Il baritono Lucio Gallo e la pianista Hélène Grimaud hanno tenuto, nell’arco di pochi giorni, due recital, il primo presso la sala Mozart della vetusta Accademia Filarmonica, l’altra presso il bel Teatro Auditorium Manzoni che, in un tempo non troppo lontano, fu una elegante sala cinematografica per la quale vi fu anche un folle progetto di convertirla in autorimessa.
Bologna è una città ricca di avvenimenti musicali, tanto che non è agevole seguire tutte le manifestazioni, gestiti da associazioni e fondazioni tra loro indipendenti e che raramente sembrano colloquiare.
Per sabato 21 marzo 2026, con scarsa lungimiranza, l’Accademia Filarmonica aveva programmato un interessante concerto liederistico di Lucio Gallo in concomitanza della prima al Comunale Nouveau dello spettacolo interamente mascagniano comprendente Cavalleria Rusticana, precludendo la possibilità di avere una maggiore affluenza alla serata del baritono in un genere, a Bologna, assai raro, soprattutto con un interprete di fama. E quindi i cento posti erano tutt’altro che interamente occupati come sarebbe stato giusto.
Il programma è stato il seguente:
Franz Schubert: L’incanto degli occhi; Il traditor deluso; Il modo di prendere moglie
Franz Liszt: Tre sonetti del Petrarca
Richard Strauss: Morgen; Zueignung; Traum durch die Dämmerung
Hugo Wolf: Drei Gedichte von Michelangelo Buonarroti
Maurice Ravel: Don Quichotte a Dulcinée
Francesco Paolo Tosti: Comme va?; ‘A vucchella; Marechiare,
programma assai esteso, ad ampio spettro temporale e stilistico, che ha avuto una coda di due bis. Un lungo programma faticoso, ben sostenuto dall’esperto cantante senza alcun cedimento vocale.
Dal punto di vista tecnico, la produzione del suono di Lucio Gallo è esemplare, paragonabile a quella dei baritoni di migliore scuola; a questo si aggiunga una rotondità che rammenta quella di Renato Bruson, ma con un timbro più brunito, e senza le sofferenze nel registro acuto del cantante veneto. E la voce di Lucio Gallo è così ampia e sonora che nello spazio limitato della sala Mozart sembrava un torrente in piena in ogni suo registro.
Da Lucio Gallo, essendo stato allievo di Elio Battaglia – colto baritono, tra i pochi italiani che curarono il repertorio liederistico, questi studiò a sua volta con Erik Werba – mi sarei aspettato un’aderenza allo stile ben codificato da un cantante come Dietrich Fischer Dieskau, con un rapporto di parità tra parole e canto, tra poesia e melodia. E invece il baritono tarantino ha seguito una propria strada: lo strumento vocale, quale solista, è stato prevalente, curando il bel suono pieno, rotondo, e la linea di canto, con grande ricchezza dinamica, una forbice di suono assai ampia e suggestiva, passando da soffici pianissimo a cospicue ondate vocali di grande impatto; l’effetto espressivo veniva quindi reso più per accumulo che per sottrazione, diciamo una sorta di drammatizzazione lontana, però, dal trasmutare il lied in melodramma. Insomma una bella prestazione.
Il bravo pianista Amedeo Salvato ha ben accompagnato il baritono, eccellendo nei Tre sonetti del Petrarca di Liszt dove il pianoforte va oltre il semplice accompagnamento.
Il recital di Hélène Grimaud, inserito nella rassegna di Musica Insieme, si è tenuto il giorno 24 marzo 2026 aveva un programma assai classico:
Ludwig van Beethoven: Sonata n. 30 in mi maggiore op. 109
Johannes Brahms: Tre Intermezzi op. 117; Sette Fantasie op. 116
Johann Sebasian Bach/Ferruccio Busoni: Chaconne dalla Partita n. 2 in re minore BWV 1004.
La sala era colma di un pubblico che ha prontamente accolto la pianista in maniera assai festante, a mio avviso un po’ eccessiva per chi non ha ancora posato le mani sulla tastiera, forse una preliminare espressione di gratitudine dovuta ad altro – prestigio, memoria di altri concerti, la proiezione avvenuta due giorni prima di un documentario sulla vista dell’artista. Dopo una tale accoglienza, misura di una grande aspettativa, penso che non sia semplice per qualsiasi artista trovare l’adeguata concentrazione e richiamare a sé la propria arte. E invece la Grimaud sembrava avere freddamente la propria arte pronta a esprimersi sulle falangi, iniziando a suonare senza avere ottenuto il totale silenzio nella sala, risolvendo così la sacralità dell’Incipit; curiosamente la pianista ha ripetutamente assestato la distanza e dell’altezza della panca non solo tra un brano e l’altro ma anche durante diverse pause all’interno di essi, piccole intrusioni che potevano interrompere la concentrazione, da parte del pubblico, nell’ascolto.
Il concerto è stato complessivamente di alto livello: un pianismo dal bel tocco potente, adeguato alla grande sala, un suono bronzeo, di ampia tavolozza dinamica; lontana da istrionismi e da eccessi, la pianista ha mostrato un approccio maturo in cui la ragione ha il controllo del sentimento. Nella Ciaccona avrei, però, preferito toni più estrosi e visionari.
Al termine del concerto, il pubblico, avendone ora motivo, ha tributato a Hélène Grimaud una grande quantità di applausi.











