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La Sinfonia di Hans Rott in prima esecuzione italiana

Come ascoltatore non butterei via una nota scritta da Johannes Brahms. E se penso che diverse sue composizioni, tanto era severo con se stesso, servirono per alimentare le fiamme del suo camino mi viene da piangere. C’era chi non avrebbe pianto: tra Brahms e Ciaikovsky non correva buon sangue e quest’ultimo probabilmente avrebbe sperato che l’Amburgese ne avesse bruciate altre: «La musica di Brahms non esprime mai niente, e se esprime qualcosa, allora non finisce di esprimerla; la sua musica è costituita da brandelli di qualcosa incollati tra loro artificialmente. Il disegno è indeterminato, privo di colori, di vita…la personalità musicale di Brahms mi è semplicemente antipatica; non lo posso digerire». Giudizi che Brahms contraccambiava, fondati sia sul gusto personale e sulla antipatia reciproca, da un lato, e dall’altro su un diverso approccio compositivo: se Brahms pensava a Bach, il chiodo fisso di Ciaikovsky era Mozart.

Contro il tedesco si espresse pesantemente Hugo Wolf, secondo cui tutte le Sinfonie insieme e le Serenate dell’Amburghese non avevano pari valore di un trillo di Liszt; e, per Ferruccio Busoni, Brahms era «troppo tedesco, pesante, formalista, dottrinario…dotato di scienza e di profondità non tuttavia bastevoli a mascherare povertà d’invenzione.»Secondo Manuel de Falla, Brahms possedeva «un freddo temperamento di protestante. È un eccellente musicista, che sa il suo mestiere; ma non ha temi.»

Nè Brahms, da parte sua, era una colomba, non lesinando, nei giudizi verso altri compositori, la severità che rivolgeva verso se stesso: Liszt, Wagner, Bruckner, Ciaikovsky furono oggetto di decise critiche; di Mahler e Richard Strauss ne riconosceva il talento ma al contempo avvertiva il nuovo che essi portavano. Ma non ebbe modo di vederlo dispiegarsi per intero.

E proprio l’autorevole giudizio di Brahms tarpò le ali a Hans Rott, compositore nato nel 1858, protagonista con la sua Sinfonia in Mi maggiore, composta tra il 1887 e il 1880, del secondo tempo del concerto sinfonico che si è tenuto il 6 febbraio all’Auditorium Manzoni, eseguita in Pioprima italiana dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna sotto la direzione di Sebastian Weigle.

Promettente allievo di Anton Brucker, compagno di studi di Wolf e Mahler, una preliminare esecuzione del primo movimento di fronte ai docenti del Conservatorio fruttò a Rott il rifiuto di una borsa di studio a lui necessaria, viste le sue scarse disponibilità economiche. Ma la situazione precipitò allorché, nel 1880, la Sinfonia completata e rivista fu presentata al Premio Beethoven di cui Brahms era a capo della commissione giudicatrice: il giudizio severo del grande compositore e l’esito della giuria furono il principio, forse la causa per un mente fragile, di una rapida corsa verso l’abisso del manicomio dove qui morì a ventisei anni, tra l’altro, per tubercolosi.

Le composizioni di Rott finirono in un archivio, subendo una sorta di damnatio memoriae interrotta solo un secolo dopo dal ritrovamento di un musicologo: ciò equivalse ad avere la gloria di chi subisce l’invidia degli dei, di genio sfortunato che non ebbe futuro. Così Gustav Mahler si espresse sul giovane amico scomparso: «È impossibile stimare la perdita che la musica ha subito. Considerate le vette di genialità a cui si eleva la sua Prima sinfonia, un’opera che scrisse a soli vent’anni e che lo rende, senza esagerare, il fondatore della nuova sinfonia, come la intendo io.» Mahler descrive in maniera un po’ generica quale era la sua concezione di sinfonia: «Una sinfonia deve essere come il mondo. Deve contenere tutto», insomma un universo sonoro onnicomprensivo, in cui coesistono l’infinitamente grande e il piccolo, il sacro e il grottesco, il dolore e la gioia, l’unione degli opposti; roba da esoteristi, da alchimisti.

Così parrebbe, secondo Mahler, che la Sinfonia di Rott sia un punto di svolta nella Storia della Musica come lo fu l’Eroica di Beethoven; Mahler poi così ridimensiona: «Naturalmente, non raggiunge esattamente ciò a cui mirava. È come se qualcuno si lanciasse per il più lontano dei lanci e poi, ancora un po’ goffamente, mancasse il bersaglio di una certa misura.» Parole di stima decisamente belle a cui, però, non corrispose da parte del direttore-compositore boemo l’unica azione reale per preservare memoria del talento di Rott, cioè mai eseguì la Sinfonia dell’amico davanti al pubblico, pur possedendone una copia della partitura.

Io incrociai per caso questa Sinfonia accendendo la radio in automobile: era da poco incominciata ma potei gustare quasi per intero il principio mozzafiato del primo movimento. Durante l’ascolto mi chiedevo se fosse un ritrovamento bruckeriano; no, non poteva essere per diverse somiglianze mahleriane; comunque era roba del tardo ottocento vista la pesante presenza di fantasmi wagneriani. Scesi dall’automobile solo dopo avere conosciuto il nome del compositore perché era una musica che certamente accese il mio interesse: mi era piaciuta.

Diversi anni dopo, ascoltando la Sinfonia di Rott dal vivo, l’opinione si è un poco raffreddata. È senz’altro musica da ascoltare per approfondire la conoscenza su come si diffusero le nuove idee musicali e la nuova estetica dopo la bufera wagneriana, ma, in teatro, si comprendono certe perplessità dei contemporanei. L’orecchio che ha ascoltato il prima e il dopo a Rott individua facilmente i modelli di ispirazione: nel primo e secondo movimento è evidente il debito nei confronti del maestro Bruckner e, di riflesso, verso Wagner; il terzo movimento è il più originale e più nuovo in quanto sembra anticipare temi e climi che ritroveremo nella Prima Sinfonia di Mahler (fu per questo motivo che mai diresse la sinfonia di Rott?) nel quarto movimento il giovane compositore sembra tentare una curiosa sintesi tra Brahms e Wagner, con la complessità e, talora, la prolissità dell’ultimo movimento delle tre sinfonie mahleriane centrali. Alla fine di tutto, si può dire che è senz’altro musica da ascoltare con attenzione, i cui momenti di vero interesse, precursori della nuova concezione di sinfonia, sono concentrati nel penultimo movimento.

Sebastian Weigle a capo dell’Orchestra del Teatro Comunale non mi pare che sia andato oltre la semplice onesta esecuzione della partitura; i quattro movimenti sono stati caratterizzati da un’uniformità timbrica di grossa grana, una costante amalgama sonora senza differenziazioni che abbiano meso in luce la costruzione formale o siano venute in aiuto all’orchestrazione. Insomma tutto è stato all’insegna di una certa pesantezza. E una certa pesantezza ha caratterizzato anche l’esecuzione, sul versante orchestrale, della composizione proposta nella prima parte, la Rapsodia su un tema di Paganini di Sergei Rachmaninov, viceversa caratterizzata da snelli e scintillanti guizzi modernisti. Il giovane pianista Angel Stanislav Wang ha però suonato con ottima tecnica, con suono bellissimo, sempre emergendo rispetto all’orchestra, e con esiti espressivi più che soddisfacenti.

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