carpire la mia attenzione e, talora, non riscuote il mio favore, poiché non mi pare manifestazione di una reale cifra personale ma solo una eccessiva indagine con la lente d’ingradimento dello spartito a scapito dell’idea musicale complessiva, evidenziando alcuni riposti particolari orchestrali, oppure staccando tempi inconsueti, magari cervellotici, mi pare piuttosto una solerte ricerca dell’inconsueto, anziché del grande arco di pensiero ed espressivo del compositore. La lettura personale di una partitura, a mio avviso, non deve essere originalità a ogni costo.

La direzione di Michele Mariotti nella serata prepasquale al Manzoni, pur rimanendo un prestazione generale senz’altro di alto livello,  mi è parsa, qua e là, che sia stata caratterizzata da quanto ho sopra descritto; come certe inaspettate risposte orchestrali nel concerto schumanniano, molto repentine e nette, quasi luciferine, fors’anche troppo forti rispetto alla quantità di suono del solista; come una tendenza a prediligere dei suoni puri delle sezioni orchestrali anziché gli impasti e un raggiungimento immediato del fortissimo (Pierre Boulez diceva, a tal proposito che il fortissimo nella musica di Wagner deve essere come un pennello lasciato cadere nella colla e non come un sasso nell’acqua); come nel Preludio di Tristan in cui mi è parso che l’orchestra quasi declamasse come un attore.

E capisco che la successione dei brani presentati nel secondo tempo fosse da considerarsi un corpo unico, come una sinfonia o una suite, e quindi è stato comprensibile il gesto con cui il direttore ha frenato gli applausi. Meno giustificabile, a mio avviso, è stato il silenzio sospeso, durato qualche decina di secondi, dopo la Trasfigurazione di Isolde, con gli archetti in aria e gli altri orchestrali fermi come statue: dopo una simile musica può esserci solo un istantaneo boato di applausi e urli del pubblico al settimo cielo.

Pubblicato inBolognaMusica

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