Il Naso (Con un pensiero a Tito Schipa)

La prima opera lirica di Dmitri Shostakovich ha un titolo brevissimo: Нос (traslitterato: nos), da Gogol’, cioè Il Naso, dove l’aggiunta nella traduzione italiana dell’articolo determinativo, mancando gli articoli nella lingua russa, suggerisce che la parte di un corpo umano è personaggio dell’opera, come in effetti avviene: un naso tagliato dal barbiere Yakovlevich sbarbando l’Assessore Collegiale Kovalyov, che va in giro per conto suo per la città di San Pietroburgo; al termine dell’opera il naso sarà nuovamente al suo posto sul volto di Kovaliov dopo una serie surreale di divertenti peripezie. Il Naso è un ruolo che Shostakovich scrisse per la voce di tenore, mentre il suo proprietario è baritono.
In questi tempi sembra aggirarsi nei teatri una noiosa abitudine di cantare nel naso ritenendo, i cantanti, insufficiente la vecchia funzione prevista dalla natura per la protuberanza che collabora nell’inspirare e nell’espirare, nonché essere luogo ambito dai raffreddori. Io per questi cantanti vorrei essere il loro barbiere Yakovlevich, buttando il loro naso nella corrente della Neva dal Dvorcovyj most, sperando che esso si disperda, a differenza di quello di Kovaliov, sui fondali del Golfo di Finlandia.
Non mi piacciono le voci liriche che risuonano nel naso, il canto dal sentore di ipertrofia adenoidea; oltre ad essere un errore da parte del cantante, non è un piacere per l’ascoltatore. Ed è una peculiarità facilmente parodiabile, se non risibile: molti anni fa, con gli amici, parlando di quel certo cantante nasale si diceva ecco Gatto Silvestro, che, in America e in Italia, viene doppiato appunto con voce nasale.
Le voci maschili più acute, cioè i tenori e, in special modo, i frequentatori di un repertorio leggero, sono quelle che utilizzano più frequentemente questa modalità di emettere il suono, ma talora anche nella corda baritonale è possibile riscontrarla; tra le voci femminili le nasalità si mimetizzano un pò con gli armonici di cui naturalmente esse sono dotate e, quindi, nel registro centrale sarà più facilmente udibile questo errore rispetto al registro acuto.
È un difetto che si propaga attraverso un cattivo insegnamento o con una errata interpretazione dell’allievo e che si consolida per una scarsa capacità del cantante nell’analizzare il proprio strumento, scambiando per colore chiaro, come s’addice a un cantante leggero, il suono conficcato nelle cavità nasali.
A me piacciono i cantanti del passato, quelli più direttamente vicini alle scuole storiche e raramente nei loro dischi si ascoltano delle nasalità. Una di queste rarità fu Anton Dermota, cantante che ascolto malvolentieri. E invece Tito Schipa, tenore leggero per eccellenza, non aveva una sola nota nasale così come, in tempi più recenti, Rockwell Blake, esibendo questo delle agilità da funambolo in aggiunta, differentemente dal leccese, a una notevole estensione nel registro acuto. È curioso che gli allievi di canto non mettano a profitto un ascolto attento dei più grandi artisti o che perfino non li conoscano, anche per imitarli: ogni arte inizia con l’imitazione di qualcuno o qualcosa.
Inoltre le voci nasali, in aggiunta al fatto che non sono maggiormente udibili rispetto a quelle non nel naso, mantengono, nei tenori, un timbro adolescenziale non consono per i ruoli del grande repertorio romantico e successivo. Sono voci che devono rimanere sempre giovani nonostante la maturazione fisica e psicologica del cantante. E questo mi pare un controsenso perché ogni cosa, pure la voce, deve evolvere; altrimenti si estingue.

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