Il 3 maggio 2026, alle ore 11, presso il Teatro Auditorium Manzoni, si è tenuto il quarto concerto del ciclo Gioia – Domenica con Beethoven, organizzato dal Teatro Comunale di Bologna; si è potuto, quindi, ascoltare la Quarta Sinfonia in si bemolle maggiore op. 60, preceduta, nell’ordine, dall’ouverture, König Stephan (Re Stefano) op. 117 e dall’ouverture Die Geschöpfe des Prometheus (Le creature di Prometeo) op. 43, tutto farina del sacco del genio di Bonn, tutto diretto magnificamente dal trentenne direttore d’orchestra Giovanni Conti.
Poiché la definizione di giovinezza, non solo nelle arti, si è assai espansa almeno fino ai trentacinque anni, Giovanni Conti si potrebbe considerare un giovane direttore che deve ancora farsi; in questa visione è sottesa l’idea di instabile non-maturità, di incompletezza che deve evolvere, metamorfosarsi in questa benedetta maturità. Io non condivido tutto questo: non sono d’accordo con questa recente ipertrofizzazione dell’età giovanile – a trent’anni si è tutti, e da tempo, persone fatte -, né penso che la maturità sia necessariamente un valore aggiunto desiderabile – io vedo la maturità, semmai, come un consolidamento, se non una cristallizzazione, e quindi immobilizzazione in schemi ripetitivi – rispetto alle fasi precedenti dell’esistenza, assai più ricche di creatività, se il cielo, ovviamente, ha elargito questi doni. nella maturità l’estro viene inamidato, dove la novità si depaupera in stile, in cui appaiono gli -ismi.
Ritengo la maturità inevitabile ma non sempre desiderabile.
Alla luce di tutto questo, Giovanni Conti non è giovane che deve farsi e maturare, è un nuovo vero artista con idee già chiare, compiute, e strumenti per attuarle. Almeno così mi pare. Belle idee. E rispetto all’età, il solo problema è che, probabilmente, ancora non vi sia stato il tempo per la formazione del cosiddetto reperto. Per quanto mi riguarda, mi pare che diversi di questi nuovi, estrosi, artisti, e fra essi pienamente rientrare Giovanni Conti, possano sostenere il confronto con diversi mostri sacri del passato, trovando apparentamenti o continuità con quest’ultimi, nell’approccio interpretativo.
Fin dall’esecuzione dell’ouverture Re Stefano, primo brano in programma, mi ha colpito la perentorietà dei toni e del suono orchestrali, l’impressione che quanto ascoltavo non solo era giusto, ma che ogni misura, ogni idea musicale, della partitura fosse legata a quella successiva per intima necessità. Il massimo di questo è stato raggiunto nella Quarta Sinfonia beethoveniana, condotta con energia, chiarezza dei piani sonori e delle parti, con precisione del tempo staccato dal direttore, senza disperdersi nel labirinto di una eccessiva libertà agogica. Aggiungo che l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha suonato assai bene con colori orchestrali vividi e senza alcun cedimento rispetto a quanto il direttore intendeva ottenere. E lo ha ottenuto. L’approccio di Giovanni Conti mi ha rammentato un grandissimo direttore del passato, uno dei più geniali, che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo, e cioè Igor Markevich.
Spero che il Teatro Comunale affidi a questo nuovo direttore d’orchestra altri concerti nella ordinaria stagione sinfonica.
Martino Ruggero Dondi ha efficacemente introdotto il programma del concerto in maniera non aneddotica ma con il semplice rigore di chi è vero musicista, sviluppando, tra l’altro la tematica dei finali senza fine di Beethoven. Nel caso di Dondi, inoltre, le notevoli capacità della divulgazione si accompagnano alla genuina simpatia della persona.
Una bellissima domenica con musica.

