Beethoven

Thomas Hengelbrock in Mozart, Haydn e Beethoven

Il concerto della Cuban-European Youth Orchestra Balthasar NOVA diretto dal fondatore Thomas Hengelbrock, con la partecipazione del mezzosoprano Kate Lindsey, il 10 giugno 2026, ha concluso, all’Auditorium Manzoni, la rassegna Grandi Interpreti del Bologna Festival, eseguendo il seguente programma:

Wolfgang Amadeus Mozart: Sinfonia n.34 in do maggiore KV 338

Franz Joseph Haydn: Berenice che fai? cantata per soprano e orchestra Hob. XXIVa:10

Wolfgang Amadeus Mozart: Al desio di chi t’adora aria-rondò per soprano e orchestra KV 577

Ludwig van Beethoven: Sinfonia n.7 in la maggiore op.92

Secondo Proust, l’abitudine è uno stato dell’anima bivalente che ci accompagna come amica e che, al contempo, dovremmo combattere quale nemica, un’esperta arredatrice dell’intimo spazio mentale ma anche un filtro anestetizzante per la capacità di intendere il reale. E se, da un lato, essa rende sopportabile l’ignoto creando delle routine familiari in ciò che ci è estraneo, dall’altro lato, l’abitudine depotenzia l’interesse per la novità oppure ci induce guardare ciò che ben conosciamo in modo distratto e automatico; oppure, ancora peggio, insinua l’idea che le cose non debbano mutare, negando l’essenza primaria del tempo.

In tale ambito potrebbe essere calato il concerto diretto da Hengelbrock. La musica è una modalità di espressione intimamente fondata sul tempo non solo nella sua costruzione ma anche nella sua fruizione che non può fare a meno della memoria, sottoprodotto del tempo  e, conseguentemente, dell’interpretazione. La fruizione della musica fa i conti direttamente con l’abitudine. A cavallo dei secoli XX e XXI, una certa idea delle musiche di compositori quali Mozart e Beethoven – ma questo è estendibile a diversi musiche le cui prime esecuzioni sono distanti dalle captazioni discografiche – si è sviluppata attraverso una sommatoria di cambiamenti di gusto e di molteplici individualità interpretative; le composizioni di Mozart e Beethoven non sono, cioè, solo musica cristallizzata sulla carta, ma suoni che vivono attraverso direttori e orchestre capaci di farne emergere l’intimo significato, o meglio, i molteplici significati, nella molteplicità delle epoche. Con compositori della statura di Mozart e Beethoven il ventaglio interpretativo è stato, ed è, amplissimo, con soluzioni musicali più o meno pertinenti a seconda dell’abitudine di chi ascolta. Se il gusto di chi ascolta è cresciuto con le interpretazioni storiche, solenni, romantiche, di Furtwängler o di Karajan, con il suono inconfondibile dei Berliner Philarmoniker, è possibile che l’orecchio, fuori da questa ‘abitudine’ interpretativa, e di ascolto, di fronte a nuovi sentieri, possa sentirsi disorientato, come può capitare con le cosiddette esecuzioni storicamente informate, neologismo, questo, che mi fa rabbrividire.

Dopo secoli di tradizioni e rivoluzioni, probabilmente, il nuovo si è esaurito e, in questa fase temporale, ciò che può scombinare l’abitudine è paradossalmente il ritorno alle origini presunte con esecuzioni basate su partiture riviste nel nome della ricostruzione filologica, suonate con strumenti musicali, con modalità e stile coevi al momento della prima esecuzione, generalmente ricostruiti non in maniera diretta ma sulla base di trattati e documenti, per dare vita a un’esecuzione autentica, scrollando via il più o meno sedimentato, incrostato, approccio romantico.

Il concerto di Thomas Engelbrock ha destabilizzato, ma non troppo, la mia abitudine di ascoltatore fin dall’ingresso dell’orchestra per via della sua disposizione che, ai tempi degli autori eseguiti, non era né univocamente determinata né era allineata con le attuali consuetudini: primi violini a sinistra, secondi violini a destra, viole accanto ai primi, i quattro ultimi esecutori di ogni fila erano in piedi; accanto alle viole stavano i corni; in mezzo, di fronte al direttore, tutti gli strumentini; i contrabbassi erano collocati tra strumentini e secondi violini; allineati in ultima fila, suonavano due trombe in piedi, timpani e violoncelli. Tutti i professori d’orchestra suonavano strumenti d’epoca – si potevano ammirare, nelle arie del mezzosoprano, anche due corni di bassetto – evidenziando problematici pratici che normalmente non costituiscono regola per un’orchestra moderna: rottura delle corde, forse di budello, tra i violini; svuotamenti continui, anche durante l’esecuzione, dai liquidi accumulati negli strumenti specialmente tra trombe e corni; ricorrenti accordature.

Ovviamente la disposizione dell’orchestra e una più antica modalità di suonare gli strumenti hanno generato una differente qualità di suono rispetto a quello ordinario, ovvero più secco, meno rotondo e senza aloni, ma pur sempre gradevole e, soprattutto, intonato.

La maggiore novità è stata rinvenuta nella celeberrima Settima Sinfonia di Beethoven con lo stacco dei tempi in generale assai veloce, fino a diventare frenetico nell’ultimo movimento – qui l’orchestra ha dato una prova di eccellente bravura – probabilmente vicino alle controverse indicazioni metronomiche fatte apporre dall’autore; la composizione è così apparsa in una veste assai luminosa, gioiosa, piena di ritmo, veramente l’Apoteosi della Danza – parole di Richard Wagner – anche nell’Allegretto che, sotto la bacchetta di molti direttori, diviene una grande orazione o una supplica. Il risultato è stato interessante e piacevole perché l’impostazione di Hengelbrock non è sembrata accademica o eccessivamente prona verso il credo delle esecuzioni storicamente informate.

Molto apprezzabili, ma un poco meno distanti dagli attuali standard di esecuzione, sono state le interpretazioni di Mozart e Haydn, con bei colori e una ragionevole, non dispersiva, cura dei dettagli.

Pur riconoscendo al mezzosoprano Kate Lindsey notevoli capacità come esecutrice – belle agilità, bei trilli, begli assottigliamenti, varietà di colori – non posso dire che mi sia piaciuta: il colore è gutturale, sembra quello di un soprano con acuti chiari, che non si aprono verso la platea, la dizione è confusa, e il volume non riesce a vincere contro un suono pur rarefatto dell’orchestra.

Il pubblico ha manifestato grande approvazione per questo concerto, senza alcun dubbio piacevole e, al contempo, concepito con grande intelligenza. La mia abitudine di ascolto continua ad amare, senza titubanze, Furtwängler e Karajan con l’indescrivibile suono dei Berliner Philarmoniker.

Gatta

Minnie, gattina adorabile

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Marco

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