Recital di Alexandr Malofeev – Auditorium Manzoni, 12 gennaio 2026

Ho avuto la fortuna di ascoltare questo giovane pianista moscovita tre volte al Manzoni, qui a Bologna, e poi al Teatro Malibran di Venezia.

Ricordo perfettamente la prima volta nel 2019. In questa serata il maestro Roberto Abbado dirigeva l’Orchestra Filarmonica del Teatro Comunale in un bel programma con sole musiche russe, il preludio all’Atto I della Khovacina di Modest Mussorgsky, il Primo Concerto per pianoforte e orchestra di Piotr Illich Ciaikovski e infine i Quadri di un’esposizione di Mussorgsky trascritti per orchestra da Maurice Ravel. Acquistai due biglietti in platea per me e mia mamma attirato, ovviamente, dalle musiche e incuriosito dalla presenza di questo Alexandr Malofeev, ex bambino prodigio. Incuriosito ma anche prevenuto e diffidente, avendo il pensiero che fosse il consueto prodotto musicale da vendere a un pubblico di bocca buona e disposto a commuoversi per un moccioso.

Al quinto o sesto accordo del primo movimento del Concerto ciaikovskiano, mia mamma mi sgomitò, mi girai, e la vidi strabuzzare gli occhi stupiti contemporaneamente stringendo le dita della mano, come per dire ‘oh ma questo chi è’. Dal pianoforte suonato da quel biondissimo ragazzo proveniva un suono che ricordava quello delle campane, rotondo, potente, un suono bellissimo, un suono che, unitasi l’orchestra, rivaleggiava, trionfando, su di essa. Dimostrò di avere delle dita benedette, ovvero di possedere una tecnica sopraffina, capace di risolvere i passi più ostici facilmente. E l’interpretazione era inspiegabilmente profonda, cioè non solo virtuosistica ma anche proveniente dall’anima. Tutto era inspiegabile per un artista così giovane. Insomma quello che avevo letto di Malofeev era vero. E fu così che diventati un suo fan. Le altre volte volte lo ascoltai in recital solistici, in aggiunta a tutto ciò che Internet riesce a offrire.

Potrei liquidare il concerto del 12 gennaio brevemente: musiche rare, eseguite con sapienza alternando a momenti di grande intimità a magnifiche esplosioni di suono. Mi dilungherò, invece, partendo dal programma della serata:

Prima parte

Sibelius, Gli alberi op. 75

Grieg, Holberg Suite op. 40

Rautavaara, Sonata n. 2 op. 64 – Sermone del Fuoco

Seconda parte

Prokof’ev, Sonata n. 2 in re minore op. 14

Skrjabin, Valse op. 38

Stravinskij, Sinfonie di strumenti a fiato (arr. di A. Lourié)

Lourié, Cinq Préludes fragiles op. 1.

Il programma, pur nella varietà delle composizioni ha posseduto una sorta di macrocostruzione emotivo-logica, suggerita da Malofeev con l’esecuzione quasi senza soluzione di continuità dei brani più riflessivi (Sibelius e Grieg), nel primo tempo, per concludere, dopo gli applausi, con il climax della Sonata di Rautavaara. Nel secondo tempo, la progressione è stata inversa: grande intensità, climax, nella Sonata di Prokofiev, poi gli applausi e infine una successione di atmosfere sempre più rarefatte. Il concerto è iniziato nel quasi silenzio di strepitosi pianissimo provenienti da chissà dove ed è terminato con dei pianissimo quasi impercettibili che sembravano portare a un chissà dove, o a farlo scorgere; in mezzo, tanto suono, il reale. Forse una metafora sulla vita?

I pianissimo impercettibili di Malofeev hanno una pienezza timbrica quanto i forti con non so quanti f; il suono non è mai percussivo, tanto che anche il Prokofiev d’avanguardia diventa un classico. La bellezza del timbro e la varietà di colori sono caratteristiche immediate di questo pianista che, senz’altro colpiscono anzi impressionano.

Il concerto ha, però, avuto anche dei limiti, insiti proprio nel programma. Poche cose. Ogni raccolta di musiche era composta di tanti piccoli brani, sotto ogni raccolta di queste musiche vi è un climax con una sua preparazione e una sua risoluzione;  ma tutto questo si trova nella maggior parte dei brani che compongono ciascuna raccolta. Questo gioco di preparazione-climax-risoluzione a diversi livelli, quello dell’ impianto del concerto, poi nella raccolta di brani e, infine, in ciascun brano, più o meno come avviene in un frattale, alla fine è ripetitiva; l’ascoltatore è ammirato ma non stupito perché prevede ciò che avverrà. E anche l’esecuzione diventa un poco di maniera perché si ripetono una grande dilatazione dei tempi e un ricorrente uso di magnifici pianissimo quasi anticipazioni del silenzio.

Grande successo, meritatissimo, di pubblico.

È un pianista ancora giovane e cambierà, ma spero che non maturi perché la maturità è un limite.

I Puritani dal Teatro Metropolitan di New York-Trasmissione radiofonica del 10 gennaio 2026

L’opera I Puritani  mi colpì fin da bambino senza averla mai ascoltata: fu una fotografia di Elvira e Giorgio insieme a richiamare il mio interesse, ma non ricordo chi fossero quei cantanti. Suggestioni infantili senza alcuna spiegazione. Dopo avere ascoltato l’opera per radio, avvenne che, nel 1975, acquistai, svenandomi per il costo, l’edizione incisa dalla Decca,  che ancora mi pare difficilmente uguagliabile, con Luciano Pavarotti, Joan Sutherland, Piero Cappuccilli e Nicolai Ghiaurov, diretta da Richard Bonynge,  eccellente per tutti gli interpreti. Opera magnifica per le melodie belliniane infinite, sostenute da un’efficace orchestrazione, più ricca rispetto alle opere precedenti, che richiama alla mente il clima dei grandi romanzi storici contemporanei, richiede ai cantanti capacità particolari, principalmente al tenore, per l’esplicita necessità di  possedere un registro acuto assai esteso e facile, e poi al soprano, più o meno per gli stessi motivi. Si entra a teatro sperando di ascoltare, quindi, una coppia di fuoriclasse oppure che riesca almeno ad avvicinarsi  timidamente alla coppia favolosa Pavarotti-Sutherland.

Ho appreso che, al Metropolitan Opera House, considerando che è un teatro azienda-catena di montaggio, quest’opera è stata rappresentata non frequentemente (non che sia nemmeno Italia tra le opere belliniane più eseguite), solo una novantina di repliche e quindi questo non può non destare qualche interesse.

La direzione di Marco Armiliato mi è sembrata quasi sempre eccessivamente energica, fragorosa,  poco disposta a esprimere il lirismo delle melodie e il generale clima romantico dell’opera.

Tra i non protagonisti vale la pena di nominare solo Eve Gigliotti, mezzosoprano come Enrichetta di bel timbro; gli altri possedevano voci un poco fastidiose.

Direi  che il baritono Artur Runcinski in primis e poi il basso Christian van Horn, rispettivamente Riccardo e Gualtiero, siano stati i migliori della compagnia. Il baritono polacco ha una voce bellissima da vero baritono, assai estesa e squillante, tutto sorretto da una tecnica esemplare e una dizione impeccabile. Nella sua corda, Rucinski  è attualmente uno dei migliori. Per il basso americano posso replicare le precedenti considerazioni, seppur dotato di minore  squillo e di una dizione italiana meno sciolta.

Il tenore Lawrence Brownlee trova in Arturo un ruolo  al di sopra delle sue possibilità vocali poichè, pur con un timbro discreto, non mi pare che abbia l’ampiezza e le risonanze necessarie. Si avvertono pertanto momenti di fatica. Possiede alcuni dei fondamentali requisiti tecnici, cantando generalmente con una buona linea, ma, purtroppo, assai spesso il suono è fastidiosamente nasale, e per il mio gusto questo è un grande limite. Come interprete è zelante, ma  limitato dalla scarsa espansione della voce; e nemmeno la scalata alla vetta del Fa sopra il rigo si è coperta di gloria.

Lisette Oropesa, Elvira, è stata l’altro anello debole della compagnia. Il timbro è quello di un soprano che quaranta anni fa avrebbe cantato in un coro o, come migliore ipotesi, in seconde parti. Voce querula, caratterizzata da un vibrato fastidioso, non si copre di gloria nell’emissione degli acuti, spesso forzati o sfilacciati e oscillanti; le note gravi, di petto, sono sgradevoli perchè male impostate. Nemmeno le agilità sono un granchè. E, per ultimo, ha nella sua tavolozza espressiva un solo colore, quello di un canto dolente e remissivo con dizione sciatta, molle. Se qualcuno non l’avesse capito, è una cantante che, da sempre, non mi piace.

Inaugurazione della Stagione sinfonica con Ton Koopman

Ieri sera, 10 gennaio 2026, al Teatro Auditorium Manzoni, Ton Koopman, uno dei veterani della filologia in musica ovvero, come oggi è d’uso dire, delle esecuzioni musicali storicamente informate, ha diretto il concerto di inaugurazione della Stagione sinfonica con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, in ordine, nella Serenata notturna N.6 in Re Maggiore KV 239 di Wolfgang Amadeus Mozart, nella Sinfonia N.100 in Sol Maggiore detta Militare di Franz Joseph Haydn e, infine, nella Messa dell’Incoronazione in Do Maggio KV 317 ovviamente sempre del Grande Salisburghese. Il coro è stato istruito da Gea Garatti Ansini.

I solisti vocali della Messa sono stati il soprano Suzanne Jerosme, il mezzosoprano Lara Morger, il tenore Kieran White e il basso Peter Harvey; nella Serenata quattro prime parti dell’orchestra sono stati chiamati a eseguire gli interventi solistici della Serenata mozartiana: i violinisti Paolo Mancini, Fabio Sperandio, il violista Enrico Celestino e il contrabbassista Fabio Quaranta.

Il concerto ha riscosso un grande consenso generale da parte dal pubblico con tanti inchini in proscenio ma si sa che il pubblico, quale entità impersonale e collettiva, esprime un giudizio, un verdetto, spesso divergente da quello dei singoli. E infatti, conversando con amici e conoscenti, qualcuno mi detto che è stato un po’ uguale, grigio, monotono,  le musiche però sono state belle. Concordo con tutto questo.

Non amo le esecuzioni musicali filologiche o storicamente informate se filologia e consapevolezza storica prevalgono sull’estro, sulla fantasia, sul graffio interpretativo, ammesso che queste qualità appartengano costituzionalmente all’interprete.

Ieri sera ho udito un’orchestra  eccessivamente smunta nel volume sonoro, per lo più monocroma, con archi chiamati a suonare in assenza di vibrato. Questo era un fardello faticoso nei tempi non veloci, in cui le più lunghe note tenute erano quasi lamenti. I movimenti allegri non avevano luce, di volta in volta mancava, lievità, l’eleganza di una danza, divertimento, o tutto questo insieme; quelli lenti, inoltre, erano pervasi da un certo scialbore, quasi costituiti di tante frasi disarticolate, non unite in un’arcata musicale di ampio respiro. Insomma le composizioni in programma emergevano per forza propria senza l’apporto di un interprete che ne valorizzasse l’indiscutibile bellezza.

L’orchestra, quindi, ha sì ben figurato ma in misura minore rispetto, nello stesso repertorio, ad altre occasioni. Il coro è stato,  invece,  come sempre, cioè  con suono bello e compatto: il vero trionfatore della serata. Pure ottime sono state le prime parti dell’orchestra nella Serenata di Mozart.

Dei solisti posso dire che sono riuscito a percepire fisicamente solo la voce non bellissima del soprano. Gli altri erano costantemente inghiottiti da una massa sonora assai meno che smisurata. Ectoplasmi vocali. È stato eseguito come bis l’Ave Verum di Mozart ove i quattro solisti anno cantato tra il coro proprio come coristi.

Ebbene, mi sono annoiato. Haydn…Mozart…Perdonatemi!

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