Ascoltai per la prima volta Alexander Malofeev nel primo concerto per pianoforte e orchestra di Ciaikovski, con l’orchestra Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna diretta da Roberto Abbado. Era il 2019; Malofeev aveva appena diciassette anni e, nonostante la piccola età, l’esecuzione fu memorabile non solo per le evidenti, non comuni, capacità tecniche, ma anche per l’intenso bronzeo suono, per la capacità di non essere mai sommerso dall’orchestra e, soprattutto, per la maturità dell’interprete, il cui virtuosismo serviva profonde idee musicali; insomma non era un ragazzo prodigio, ma un già notevole artista in un adolescente. E non solo io pensai che potesse raccogliere l’eredità del grande Emil Gilels.
Ho ascoltato più volte Malofeev dal vivo, perlopiù in concerti solistici, uscendo dal teatro sempre soddisfatto e, durante l’esecuzione di alcuni brani, ha trovato posto la commozione.
E il 26 maggio 2026, nell’ambito del Bologna Festival, il pianista russo è ritornato al Manzoni eseguendo due composizioni per pianoforte e orchestra:
Selim Palmgren: Concerto per pianoforte n. 2 op. 33 “Il Fiume”
Edvard Grieg: Concerto in la minore op.16 per pianoforte e orchestra
Il concerto si completava con l’esecuzione
Pëtr Il’ič Čajkovskij: Sinfonia n.6 in si minore op.74 “Patetica”.
L’orchestra Leonore, che fa capo alla città di Pistoia, era diretta da Daniele Giorgi, il suo fondatore. Le mie aspettative per Malofeev, però, sono state in parte deluse proprio da coloro che avrebbero dovuto fare ben figurare il grande solista, ovvero dal direttore, in primis, e dall’orchestra, conseguentemente.
Il novecentesco concerto Palmgren, che non conoscevo, è piacevole – basato su un melodiare alla Rachmaninov, quello dell’opera 18, e che ogni tanto può anche anticipare le colonne sonore di Bernard Herrmann per i film di Alfred Hitchcock – ma non è scritto in maniera concertante, ovvero secondo il dialogo-contrasto tra solista e orchestra, quindi a favore del pianoforte, bensì, a parte due momenti solistici, alla stregua di cadenze, sembra un poema sinfonico con una elaborata parte pet il pianoforte. È quindi evidente che il direttore deve ben calibrare le dinamiche orchestrali mentre è avvenuto che il pianoforte di Malofeev è stato per lo più inghiottito da un fiume orchestrale in piena: a parte i due soli ogni tanto emergeva qualche plin-plin, qualche mormorio, del pianoforte, nonostante il suono potente del pianista.
L’intrinseca scrittura secondo i classici crismi del dialogo-contrasto che, invece, caratterizza il tardo-romantico concerto di Grieg ha ridimensionato lo squilibrio tra il solista e l’orchestra composto, ma comunque pareva di ascoltare quasi una lotta tra due contendenti. In questo secondo concerto Malofeev ha comunque ben figurato, confermando tutte le belle qualità che ho sopra nominato quanto a bellezza di suono, virtuosismo e profondità di interprete. Spero che il ventiquattrenne pianista introduca con minor parsimonia rispetto al passato più classiche composizioni di Beethoven, Chopin, Liszt e Brahms perché ormai mi sembra il momento giusto.
Non gradisco le interpretazioni delle sinfonie di Čajkovskij trattate con troppe licenze agogiche e dinamiche, con tempi slentati che fanno venire meno la percezione dell’architettura musicale; non gradisco le visioni musicali che sembrano alludere alle sofferenze nell’anima dell’autore, che quasi mimano con suoni i moti interiori. Ebbene la discreta Orchestra Leonore è stata condotta proprio su questa strada, fornendo una prova abbastanza buona senza che essa abbia in alcun modo attirato il mio interesse.

