Una visita

Le mattine del martedì e del venerdì sono dedicate alla mamma. Prendo l’automobile e, con un po’ di ansia confusa con il desiderio di vederla, mi reco a Rastignano per farle visita. L’ansia, invero, incomincia sotto traccia già la sera prima mentre il desiderio di vederla e di stare con lei non mi lascia mai.
Fino a un anno fa, la possibilità della casa di riposo non l’avevo mai messa veramente in conto.
Quando la mamma fantasticava tristemente sul suo futuro da anziana, io le dicevo sempre:
«Mamma, tu uscirai da questa casa solamente se sarò preso per il collo».
Il destino mi ha preso per il collo. Una prova dura che mi ha indotto a a una che tuttora non ho ancora accettato. Non ho mantenuto una promessa?
E poi con l’epidemia è ancora più difficile questo ingoiare questo boccone amaro. Le visite devono essere brevi, una o due volte alla settimana, e per ora solo attraverso la vetrata che s’affaccia sul giardino. Siamo l’uno di fronte all’altra comunicando con i cellulari. Per ora non è possibile tanto di più, non è possibile accarezzarla, non è possibile tenerle le mani, non è possibile coccolarla,non è possibile distrarla, non è possibile consolarla, non è possibile imboccarla. Non è possibile starle accanto anche senza parole, giusto per farle sentire la mia presenza. Il mio affetto.
Alla mamma sono rimaste solo poche parole che ripete in ogni occasione: Io, Con, Te, Cantare, Casa, Ecco, Basta. Con esse, però, è possibile costruire una frase, dal senso compiuto, che mi addolora:
«Io con te casa. Ecco». E piange oppure mi guarda con i begli occhi che ancora manifestano piena coscienza.
Le ripeto:
«Mamma, ora non si può…devi rimetterti…sei stata molto ammalata…hai bisogno delle cure in ospedale…»
È facile immaginare il mio stato d’animo.
Questa mattina la mamma ha tentato di dare vita con la mano sinistra al braccio plegico. Se lo alzava e questo cadeva inerte sulle ginocchia.
E poi, seduta sulla carrozzina a rotelle basculante, ha sollevato entrambe le gambe ormai scarne guardandomi negli occhi. Il lucido sguardo di una dolcissima e ingenua bambina sembrava volermi dire:
«Vedi? Sto meglio…posso venire via con te!».
Povera mamma.
Spero che non si senta tradita.

L’ombra della Rocchetta (6)

Il giorno successivo, la mamma rimase basita. Pianse, s'adirò, bestemmiò. E si calmò quando le dissi che, dopo aver riordinato il macello sulle scale, mi sarei recato alla Caserma dei Carabinieri di Porta Lame per sporgere una denuncia-querela contro la Mâta.
Prima di quella serata balzana avevamo solamente presunto un collegamento tra i tormenti e la Mâta; c'erano anche tanti testimoni che potevano dare atto del notevole disturbo telefonico causato, ma nessuno di essi sapeva chi fosse quella donna, nessuno ne avrebbe potuto collegare il volto alla voce. Inoltre, se da un lato la sorella Carla aveva confermato l’identità di quell’incubo, dall'altro lato mai avrebbe mosso un dito contro contro l'Angiolina. E poi la Mâta era fuggita di casa, irreperibile.
Finalmente i nuovi fatti constatati dai carabinieri si collegavano ad una persona in carne ed ossa, ben identificata, per giunta in presenza di un testimone oculare.
Depositata la denuncia-querela seguirono solo pochi giorni di tregua ma poi la Mâta riprese a molestarci, e così continuò per diverso tempo perché, avendo depositato la denuncia senza l'ausilio di un avvocato, l'iter giudiziario avanzava con lentezza.
Sbagliai a non rivolgermi prima ad un legale ma in quel periodo avevo troppe cose da pagare: la ristrutturazione della nostra casa a cui si aggiunsero le spese legali per una insussistente richiesta di danni da parte di un vicino, il nuovo arredamento e la causa legale per alcune tristi questioni famigliari. Fiumi di denaro.
Alla fine fui obbligato a rivolgermi ad un avvocato perché quella donna diabolica non arretrò nella pazzia e, soprattutto, perché ogni sua azione causava alla mamma pianto, ansia e prostrazione. La Mâta era diventata per la mamma un'ossessione, sentiva di difendersi dalle accuse di assassinio perché le prendeva sul serio, dimenticando che erano invenzione di una folle. La carnefice stava trascinando con sé la vittima. Povera mamma!
Occorreva quindi spezzare in fretta questa pericolosa concatenazione.
Ci rivolgemmo ad un energico penalista pieno di tic ma con idee molto chiare: il risarcimento di denaro e la prospettiva della galera raddrizzavano pure i matti.
L’avvocato rintracciò dunque la mia denuncia-querela il cui corso era stato fermato dall’amnistia del 1990 che estingueva, in generale, una serie di reati commessi prima del 24 ottobre 1989. Ovviamente tutte le vicende accadute in quella maledetta serata del 1987 sulle scale di casa mia, per effetto dell’amnistia, sarebbero passate in cavalleria se la Mâta non avesse continuato ad infastidire con le sue pazzie non solamente me e mia madre, ma anche i nostri vicini e i nostri parenti, aggravando la propria posizione. In tal modo l’avvocato presentò una nuova denuncia-querela, vanificando l’estinzione dei precedenti reati; riprese quindi vita e vigore quella da me depositata poiché le amnistie in generale non operano in presenza di azioni recidive aggravate o reiterate.
Il legale scrisse due nuove denunce, da parte della mamma e mia, che richiamarono quella precedente, aggiungendo a supporto le registrazioni telefoniche della Mâta e del palermitano Salvatore. Designò i testimoni fra cui il prezioso amico venuto in aiuto dopo le bravate del 1987, l’unico in grado di stabilire il nesso tra la voce e la persona della Mâta.
Le ricerche dell’avvocato portarono alla luce una cosa singolare. I carabinieri caricarono la Mâta in automobile. Molto probabilmente, dopo essere stata condotta in caserma, fu presto rilasciata. Forse consigliata dai carabinieri, oppure seguendo il proprio demone, si recò all'Ospedale Maggiore e il medico del Pronto Soccorso certificò che la Mâta aveva delle lesioni all’addome per le percosse da me subite. Ma quali percosse? L’unico contatto diretto fu lo spintone nel pianerottolo sottostante. Nulla di più. Nulla in grado di causare alcuna lesione, tanto meno all’addome. Mi sarebbe parso più verosimile se il medico avesse dichiarato un raffreddamento causato dall’acqua fredda, oppure una congiuntivite per la farina e il vino finiti negli occhi!
Cos’era avvenuto, escludendo l’ipotesi che il medico avesse dichiarato e certificato il falso in un atto pubblico? Chi le aveva procurato quelle lesioni? Questo rimase un mistero.
La Mâta quindi sporse contro di me una denuncia-querela attraverso l'ospedale, d'ufficio, per percosse e lesioni, reato di non irrilevante gravità, più grave delle sue molestie. L’amnistia però agì anche nei miei confronti, estinguendo totalmente il reato contestato poiché, a differenza della Mâta, non avevo commesso recidive o reiterazioni. Ma sta di fatto che non l’avevo assolutamente percossa: mi sarei dovuto paradossalmente difendere da accuse per un reato non commesso!
Dopo che l’avvocato depositò le denunce, poiché il tempo della giustizia non si misura in giorni, la Mâta potè ancora sguazzare comodamente nei suoi intenti con nuove forme di disturbo.
Ricevemmo la telefonata di un impiegato dell’anagrafe del Comune di Grizzana. Intendeva avere dei chiarimenti su di una strana ed assurda richiesta per ottenere l’estratto di nascita della mamma, visto che sarebbe servito per il calcolo dell’ascendente. Così era scritto. Incredula, la mamma rispose all’impiegato di non rilasciare alcun certificato e di mandare una fotocopia della richiesta. Questa era stata scritta e firmata di pugno della Mâta su presunta delega della mamma.
E cominciarono a pervenire anche tante lettere non firmate recanti folli farneticazioni astrologiche che prospettavano a mia mamma un cupo futuro di sfortuna, sofferenza e morte. I fogli, le buste, erano scritti con una biro ultra nera: la calligrafia, i segni e i disegni, tutto veramente inquietante, dimostravano lo stato mentale alterato del mittente apparentemente sconosciuto. L’ anonima autrice, in ogni lettera, sempre sottolineava che la destinataria, mia mamma, era l’assassina responsabile della morte di Iolanda Fiocchetti.
Non solo la follia caratterizzava le azioni disturbatrici della Mâta ma anche ingenuità a mala pena infantili.
Passò un po’ di tempo che il disturbo postale subì un cambiamento. Anziché lettere vere e proprie, inviava a mia mamma della pubblicità in busta che modificava ritagliando il destinatario e scrivendo il nome della mamma con l’indirizzo. Sempre sulla busta scriveva le sue mortifere farneticazioni astrologiche e tracciava inquietanti scarabocchi menagramo. E spediva il suo orribile manufatto senza provvedere all’affrancatura, così ci toccava pure di pagare per ricevere quelle lettere.
Nel frattempo la ristrutturazione della nuova casa finalmente era terminata ed avevamo lasciato la vecchia casa. Là erano rimasti solamente tre coinquilini. L’anziana vicina che disgraziatamente s’affacciò dalla porta richiamata dalla confusione sulle scale, durante la serata in cui chiamai i Carabinieri, diventò una nuova vittima della Mâta, e gli altri due subivano le conseguenze delle sue pazzie. I nostri incolpevoli ex vicini di casa continuarono a subire le visite notturne dei pompieri chiamati dalla Mâta per fughe di gas, oppure le visite di ambulanze per telefonate al 118.
Le nuove malefiche cartacce, che ben presto gonfiarono una bella cartella, con le nuove azioni disturbatrici costituirono il valido motivo per presentare una terza denuncia-querela.
Tutto sarebbe finito sulla cattedra di un giudice.

(Continua)

L’ombra della Rocchetta (5)

Anche la Mâta cambiò, come succede a tutte le persone di questo mondo, ma secondo un’evoluzione decisamente peggiorativa.
Principiò a urlare le proprie farneticanti pretese e accuse con tono minaccioso, ci derideva storpiando i nostri nomi ma senza reali offese o alcuna parola sconcia.
Seguirono assidue telefonate di un vecchio dalla voce gracchiante e marcato accento palermitano. Questi si presentò per nome, Salvatore, e si qualificò amico della Mâta, improponibile mediatore. Questo tizio, oltre alla solfa delle fotografie, richiedeva che la mamma procurasse un lavoro alla Mâta. Questa donna dunque riuscì a trovare un proselita! Come poteva avvenire che qualcuno le potesse dare credito? Le chiamate provenivano da un luogo chiuso poiché sentivamo intorno ai due solo silenzio. Con chi abitava dopo la fuga da via Frassinago? La Mâta conviveva con questo palermitano?
Salvatore si dileguò dopo qualche mese ma, perché i pazzi non risultassimo noi, in previsione di una denunzia, ne avevo registrato le telefonate, così come facevo con quelle della Mâta. Le farneticazioni riempirono una ventina di musicassette.
La Mâta si limitò a questo? No.
Era dotata di una certa creatività. La Mâta sembrava ricevere suggerimenti direttamente da un diavolo poiché trovava sempre nuove strade per infastidirci e nuocerci.
E una notte verso le due il campanello di casa suonò una, due, tre volte… L’insistenza faceva pensare a qualcosa di molto grave, urgente, e ci trovammo costretti ad aprire il portone della strada, non possedendo il citofono. Si presentarono alla porta un medico e due infermieri con una barella. La mamma ed io ci trovammo nella scomoda situazione di dichiarare che la chiamata al 118 non era stata assolutamente effettuata da noi e che il centralino avrebbe potuto trovare riscontro di questo. Forse uno scherzo a scapito nostro. Assicurammo infine che in casa stavamo tutti bene.
E un’altra notte, arrivarono i pompieri per una fuga di gas. E poi i carabinieri per un furto in casa.
Queste manfrine si ripeterono più volte, infastidendo anche un'anziana vicina di casa. La Mata fu la mandante di quegli ambaradan notturni? Fu lei a fare le varie telefonate? Ne avevamo la certezza ma non potevamo dimostrarlo. Davanti ad un giudice non servono delle plausibili congetture. Scrisse Pasolini nel 1974, riferendosi a tutt’altro contesto: Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
E prese a infastidire mia zia a Vergato.
E telefonò alla scuola media dove insegnavo, sempre a Vergato, spifferando le farneticazioni sul mio conto e della mamma.
E finalmente giunse il gran momento.
Durante una domenica del 1987 la Mata ed io ci incontrammo a quattr'occhi.
Mi trovavo in casa da solo. La mamma, essendo andata a trovate la nonna, quella sera non sarebbe ritornata da Vergato.
Verso le diciotto sentii una scampanellata inaspettata. Non attendevo alcuna persona e quindi non aprii il portone d'entrata.
Seguirono tante altre lunghe, insistenti scampanellate.
Una persona sola poteva essere l’autore di quel copione.
Un presentimento mi spinse verso la porta d'entrata che per metà aveva un vetro traslucido. C'era una persona.
Guardando attraverso lo spioncino vidi, per la prima volta, la Mâta!
Fui preso contemporaneamente da agitazione e sovreccitazione. Dovevo fare qualcosa.
Mi balenò in testa l'idea di recarmi in cucina per colmare d'acqua una pentola smaltata molto grande da rovesciare sulla Mâta. Abitando all'ultimo piano, una ripida rampa di scale si troncava contro alla porta di casa mia: avrei quindi avuto la Mâta all'altezza giusta per un magnifico, perfetto gavettone. Aprii la porta all'improvviso versandole in faccia una ventina di litri d’acqua fredda. La Mâta non riuscì a scansarsi nemmeno di un millimetro. Se la prese tutta.
In fretta serrai la porta.
Mi sentivo vendicato e soprattutto sentivo di aver vendicato la mamma per le sofferenze patite fino a quel giorno. E subentrò in me l’euforia.
La Mâta, però, si attaccò al campanello della porta più ossessivamente di prima.
Che fare? Aprii d'impulso il frigorifero, presi una bottiglia di conserva di pomodoro e con essa arrossii la faccia, i capelli, gli abiti della Mâta.
E ancora suonò con rabbia.
E la inondai di vino.
E suonò ancor più rabbiosamente.
E le tirai tre uova che si ruppero spandendo il loro vischioso contenuto.
E l'ira sua aumentò.
E le versai un’intero pacchetto di farina addosso.
La Mâta non arretrò nemmeno di un millimetro come se fosse disposta a subire ogni mia schernia.
Richiusi la porta.
Dopo un breve silenzio, la Mâta prese un grosso vaso di terracotta sulle scale che scagliò rabbiosamente contro il vetro della porta fracassandolo.
Presi il coraggio di affacciarmi e subito svanì l’euforia. La Mâta sembrava fuggita, ma mi resi conto del disastro che avevo prodotto sulle scale, pazzo quanto lei. Acqua, pomodoro, vino, farina, uova, vetri rotti, tutto sparso sui gradini. Sarebbero occorse ore per pulire, in più c’era da riparare la porta d’ingresso danneggiata.
Scesi al pianerottolo sottostante.
La Mâta era ancora lì, immobile. La farina mescolata agli altri fluidi le aveva creato una maschera farcita ridicolmente con un guscio d'uovo attaccato ai capelli. Anche ripulita non sarebbe parsa, invero, di gran bellezza, occhi piccoli, suini, tracagnotta, jeans scampanati sul punto di esplodere e, poco sopra, rotoli di grasso sostenevano due grosse vesciche, tette pesanti ed oscene.
Non attendeva me, mia mamma voleva, l’assassina che aveva ucciso con un pendolo. E, soprattutto, reclamava le fotografie.
Fatto sta che nelle parole della Mâta c'era una verità: il pendolo ce l'avevamo veramente, una strana goccia cava di vetro piena di lucente mercurio, lunga poco più della falange di un pollice. Si teneva sospeso tenendo tra le dita un anellino d'osso annodato a un filo nero a sua volta annodato a un occhiello di vetro in cima al pendolo. Un oggetto che avrebbe fatto venire l'acquolina in bocca al migliore radioestesista poiché il mercurio donava all'oggetto grande sensibilità ai flussi energetici presenti nel cosmo e a quelli degli esseri viventi. Utilizzato prima da mio babbo e poi dalla mamma, serviva per individuare eventuali presenze di energie negative nelle persone. Fatture. Stregonerie. Malie. Malocchio.
Non era certamente un oggetto con cui potere nuocere, semmai serviva per perseguire buoni propositi; prezioso strumento rivelatore del male fatto da altri, contribuiva a raddrizzare un destino tortuoso o avverso. Con questo strumento, insomma, non sarebbe stato proprio possibile fare male ad alcuno, nemmeno tirandolo in testa con veemenza!
Su come la Mâta avesse saputo del nostro pendolo congetturammo che, nella sua cervellotica follia, avesse seguito un ragionamento logico, banale: dove si praticano le scienze occulte, la presenza di un oggetto simile appare scontata, magari non di mercurio.
Quando mi vide sul pianerottolo la Mâta prese a canzonarmi, conticino, professorino. Mi montò la rabbia, cosicché mi avvicinai dicendole sgarbatamente d’andarsene e le diedi uno spintone senza produrle alcun ondeggiamento. Rimase immobile. Ebbi l'impressione di aver spinto un pesante sacco di sabbia.
Infine prevalse la razionalità cosicché la piantai lì.
Ritornai velocemente in casa per chiamare i carabinieri. Telefonai pure a un amico che abitava non lontano da casa mia per avere un testimone.
Il mio amico arrivò con i carabinieri dopo aver incontrato la Mâta mentre vagava in lacrime avanti e indietro nella loggia d'entrata.
L'amico, essendo al corrente delle parole e delle azioni messe in opera contro mia mamma e me, mi aiutò a spiegare ai divertiti carabinieri il contorto motivo che aveva condotto a quel soqquadro. Fecero il verbale e se la portarono via.

(Continua)

L’ombra della Rocchetta (4)

Sì, Carla Fiocchetti era sorella della Mâta. E Iolanda Fiocchetti, l'altra sorella, era effettivamente morta per un violento incidente stradale cinque anni prima.
Stupore e sincero dispiacere per la brutta fine di Iolanda precedettero la vera ragione della telefonata.
Carla dapprima negò la veridicità del nostro racconto:
«Ma come!…».
«Angela sa bene che è stata una disgrazia!…».
«Tu che c’entri?…».
«Che fotografie dovresti avere?…».
«E cosa c’entrano le fotografie?…».
«È impossibile!…».
«Mia sorella è timida! Non ha il coraggio…».
«Guarda sempre in basso con le braccia conserte!…».
«Abita con mia madre e raramente esce di casa!…».
«Ma non le tiri mai fuori una parola!…».
E la mamma chiosò con secca sicumera:
«Eppure è così!»
La conversazione virò quindi verso momenti tesi poiché mia mamma diede fuoco ai toni e l'altra non fu da meno, rischiando che Carla non collaborasse alla risoluzione della nostra situazione.
La mamma mi porse la cornetta del telefono e, forse per i miei toni mediatori, ovvero più ipocritamente controllati, a Carla venne il dubbio che i nostri racconti potessero avere un fondo di verità. Perché, trascorsi anni senza vederla, avremmo dovuto disturbarla raccontando quelle fandonie proprio sulla sorella Angela? Inoltre, pochi minuti prima, con quella telefonata stessa, avevamo trovato finalmente una traccia, un collegamento tra il resto del mondo e quella persona apparsa dal nulla. Rifletté. Sapeva che stava parlando con persone serie. E cambiò tono.
Carla era sposata, abitava lontano dalla casa materna di Via Frassinago; ammise, quindi, che non poteva controllare i comportamenti della sorella Angela. Apprendemmo inoltre che la Mâta e la gemella Fioretta - questa, separata dal marito, stava per conto suo - erano le più giovani di una folta schiera di fratelli, tre uomini e quattro donne. La Mâta conviveva con la madre sorda ed un fratello. Ci chiese del tempo.
E, intanto, la Mâta ogni giorno perseverava nel disturbarci, cessando solo verso le diciannove d’ogni sera e poi per l'intero fine settimana, evidentemente impossibilitata ad esprimere la propria follia da presenze indesiderate.
Preoccupato per la prostrazione di mia mamma, non avendo prospettive di soluzione, una sera, verso le diciotto, indossai il cappotto e mi recai fin davanti alla casa della Mâta come dare materia a questa ossessione. Speravo di vedere la Mata? No, speravo d'imbattermi, per parlargli, in quel qualcuno che la ostacolava. Il fratello?
L'edificio di Via Frassinago, nonostante avesse due piani con poche finestre sulla strada, era abitato da tante famiglie. Accanto al portone d’accesso stavano ben cinque numeri civici; l’edificio si sviluppava pertanto in lunghezza, con diverse rampe di scale e diversi cortili interni. Questo classico palazzo popolare bolognese costruito tra il '500 e il '600 arrivava a lambire il giardino intorno all’ospedale psichiatrico, detto in città il Novanta perché l’entrata principale stava in Via Sant’Isaia 90.
Guardai la cospicua bottoniera di campanelli, poi mi inoltrai nell'androne malamente illuminato. Salii la scala B fino al primo piano e sostai sul pianerottolo davanti all'alloggio della Mâta. Accanto all'entrata, c'era una finestra con inferriate. Una tenda impediva di scorgere l'interno della casa. Si spense la luce delle scale, questo mi permise di vedere che non filtrava alcun chiarore, nemmeno lontano. Sembrava disabitata. Se fosse arrivato qualcuno mi sarei trovato nelle grane, così speditamente me ne andai sentendomi sciocco e impotente.
Passò una quindicina di giorni che ricevemmo la telefonata promessa dalla Carla. E con un gran colpo di scena.
La donna innanzitutto si scusò per non aver dato immediatamente credito al nostro racconto. Andando a fare visita alla madre, la Carla interrogò la sorella e questa confermò il nostro racconto per filo e per segno. Le fotografie, il pendolo, l’omicidio della Iolanda. Non disposta ad andare per il sottile, la Carla causò un bel patatrac: prese per i capelli, a sberle, a calci, la Mâta cosicché questa scappò di casa! Da giorni nessuno aveva avuto più sue notizie, nemmeno la gemella Fioretta.
La Carla giurò e spergiurò che non sapeva né come né dove rintracciarla. Verità o bugia per coprire la sorella? Perché non denunciarne la scomparsa? Io pensai che la famiglia avesse perfino tirato un sospiro di sollievo per la sparizione della Mâta, così sarebbero state tante grane in meno. La Carla aggiunse che entrambe le gemelle avevano manifestato delle stranezze per cui fu necessario qualche medico. I gemelli agiscono in coppia. Quasi una giustificazione. La Fioretta, una volta separata dal marito, si era chiusa in casa con i suoi psicofarmaci, ed anche l'altra, la Mâta, aveva manifestato dei comportamenti che per un po’ furono seguiti da un neurologo. Entrambe vivevano solo con un po' di denaro allungato loro dalla madre.
Le azioni dell'Angela erano penalmente rilevanti, osservai.
«Pagherà di tasca propria. Peggio per lei. Io devo stare dietro alla mia famiglia».
Alla fine dei conti, l’unica cosa utile di quella conversazione fu che apprendemmo il vero nome della Mata, non Angela ma Angiolina. Decisamente poco.
La mamma ed io eravamo dunque al punto di partenza, nuovamente soli contro Angiolina Fiocchetti.

(Continua)

L’ombra della Rocchetta (3)

Perché la mia giovane mamma ed io ci recammo per due volte nella casa di Iris Boriani?
Il motivo era semplice ma, tutto sommato, non banale. La signora Boriani, probabilmente suggestionata dai misteri del Conte, telefonava assai spesso a mio babbo per parlare di esoterismo, spiriti e soprannaturali energie. Che c’entrava mio padre con queste cose?
C'entrava molto, visto che era un mago famoso e potente. Non un mago alla Silvan, cioè un illusionista, un prestigiatore, e nemmeno un personaggio da baraccone alla Divino Otelma.
Mio padre era, invero, un mago in senso alto, un mago come Apollonio di Tiana, Merlino, Ruggero Bacone, John Dee, il Dottor Faust, Cagliostro, un uomo cioè capace di dominare forze invisibili dell'Universo ed asservire gli spiriti. L' Ars Goetia. Un mago con una bacchetta di cristallo…però non ricordo più in quale angolo della casa io l’abbia riposta.
Ovviamente era anche chiromante, cartomante, necromante, toglieva il malocchio e segnava i malati.
Ed il babbo insegnò parte delle sue arti alla mamma.
Quanto a stranezza, i miei genitori non erano quindi da meno rispetto al Conte Mattei! E io? Nulla. Sono una persona assolutamente normale! Certi doni non si trasmettono per filiazione, a meno che, nascosti in una zona ancestrale del mio cervello, non si rivelino in futuro.
Cosicché accompagnai la mamma nella bellissima casa di Strada Maggiore appartenuta a Cesare Mattei per leggere le carte alla signora Boriani.
E venne il 1984.
In una mattina nebbiosa di un sabato novembrino, mio padre se n'era andato già da diciassette anni, trovai nella buchetta delle lettere un vaglia di cinquantamila lire. La mamma non attendeva denaro da alcuna persona ed il mittente era sconosciuto. Una donna.
Così mi recai immediatamente alla Posta per restituire la somma.
Qualche giorno dopo la donna nuovamente si palesò con una lettera in cui forniva la propria data di nascita, chiedendo aiuto a mia mamma per trovare un lavoro ed ottenere maggior fortuna. Angela Fiocchetti, così si firmava. Non avendo avuto risposta, questa donna fece le medesime richieste davanti alla soglia di casa nostra. La mamma, intuendo stranezze, non le permise di entrare e, per il lavoro, le rispose di andare all’Ufficio di Collocamento; quanto alla buona sorte, che avesse pregato e fatto buone azioni, perché queste le sarebbero ritornate indietro.
Disillusa, scontentata dalle risposte della mamma, la Fiocchetti non desistette.
Il telefono diventò l’arma della Fiocchetti contro la mamma.
E cominciò a pretendere, con toni via via più alterati, che la mamma restituisse alcune fotografie della propria famiglia, in particolare una fotografia ritraente la sorella Iolanda.
Non avevamo, ovviamente, queste fotografie.
Ben presto la Fiocchetti aggiunse anche un’accusa: qualche anno prima, con quella fotografia, mia mamma aveva «ucciso con il pendolo» la sorella Iolanda! Parole deliranti.
Queste folli accuse e le pretese sulle fotografie venivano ripetute ogni giorno. La voce inespressiva, uniforme, inquietante, della Fiocchetti diventò per la mamma un’ossessione.
Spesso anch’io prendevo la cornetta in mano e in qualche maniera tentavo invano di convincere Angela Fiocchetti che le sue accuse erano assolute fantasie:
«Voglio le fotografie! Sua madre è un’assassina!».
Chiaro e lapidario.
La mamma divenne preda dello sconforto perché, a parte l'incredibile accusa di omicidio, si rese conto che Angela Fiocchetti era una malata di mente da cui non si sarebbe liberata in fretta, tant'è che la soprannominò la Mâta, la matta. Io, invece, percepii la gravità di quella situazione con ritardo rispetto alla mamma perché, più superficialmente, pensavo che sarei stato in grado di riportarla alla ragione.
I fatti seguirono le pessimistiche previsioni della mamma.
La pazzia di Angela Fiocchetti esplose interamente il 2 gennaio 1985. Avevamo a pranzo una mia vecchia amica. Una telefonata ci interruppe: era la matta. Curiosamente l'accusa principale, più forte, più importante, sembrava ora costituita dal fatto che la mamma detenesse le fotografie della famiglia e della sorella mentre quella di presunto omicidio passò in secondo piano, quasi fosse una mera conseguenza della prima.
Da quel momento ci tamburò con il telefono. Abbandonai i tortellini e, chiedendo scusa all'amica basita, mi misi di buzzo buono per farle fare il maggior numero di telefonate possibile. Ad ogni squillo io alzavo la cornetta e poi riagganciavo immediatamente. Speravo che la Mâta non abitasse da sola e che in tal maniera qualcuno, in casa sua, si accorgesse di quello che stava combinando. Dall’ora di pranzo, il telefono squillò senza tregua per quasi duecento volte fino alla sera verso alle diciannove.
Mentre perdevo il tempo a fare ammattire la Mâta, ma forse con le mie azioni nemmeno io dimostravo tanta sanità di mente, mi sovvenne che la Mâta, sul vaglia e sulla lettera, aveva scritto l'indirizzo della propria abitazione: Via Frassinago, una strada del centro. Ricordai pure che dieci anni prima, due sorelle venivano a farsi leggere le carte da mia mamma per questioni sentimentali e sia perché amavano partecipare alle sedute spiritiche con il tavolino a tre piedi. Una si chiamava Carla, l’altra Iolanda, ma non ne conoscevamo il cognome. E se ci fosse stato qualche legame tra queste sorelle, di cui non sapevamo più alcunché da svariati anni, con la Mâta?
La mamma controllò una vecchia agenda trovando un numero telefonico che aveva indicato ‘Carla-Iolanda’. Così telefonò.
Il mio sbiadito ricordo, rigurgito della memoria, stupida e casuale associazione della strada alle balordaggini della Mâta, costituì il bandolo della matassa.

(Continua)

L’ombra della Rocchetta (2)

La signora Boriani, pur essendo erede dei beni del Conte Mattei, non ne era parente in linea di sangue.
Avvenne che nel 1884, il nipote del Conte, Luigi Mattei, al quale erano affidate sia l’amministrazione del cospicuo patrimonio che l'azienda elettromiopatica, a causa di una gestione dissennata, rischiò di mandare in rovina lo zio illustre. Il meno che Mattei potesse fare fu diseredare il nipote.
Tolto di mezzo il nipote, erede legittimario, il Conte adottò l'affidabile artefice della sua salvezza finanziaria, il collaboratore contabile Mario Venturoli. E così questi si chiamò Mario Venturoli-Mattei.
Ma il Conte non cessava mai di sorprendere. O in preda a foia senile, o per dimostrare l'efficacia dell'elettromiopatia sulla sessualità geriatrica, diventò padre ormai ottantenne, nel 1889, congiungendosi con la governante ventisettenne Maria Albina Bonaiuti, figlia del portiere della Rocchetta, soprannominata Agrippina dai più, mentre dal Conte era chiamata Trebisonda. Agrippina-Trebisonda aveva contratto un matrimonio solo religioso, non riconosciuto dal regno italiano, con un tal Angelo Cristalli da cui cinque anni prima ebbe un'altra bambina. La figlia naturale del Conte fu battezzata come Maria Bonaiuti.
Ciononostante, Mario Venturoli, quale figlio adottivo, nel testamento rimase erede universale, e il Conte pur riconoscendo Maria Bonaiuti come figlia naturale, si limitò ad esortare, dopo la propria morte, di trattarla bene.
Le cose di Mattei, già di per sé poco normali, si complicarono ulteriormente.
Mario Venturoli sposò una rumena Sofia Condescu, nel 1894; il Conte, diventato paranoico, sospettò che la donna gli avesse servito un caffè alla turca avvelenato. La coppia viene cacciata dalla Rocchetta e, soprattutto, diseredata.
Dopo la morte di Mattei, avvenuta nel 1896, Agrippina-Trebisonda rimase nella Rocchetta, continuando a produrre i rimedi elettromeopatici.
Nel 1904 Mario Venturoli-Mattei fu transattivamente reintegrato nel testamento e, riconoscendo a Maria Bonaiuti una buona rendita annua, il figlio adottivo ottenne metà dell'eredità in quanto l'altra metà, su cui gravavano diversi legati, andò al Ricovero di Mendicità Vittorio Emanuele II ed opere Pie annesse di Bologna. Venturoli-Mattei ereditò la Rocchetta, di cui terminò la costruzione, ed anche l'azienda elettromeopatica, che diresse personalmente, vietando la produzione dei farmaci all'Agrippina-Trebisonda. E nel 1906 seguendo le ultime volontà del Conte, Mario Venturoli-Mattei fece tumulare le spoglie del padre adottivo in un sarcofago in pietra, decorato con le ceramiche della celebre manifattura di ceramiche Minghetti, nella cappella privata della Rocchetta.
Sotto la direzione di Mario Venturoli-Mattei l’azienda si ampliò ulteriormente, costituita da un impero con ben duecentosessantasei depositi sparsi in tutto il mondo.
Nel 1937 Mario Venturoli-Mattei morì e la produzione elettromeopatica venne portata avanti dalla seconda moglie Giovanna Maria Longhi vedova Boriani, essendo rimasto vedovo, nel 1925, della rumena Sofia Condescu senza avere avuto figli. La Longhi, invece, aveva avuto una figlia dal precedente marito: Iris Boriani.
La mia Iris Boriani!
Con la seconda guerra mondiale iniziò il declino della Rocchetta. Giovanna Maria Longhi e la figlia Iris Boriani aiutarono due ebrei nascondendoli all'interno della Rocchetta. Iris fu condotta a Marzabotto per essere interrogata dalle SS. Queste vicende le causarono dei danni fisici permanenti, per cui le donne si trasferirono a Bologna in Strada Maggiore, portando con sé una parte degli arredi. E nella Rocchetta s'insediò il comando tedesco che, alla ritirata, saccheggiò, trafugò gioielli, quadri, tappezzerie e un’infinità di tappeti.
Nel frattempo, poco dopo la morte di Mario Venturoli-Mattei, dacché l'elettromiopatia fu la medicina alternativa più diffusa fino agli inizi del 1930, essa in Italia tramontò per via di nuove regole nella farmacopea e per il divieto di utilizzare la canapa. Venne meno l'originaria efficacia dei medicamenti perché le formulazioni dei farmaci subirono adeguamenti alle nuove normative e fors’anche perché il Conte nella tomba si era portato un segreto, un quid mancante negli appunti recanti le formulazioni dei preziosi medicinali. Un quid forse inesprimibile appieno. Un’energia incanalata dal cosmo nei farmaci? Una misteriosa energia vitale proveniente dalle piante?
Nell'anno 1956, dopo la morte di Giovanna Maria Longhi che consegnò alla figlia Iris la duplice eredità matteiana, la produzione elettromiopatica in Italia di lì a poco cessò senza essere più recuperata. L’elettromeopatia ora sopravvive, almeno nel nome, ma azzoppata nei principi fondatori e privata delle energie che le davano efficacia, lontano dall’Appennino Bolognese, in Germania e in India.
E la Rocchetta, dopo aver subito gravi ferite durante la Seconda Guerra Mondiale, rimase abbandonata alla crudeltà del tempo.
Iris Boriani tentò di sbarazzarsene donandola al Comune di Bologna, che rifiutò essendo ancora fortemente impegnato nella ricostruzione post bellica.
Finalmente si approdò al 1959, anno in cui la Rocchetta venne acquistata da Elena Sapori, moglie del Mercantone di Vergato e quindi al 1960 quando mio padre acquistò i mobili in stile Chippendale per casa nostra.
Fino a questo punto dovrebbe essere tutto.
È Piccola Storia.
Ed ora ha inizio una nuova piccola storia.

(Continua)

L’ombra della Rocchetta (1)

In questa narrazione c’è poco di normale, tanto da apparire un'invenzione. Storie distanti nel tempo che si incrociano, persone e luoghi inanellati. Fantasie? Verità? Che importa? Anche la verità è un'interpretazione.
Mi limito a fornire due chiavi di lettura: ingarbugliando sia personaggi reali che di fantasia ho costruito un racconto troppo cervellotico per essere vero, oppure l’intreccio di vicende è realmente accaduto dimostrando che la fantasia è un blando sottoinsieme di quel che accade nella vita?
Pensatela come volete, direbbe mia mamma.
Tutt’ora possiedo i mobili della camera da pranzo che mio babbo, nel 1960, comprò da un famoso commerciante di Vergato, suo parente alla lontana, per centocinquanta mila lire. In quegli anni era una somma corrispondente in media a tre stipendi mensili da operaio e a quasi due da impiegato. Il commerciante si chiamava Primo Stefanelli, soprannominato nel paese di Vergato come Mercantone. Il prezzo fu abbastanza conveniente, tenendo conto che si trattava di mobili pregiati provenienti dalla Rocchetta Mattei, della quale la moglie del Mercantone, Elsa Sapori, era diventata proprietaria appena l'anno prima.
La Rocchetta Mattei è uno strano castello in stile eclettico, medioevale-moresco, situato su di una montagnola sopra a Riola di Vergato, seppur nel territorio del Comune di Grizzana Morandi, vicino alla confluenza tra il torrente Limentra e il fiume Reno. La prima pietra di questa bizzarria architettonica fu posta nel 1850 per volere del conte Cesare Mattei, bolognese di recentissima nobiltà. In vita, Mattei ebbe grande notorietà quale inventore dell' Elettromiopatia, rinominata Elettromeopatia; più che una variante dell’omeopatia era una nuova medicina con principi originali. Dell'efficacia dell'Elettromiopatia si ha significativa testimonianza ne 'I fratelli Karamazov' allorché Fëdor Dostoevskji mette in bocca al Diavolo queste parole: «Ma che filosofia e filosofia, quando tutta la parte destra del corpo mi si è paralizzata e io non faccio che gemere e lamentarmi. Ho tentato tutti i rimedi della medicina: sanno fare la diagnosi in maniera eccellente, conoscono la tua malattia come il palmo delle loro mani, ma non sono capaci di curare...Disperato, ho scritto al conte Mattei a Milano, che mi ha mandato un libro e delle gocce, che Dio lo benedica».
L’elettromiopatia di Mattei curò perfino disturbi di teste coronate quali lo zar Alexandr II Romanov, Ludwig III di Baviera, si dice incontrandoli di persona. E poi alleviò la principessa Sissi, cioè l’imperatrice Elisabeth d’Austria, dall’emicrania. Ed anche il Papa Pio IX manifestò entusiasmo per le cure elettromeopatiche, ampliandone la notorietà.
I rimedi del Conte ebbero un tale chiaro ed indiscutibile successo, una tale diffusione, che nel corso tempo, per soddisfare la richiesta, egli creò una grande rete di centossette depositi sparsi in tutto il mondo. Una multinazionale che da Riola di Vergato, passando per Bologna, si diramava con i suoi depositi a Roma, Napoli, Torino, Firenze, Padova, in Francia, Germania, Svizzera, Inghilterra, Polonia, Russia, Spagna, Alsazia, Olanda, India, Giappone, Argentina, e poi in Belgio, Stati Uniti, Haiti e Cina. La grande popolarità avrebbe dovuto essere un riconoscimento empirico e garanzia dell'efficacia dei farmaci prodotti dal Mattei. L'elettromiopatia, quanto a diffusione, superò l'omeopatia classica hahnemanniana e korsakoviana, ma il successo a furor di popolo non costituì mai un criterio di scientificità per la medicina allopatica. Anzi i moderni allopatici dichiararono guerra aperta contro la Nuova Medicina di Mattei come, peraltro, succedeva contro l'omeopatia classica. C'è da dire che Mattei non era medico e ciò costituiva, indubbiamente, un suo limite non trascurabile. Inoltre, per la scienza moderna, l'elettromiopatia aveva un sentore che sembrava mischiare l'alchimia e la stregoneria.
La stessa Rocchetta si fondava su di un oscuro progetto esoterico. Sembra che nella Stanza delle Visioni, collegata con le energie cosmiche attraverso particolari antenne disposte in maniera non casuale nel castello, Mattei ottenesse le intuizioni e l'Energia Vitale necessaria per la creazione dei suoi farmaci.
Elsa Sapori, moglie del Mercantone, nel 1959 acquistò il castello dall'ultima erede di Mattei, la signora Iris Boriani. Ed io, ancora bambino, conobbi questa signora. Per due volte accompagnai la mia mamma nella sua sontuosa casa in Strada Maggiore 46, già proprietà del Conte Mattei, ove era anche situato il magazzino in cui si confezionavano i medicamenti prodotti nella Rocchetta.
Mi ricordo l'immenso scalone che conduceva all’abitazione e l'altrettanto immenso, alto, ingresso, con un grande tavolo al centro e cassapanche ai muri. Quando si è bambini tutto sembra assai più grande rispetto al reale. Senz’altro ora percepirei quella casa in maniera differente.
Ci venne incontro la cameriera e poi, affabilmente, la signora Boriani, che noi in casa chiamavamo Contessa Fadda oppure la Contessa senza che fosse contessa e tanto meno era conte il marito il noto dottor Giovanni Maria Fadda, medico proctologo e venologo.
Da perfetta padrona di casa, la Contessa ci mostrò la sua dimora, quella sì veramente nobiliare, una fuga senza fine di magnifiche stanze comunicanti l’una con l’altra ed arredate con bellissimi arredi antichi. Ricordo bene che il salotto avrebbe potuto contenere il mio modesto appartamento di Via Galliera!
Alla prima visita la cameriera con grembiule e crestina bianchi mi fece accomodare in una cucina, ovviamente molto ampia, mentre la mia mamma si assentò con la signora Boriani dai modi garbatamente sofisticati.
In cucina un’altra cameriera, assai più giovane, che pettinava sulla lavatrice un gatto d’angora bianco dagli occhi smeraldini.
Quando ritornammo in quella casa da sogno, rimasi invece nel salotto insieme alla mamma ed alla signora Boriani. Io seduto su di un bel divano, loro ad un tavolo alle mie spalle. Per passare il tempo mangiai una bella quantità di cioccolatini che la cameriera più anziana mi porse su di un piatto d’argento quadrato.

(Continua)