Le mie insofferenze riguardano diversi aspetti del vivere quotidiano, fra i quali l’ascolto della radio. Io sono un grande consumatore di radio, potrei anzi dire che le trasmissioni di Radio Tre marcano le giornate come un orologio, essendo quotidianamente ricorrenti e, in generale, puntuali. Perché Radio Tre? Perché, mi piace la musica ma non mi piace che la radio sia un semplice sottofondo, cioè solamente un qualcosa che, in casa, gratifichi il bisogno di compagnia allorché mancano le fisiche presenze, cosa non rara poiché vivo da solo, con due gatti anziani dediti a grandi sonni diurni. Radio Tre è fatta per chi ascolta in maniera attiva, per chi vuole apprendere e informarsi in modo più approfondito, e magari per ottenere degli spunti a cui possono conseguire delle concatenazioni generatrici di cambiamenti o crescita. Si potrebbe dire che Radio Tre è il piccolo spazio in cui una cosa difficile da definire come la cultura viene ospitata senza capitali banalizzazioni e compromessi di natura commerciale, di gara per il migliore ascolto o di natura politica; ma questa, pian piano, si sente essere sempre più presente.
Ascoltando la radio, si è come dei ciechi: il mondo ci perviene attraverso le parole ovvero lo ricostruiamo attraverso di esse. A parte i notiziari, in cui la cronaca assorbe l’attenzione quanto maggiore ne è la gravità, in tutte le altre trasmissioni radiofoniche di Radio Tre è necessario che il discorso sia ben strutturato, fluente e coerente con i concetti espressi; e la voce di chi li esprime deve possedere un timbro ben educato; e purtroppo la vicinanza del microfono alla bocca agisce come una perfida lente da ingrandimento acustico, rendendo più evidenti i tic ricorrenti del conduttore e amplificando alcuni rumori fisici prodotti durante il parlare. Il rispetto di una bella forma generale nell’eloquio sono, a mio avviso, assolutamente da richiedersi a conduttori di professione e anche, di fatto, coautori estemporanei. Eppure basterebbe poco per correggere queste limitazioni, con l’aiuto di un buon attore, qualora il conduttore ne fosse consapevole oppure se si calasse nelle orecchie dell’ascoltatore. Nella maggioranza dei conduttori di Radio Tre, nelle trasmissioni da me perlopiù seguite, trovo una diffusa competenza, salvo mie divergenze rispetto a questioni ideologiche, ma, per contro, le questioni di forma nell’esporre il discorso, come ho poco sopra descritto, sono talora insufficienti o per me irritanti e questo mi induce a cambiare trasmissione, a spegnere la radio per l’ascolto dei miei dischi. Oppure optare per il silenzio. E faccio degli esempi.
Nell’ambito della serale rubrica Radio 3 Suite la conduttrice che più di tutti mi induce a cambiare trasmissione o a spegnere la radio velocemente e compulsivamente è Renata Scognamiglio: l’intonazione non è mai pertinente al senso del discorso e, comunque, mi ricorda un vispateresa che legge Wikipedia o le note di presentazione di un cd; pause, inspirazioni e deglutizioni frequentissime interrompono il discorso a caso; per esempio l’anno 2026 viene pronunciato ‘duemila’, pausa, inspirazione o deglutizione ‘eventisei’. A Renata Scognamiglio (chiamata a presentare, di mattina anche Primo Movimento e Il Concerto del mattino) segue, nella graduatoria del suscitare la mia insofferenza serale, Andrea Penna che sì manifesta l’approfondita conoscenza degli argomenti con voce carezzevole, quasi sussurrata, ma inserisce tra ogni parola e l’altra successiva degli ehhh, ehm, come se ricercasse continuamente la parola giusta, con l’inframmezzo di sonore deglutizioni. Fabio Cifariello Ciardi, compositore, ha il tono eccessivo, quasi stentoreo, di una persona con problemi di udito o quello sopra le righe di chi ha bevuto settemila caffè, inframmezzando le interessanti osservazioni con rumorose e prolungate deglutizioni. Infine se ammiro Guido Barbieri, storico della musica dalla voce chiara e lieve, quando è chiamato alla lettura di monografie, sempre assai interessanti e documentate, allorché conduce la trasmissione in diretta, o interloquisce con un ospite, mi infastidisce il frequentissimo intercalare di inutili ripetute risatine compiacenti.
Valentina Lo Surdo, conduttrice, fra i tanti, di Primo movimento del Concerto del mattino, a parte il tono di rappresentante di non so quale merce e con la familiarità di chi è stata compagna di banco di Wagner all’asilo, pronuncia i nomi e cognomi stranieri in maniera eccessiva: Jochan Szebastian Bagkhhh, Serghei Rakhhhmaninof, Fryderykk Shsciopéh, Mohisss Hhhravel e così via. E Susanna Franchi, competentissima giornalista musicale di un famoso quotidiano nazionale nonché conduttrice in diretta da Torino dei concerti dell’orchestra Arturo Toscanini della RAI, non rientra propriamente nel mio cahier de doléances radiofonico, ma non posso non notare che, quando non presenta le musiche, effettua una cronaca della serata nel solco di Sandro Ciotti e Nando Martellini, descrivendo senza prendere fiato e sottovoce qualsiasi minimo gesto del direttore, dei solisti, del coro, degli orchestrali, specialmente del violino di spalla Alessandro Milani, per il quale la simpatica Franchi pare manifestare una certa predilezione.
Uscendo dall’ambito della musica classica, ascolto con difficoltà le presentazioni di Nicola Catalano, presente in diverse trasmissioni fra cui Sei Gradi, per via della scura voce gutturale che scende sempre più in basso e di una dizione confusa; ascolto con difficoltà Chiara Valerio ne L’isola deserta, scrittrice, editor e curatrice di programmi, per via del parlare velocissimo a scatti, intonazione adolescenziale e timbro vocale petulante, fastidiosamente acuto. Cambio trasmissione allorché, durante Pantagruel, fa capolino Katia Ippaso, commentando il teatro di prosa, il tono da intellettuale impegnata con emicrania e una pronuncia artefatta: il suo cognome diventa Ippaszio, ovvero Ippajo con la j alla francese di déjeuner.
E infine colloco nella Giudecca la superdocumentata Susanna Tartaro, presentatrice e curatrice di Fahrenheit, rubrica di libri e idee, a suo modo assai brava, non tanto per la voce ruvida e i toni da tardiva figlia dei fiori che si sforza per trovare frasi intelligenti, quanto per contenuti e modi. Invitati gli scrittori a parlare dei propri libri, la Tartaro si dilunga per più della metà del tempo a disposizione per l’intervista in prolisse introduzioni e involute domande lasciando poco spazio all’autore, e interrompendolo ripetutamente, talvolta con disappunto dell’interessato. Se fossi scrittore esplicitamente chiederei di non trovarmi davanti la Tartaro per evitare risse alla Sgarbi.
Termino elencando i conduttori che ascolto sempre volentieri, senza riserve, e che non sono pochi: Nicola Campogrande, Oreste Bossini, Gaia Varon, Riccardi Giagni, Francesco Antonioni, Luca Mosca, Giovanni Bietti, Maria Cecilia Farina, Carlo Boccadoro, Sandro Cappelletto e il mio prediletto Edoardo Camurri.

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