Mi presento

Ciao a tutti.
Mi chiamo Marco Conti – per il blog Aposello – sono nato e vivo nel centro della bella Bologna.
Appassionato di musica da sempre, mi definirei un «ascoltatore evoluto».
Mia mamma, la Bruna, racconta che al cinema, nei bei tempi in cui ero ancora felice inquilino del suo pancione, mi dimenavo e scalciavo, con suo grande piacere, allorché la musica dei film era forte.
In epoca extra-uterina, i dischi regalati da mio padre, Riccardo, e da un suo amico, Alfredo, alimentaroro l’ amore per la musica insieme ai loro racconti sulle opere liriche sulle trame, sui cantanti, sul teatro.
Il babbo ed Alfredo, ragazzi del 1898 e del 1899, iniziarono la loro grande amicizia durante la Prima Guerra Mondiale. Se ne andarono l’uno dopo l’altro, nemmeno settantenni.
Potevano essere i miei nonni.
La permanenza di mio padre nella mia vita durò appena undici lunghi anni. Paiono pochi ma, per i bambini, il tempo è assai più lento e denso rispetto a quello dei grandi. Seppure abbia occupato la sola infanzia, la sua presenza così breve è stata un cardine per la mia vita. Vecchio socialista, il babbo Riccardo mi allevò con un’educazione prussiana: prima dei giochi dovevo pensare allo studio, alla lettura, anche per diletto, all’ascolto della musica ed al suo studio. La cosa strana è che non esistevano per me dei limiti nella lettura dei libri, non esistevano, cioè, dei libri da grandi che non potessi leggere. Leggevo libri che, ad altri bambini, sarebbero stati proibiti. E che libri potevano mai essere? Avevo a disposizione un’ assai eterogenea libreria, c’era anatomia, veterinaria, psicanalisi, esoterismo, magia, erboristeria, entomologia, ostetricia, enciclopedie generiche e mediche. Mi piacevano tanto i vecchi  libri di Camille Flammarion, scientificamente obsoleti, sulla creazione dell’universo e l’evoluzione della vita.
Io non sono così vecchio, eppure oggi sento una strana affettuosa vicinanza, ideale, psicologica, con il secolo diciannovesimo. Il ponte verso quei tempi è mio padre. Mica tutti, al giorno d’oggi, possono dire di avere avuto un padre che nacque durante il regno di Umberto I, il Re Buono, dopo qualche giorno dalle cannonate sulla folla ordinate dal generale Bava Beccaris, il macellaio di Milano, e che scarrozzò in automobile, al fronte della Grande Guerra, Gabriele D’Annunzio!
Il ponte verso la modernità, invece, fu mia madre, la Bruna più giovane di trentacinque anni, per giunta donna assai bella e piena di vita. Con lei l’uomo in erba ritornava bambino. Com’era giusto.
Come mio padre, anche la Bruna aveva in grande considerazione lo studio e, scrupolosamente, pose in atto le precise volontà dell’anziano marito. La giovane mamma pretese che completassi gli studi con una laurea.
E così fu. Ho profanato una cosa sacra come la fisica.
Tanta era la considerazione per lo studio che mia madre, diventato dottore in fisica, mi disse:
«Se vuoi, posso farti studiare ancora. Ti piace lo studio e sono disposta a fare ancora qualche sacrificio perché tu possa prendere una seconda laurea», parole che ancora mi commuovono. Forse mi sopravvalutava, ma furono le parole più belle che finora abbia udito.
Iniziai, invece, a lavorare come insegnante. Prima professore di Matematica e Fisica all’Istituto Magistrale, poi al Liceo Classico e, infine, professore di Scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali nella Scuola Media. Dopo nove anni di insegnamento – non ero nemmeno tanto male come professore – mi capitò l’opportunità di cambiare l’ambito lavorativo. Una svolta decisa, inaspettata, indotta da certi casi della vita.
Dal Ministero della Pubblica Istruzione passai a quello delle Finanze, nel giro di una settimana mi trasformai, come un camaleonte rocambolesco, da professore a funzionario tributario.
E lì sono rimasto.
Così come sono rimasti gli interessi e le curiosità di un tempo.
Ne sono anche nati dei nuovi.
Saluti da Aposello