Sia per diventare solista che per accedere a un coro, il principio della carriera di un giovane cantante lirico attualmente prevede tante esibizioni dinanzi un pubblico particolare: persone con il compito esclusivo di giudicare, commissioni che stileranno una graduatoria di merito per determinare dei vincitori – i migliori, e, conseguentemente, gli esclusi, i più scarsi – oppure dinanzi a direttori artistici e ad agenti teatrali col fine di essere scritturati per precisi ruoli o, quantomeno, per destare l’interesse degli agenti teatrali ed esserne rappresentati.
L’appetibilità dei concorsi di canto destinati ai solisti varia con le possibilità di chi li promuove, ciò che offrono mecenati, enti, teatri, poiché ve ne sono alcuni in cui verranno rilasciati ai meglio qualificati mere targhe o attestati di partecipazione, mentre altri mettono in palio modeste somme di denaro, e altri ancora la partecipazione a opere liriche messe in scena, per l’occasione, da chi ha organizzato il certame lirico. L’autorevolezza del concorso di canto, oltre che dai promotori, è segnata anche dalla sua tradizione, cioè quanto esso è radicato nel tempo, dal livello della commissione giudicatrice e dalla sua visibilità.
I concorsi di canto sono tanti, non infrequentemente indetti da oscure associazione o circoli in memoria anche di cantanti dalla carriera gregaria, in una piccola dimenticata località, e quasi tutti recano l’aggettivo internazionale: Concorso Internazionale di Canto Pinco Pallino. E qualsiasi concorso di canto nel nome di Chicchessia, anche nella località più sperduta, pure con una giuria scarsamente autorevole e qualsiasi forma di premio, favorito dall’attuale istantanea diffusione delle notizie attraverso Internet, risulta sempre pieno di partecipanti provenienti anche dai paesi più lontani, motivati non solo dall’obiettivo di rientrare nei primi tre posti della graduatoria, ma anche dal fatto che è anche una vetrina dove, potenzialmente, si possono incontrare persone che contano per l’avvio, lo sviluppo, della professione, come appunto direttori di teatri lirici e agenzie di artisti. E per molti di questi concorsi, i giovani cantanti si sobbarcano non solo spese di viaggio, vitto e alloggio, ma anche il costo dell’iscrizione: è per me un controsenso che i concorrenti debbano pagare per essere giudicati, cosicché il concorso pare avere come finalità non la premiazione di nuovi talenti ma la propria sussistenza, alimentata dal denaro richiesto per l’iscrizione.
Non infrequentemente, la giuria esprime un verdetto divergente non solo rispetto alle aspettative di ciascun candidato esaminato ma anche rispetto alle aspettative o alle preferenze del pubblico presente, libero da diretti legami con i cantanti della gara; i risultati saranno inspiegabili per l’orecchio, si sentiranno borborigmi di ingiustizie, circoleranno, tra i concorrenti eliminati, mugugni, voci di raccomandazioni, di imbrogli e pastette, di cointeressenze tra giurati e maestri di canto oppure si supporranno accordi di qualsivoglia genere. Il problema è, però, che tanto più si accentuano le secche del canto nell’ambito del repertorio italiano e tanto meno i concorsi individuano talenti capaci di modificare questa triste realtà e, quindi, non servono a molto: i concorsi di canto sono il riflesso di una realtà più ampia.
Quindi, spesso non è nemmeno da opinare l’intero lavoro di selezione effettuato dalla giuria: magari solamente un cantante senza meriti viene mimetizzato in mezzo ad altri di poco più meritevoli, così un solo peccato veniale non è rilevante tra tante apparenti buone azioni: cosucce, tutte le graduatorie, in ogni ambito, hanno componenti, eufemisticamente, aleatorie. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Tuttavia, nella mente dei cantanti eliminati e dei loro accompagnatori, i piccoli dubbi sulla condotta della giuria possono risalire a ritroso e ricadere su tutte le fasi del concorso antecedenti la finale, con il rischio di mettere in discussione l’esito dell’intera gara: arbitro venduto! Inoltre, gli esclusi dal podio non trarranno alcun giovamento dal concorso, pensando di avere subito un’ingiustizia, né rifletteranno con obiettività sulla propria prestazione né analizzeranno le proprie capacità per migliorarle. Si dirà: nulla di nuovo sotto questo cielo. È vero.
Essendo giunto alla quinta edizione il Concorso Voci in Barcaccia. Largo ai giovani sembra un’iniziativa ormai consolidata, di grande rilevanza e qualità, in cui vengono selezionati veri talenti dalle belle voci. Questo è il mantra del presentatore-mentore del Concorso, incarnazione di Figaro-qui-Figaro-là-Sono-il-Factotum-della-Città.
A mio avviso, sulla base degli ascolti, mi pare che questo concorso non sia da buttare via ma nemmeno da considerarsi eccellente: utilizzando gli stessi voti a disposizione della giuria del concorso, cioè da sei a dieci con la possibilità di assegnare mezzo punto, direi che la valutazione complessiva del concorso è otto, una posizione mediana, uno dei tanti, appetibile, perlopiù, per la visibilità offerta dalla RAI che assicura un’ampia platea con l’opportunità di essere ascoltati da agenzie teatrali e direttori. I cantanti che arrivano alla semifinale spesso sono, invero, appena discreti; il concorso è, quindi, un’immagine dell’attuale impasse in cui si trova il cosiddetto canto all’italiana; inoltre, poiché i termini per partecipare al concorso in questione vengono ripetutamente prorogati si può pensare che, a dispetto di quanto viene detto dagli organizzatori, esso sia poco attraente per i cantanti oppure che il livello degli esclusi nella preselezione non sia adeguato per il decoro richiesto da una semifinale. Quest’’anno l’età massima per iscriversi è stata perfino elevata a trentaquattro anni, con la motivazione che le voci più gravi maturano tardi. Eppure Ezio Pinza e Tancredi Pasero, bassi, debuttarono a ventidue e ventiquattro anni, conquistando i grandi palcoscenici, con massimi ruoli, assai prima dei trenta.
Il grande problema di questo concorso è che i finalisti vengono selezionati nell’arco di sei serate da giurie differenti, quindi con differenti criteri, per arrivare alla proclamazione di un solo vincitore e, quindi, senza la possibilità di altri premi particolari, come avviene in tante altre gare canore. E, come tutti ì concorsi non di primo piano, il premio per il migliore di tutti è la soddisfazione di essere arrivato al primo posto, oltre alla possibilità di essere notato da qualcuno che possa offrirgli scritture per qualche spettacolo.
Nella seconda puntata di Voci in Barcaccia, un baritono messicano si è conquistata la partecipazione alla finale presso il Teatro dell’Opera di Roma cantando con una notevole verve, senza voce speciale e tenorile, la Cavatina di Figaro ma con una chiusura veramente arrangiata; io, invece, avrei premiato senza alcun dubbio, tenendo conto del contesto offerto, un tenore rumeno con una bella voce da vero protagonista, che ha messo sul tavolo nove assi di briscola, cioè i nove Do sopra il rigo che Tonio canta nel finale del primo atto de La Fille du Regiment, anche se l’ultimo non si era incastrato compiutamente.
E poi un soprano dalla voce assai interessante si è esibita nel recitativo e aria di Mina dall’ Aroldo, ma senza cabaletta, evidenziando diverse macchie tecniche, così come il soprano che ha cantato O zittre nicht, mein lieber Sohn! ha esibito acuti dubbiosi e scarse agilità; un altro soprano si è cimentata in Or sai chi l’onore con un timbro da soubrette e, infine, un soprano camuffato da mezzosoprano ha destato non poche perplessità in O mio Fernando da La Favorita. La giuria ha distribuito volti alti a destra e manca, e anche diversi dieci ma, secondo i miei criteri e il mio gusto, avrei assegnato, al massimo, pochi otto e cinquanta: agli asini non bisogna fare credere che sono dei cavalli da corsa, senza volere offendere gli asini non lirici.

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