Doppia vita

Nel 2007 si tennero a Bologna, alla Fiera, i campionati nazionali di danza Sportiva. Ogni sera, per tutta la durata della manifestazione, i partecipanti alle gare si esibivano in piazza XX settembre, a Porta Galliera. Veri e propri spettacoli regalati alla cittadinanza bolognese.
Alla mamma è sempre piaciuto il ballo ed era stata, peraltro, un’ottima ballerina dal carnet sempre nutrito. Non le parve quindi vero di poter vedere queste esibizioni vicino a casa. Usciva da sola alle venti per prendere un buon posto e poi io verso le ventidue mi recavo a prenderla.
L’ultimo giorno di gara cadeva di sabato, e per l’esibizione serale fu promesso un gran spettacolo, cosicché decisi di andarvi pure io. Si accodò anche il rigattiere Pietro che, fino a pochi mesi fa, vendeva le sue cose in un negozietto proprio sotto il portico della nostra casa. Oltre che acquistare da lui, era diventato anche nostro amico.
Lo spettacolo mantenne le aspettative, fu assai più lungo dei giorni precedenti, organizzato con maggior sfarzo.
Al termine della serata, verso le ventitré e trenta, ci raggiunsero due miei carissimi amici.
E Pietro:
«Non andremo mica a casa ora…Andiamo a bere qualcosa?»
E gli altri, entusiasti, per prima la mamma, nottambula per natura:
«Certamente! Ma dove andiamo?»
«Andiamo al Buddha Bar delle mie amiche in Via Polese»
Preciso che questa strada dista una cinquantina di metri da casa mia.
Dopo una decina di minuti ci troviamo vicini alla meta.
In Via del Porto, però, improvvisamente Pietro allunga il passo per andare a confabulare con la sola persona che sostava in quel momento per strada, accanto alla Chiesa di San Carlo.
Devo fare una precisazione. Via del Porto durante la notte era a quel tempo divisa in settori. Nel primo settore, all’angolo con Via Montebello, stazionavano le prostitute; una di queste adorava il mio bulldog Platone. Il secondo settore, dalla chiesa in poi, invece, era occupato da travestiti e transessuali.
Quella sera il primo settore era deserto. La persona vicino all chiesa, verso cui si diresse Pietro con passo spedito, era un appariscente travestito con parrucca bionda, occhi bistrati all’inverosimile, abito da sera lucidissimo, tacchi alti e borsetta.
Una vecchia conoscenza, difficile non vederlo, per chi passava in Via del Porto ed anche per…mia mamma!
Già. La mamma aveva incontrato questo Roberto nel negozio di Pietro il rigattiere molto spesso ma solamente durante il giorno e, soprattutto, solo in abiti maschili. E in queste vesti, l’ultima cosa che sarebbe potuta venire in mente era che avesse questo tipo di seconda vita. Alto, spalle larghe, lineamenti duri, un poco calvo, voce rauca e gracchiante. Insomma nulla di muliebre.
La mamma aveva una grande simpatia, ricambiata, per Roberto. Avevano anche lo stesso medico di base!
Pietro quindi corse all’orecchio di Roberto per avvertirlo, e questi, vedendo mia mamma urlò:
«Eeeee…la Bruna! Ma che vergogna»
E la mamma, avendolo riconosciuto, si avvicinò a Roberto con passo sicuro e lo prese a braccetto:
«Beh…che cosa c’è? Ora Roberto tu vieni a bere con noi».
Finimmo così la serata in allegria.
Questo episodio rappresenta uno degli innumerevoli motivi per cui adoro mia mamma.

I sogni di Aurora

Appena fatto giorno, Aurora usciva di casa con la nonna per condurre le pecore alla pastura. La bambina non lasciava allora trascorrere una mattina senza aver raccontato all’anziana donna i sogni della notte, cose semplici di piccola montanara.
Sognava di creature del bosco, lepri inseguite da volpi, civette dalle misteriose voci, guizzanti scoiattoli, timidi ricci. Sognava di riempire grandi cesti con i frutti della natura, funghi odorosi, more dolci, fragole saporite, mirtilli succosi e nespole selvatiche. E spesso sognava di mangiare cose buone, quelle da signori, perché durante il giorno spesso pativa la fame. Povera piccina! Ormai aveva a noia le castagne sulla propria tavola: castagnaccio a colazione, zuppa di castagne a pranzo, caldarroste per cena con l’umile companatico di una fetta di ricotta; questa solo perché doveva crescere. I sogni frequentemente rappresentano ciò che non si ha. Aurora allora sognava grandi tavole imbandite con fragranti leccornie colorate dall’aspetto bizzarro, senza averne mai visto qualcuna dal vero.
E sognava pure di volare in un cielo sereno. Spiccava libera da un prato fin oltre dove garrivano le rondini durante le belle giornate d’estate, oltre il crinale visibile dei monti intorno alla sua vecchia casa di pietre. E dopo il primo orizzonte ne vedeva un altro, e poi un altro ancora, fino a raggiungere la città.
Aurora non aveva mai visto nemmeno la città. Dopo aver ascoltato i racconti dei grandi, ne sognava una immaginaria, sfiorando in volo i tetti di palazzi strani.
In un mattino d’estate, la bambina e la nonna sostarono davanti alla Madonnina del Bosco. Deposero come altre volte un mazzetto di margherite ai piedi del pilastrino in mattoni ove dimorava, in una nicchia riparata da uno sportellino di vetro, e lucidarono la statuetta sacra. Inginocchiate, si fecero il segno della croce e, mentre mormorarono all’unisono un’Ave Maria, accesero un lumicino ai piedi del semplice manufatto. Al termine della preghiera, dopo il segno della croce, rivolsero tre baci alla Santissima Vergine e sedettero per rinfrancarsi su di un vecchio ceppo lungo il sentiero.
La nonna Antonietta, dopo aver ascoltato i sogni della piccola Aurora, disse:
«Eh chèra fangéina, cara bambina, i sogni sono doni del Signore».
Antonietta liberò il capo dal fazzoletto annodato sulla nuca, quindi si rassettò la crocchia grigia:
«Abbi sempre rispetto dei sogni come dei tuoi vecchi. Vedrai che i sogni ti saranno d’aiuto», farfugliò con le forcine strette tra le labbra.
Scosse la testa:
«Pochi hanno il talento di cavare insegnamenti per la vita scrutando nella verità che offre la notte».
Da quel giorno, Aurora seguì le parole della nonna e tenne sempre in gran conto i propri sogni.
Finita la Guerra – la bambina si era fatta una bella ragazza – Aurora scese con tutta la famiglia dalla montagna in un paese devastato dai bombardamenti. Abitavano ora una casa costruita da poco dagli Americani. E nel frattempo Aurora aveva imparato a farsi guidare dai sogni.
Appena sveglia, ancora sotto le coperte, prima che le fatiche quotidiane avessero dissipato la vividezza delle immagini notturne, Aurora prendeva a rimuginare sui significati che i suoi sogni nascondevano; con metodo empirico e sistematicità quasi scientifica, cercava quindi di interpretare ogni nuovo sogno servendosene di qualche altro simile il cui senso le si fosse già appieno dispiegato.
Oltre che alla nonna, Aurora confidava ora le sue congetture all’impertinente sorella Alfonsina.
«Pensa un po’ agli affari tuoi», diceva la maggiore con stizza quando la sorella tentava di sciogliere il nodo di un sogno senza averglielo richiesto. La piccola, allora, s’impermalosiva.
Ed Aurora, con toni più pacati, per far pace:
«Non può mica essere che il significato di un sogno vada a genio a tutti. Quello che pare giusto a te può essere sbagliato per me». Parole inutili poiché la piccola si ribellava ad ogni convincimento.
Aurora sposò ancora giovane un uomo assai più grande di lei e dalla provincia se venne in Città.
Divenuta donna e madre, i sogni mutarono. L’impalpabile vita nell’oscurità tanto crebbe d’importanza da interferire con quella vera che si svolgeva sotto la luce del sole.
I sogni persero il carattere di semplici anticipazioni del destino. Seguendo un cammino inverso, diventarono le cause di quanto avrebbero dovuto rivelare. Gli accadimenti, le molteplici fortune dell’esistenza, trovavano cioè origine nei sogni, veri ormai quanto il vero: le visioni affioravano dal fondo della notte e, invadendo l’esistenza di Aurora, ne mutavano la successione degli avvenimenti. I sogni generavano potenti influssi capaci di modificare il destino della giovane donna, come i pianeti attraggono le comete modificando le loro traiettorie nella libertà senza fine dello spazio celeste.
I sogni di Aurora, però, seguendo la tortuosità imposte dalla vita, mutarono ancora.
Per dodici anni, tanto durò il matrimonio, Quirico volle che l’unico lavoro della moglie fosse quello di tener dietro alla famiglia:
«Le donne si guadagnano da vivere lavorando in casa», spesso ripeteva.
Ed avvenne che il destino strappò improvvisamente l’anima al cuore del marito. Aurora, rimasta sola, si sentì inadeguata nell’affrontare la vita poiché intendeva mantenere il figlio Valentino fino alla fine degli studi secondo la volontà di Quirico, oltre che pensare al quotidiano sostentamento della famigliola.
Quirico però, uomo solerte, dopo di sé non abbandonò mai la donna amata.
Trascorsero pochi giorni di vedovanza che il marito cominciò a passare dalle lande dei morti al mondo dei sogni di Aurora: lo spirito dell’uomo diventò quindi una guida prodiga d’avvertimenti, ammonizioni, consigli per la sua vita e su come crescere il figliolo. Ed Aurora eseguendo meticolosamente le indicazioni espresse dal marito durante la notte non si trovò mai in difficoltà.
Nei sogni i due coniugi trovarono anche il luogo per rincontrarsi. Lontana dalla finzione dell’esistenza diurna che induceva Aurora a credere di essere infinitamente lontana dall’uomo amato, il loro matrimonio si prolungava, nelle ore veritiere della notte, con la stessa intensità, emotiva e sensuale, di quando Quirico era in vita. Aurora sapeva di appartenergli sia nell’anima che nel corpo. In ogni istante.
In vecchiaia, quando i ricordi del passato lenivano le difficoltà del presente e discacciavano lo sgomento per il futuro, Aurora pregava a lungo nella solitudine dell’oscurità per rassicurare la mente, prima del sonno. Muovendo impercettibilmente le labbra, sussurrava lievi orazioni per ogni defunto in un latino storpiato dal tempo. S’addormentava allora serena, sognando chi c’era e chi non c’era più, carni ed anime, luci ed ombre, purgatori e paradisi. Alla fine Aurora si convinse che i sogni fossero epifanie dell’aldilà e negli istanti del dormiveglia capì quanto fossero transitorie e false le esperienze diurne. Quello dei sogni era diventato il suo vero mondo.
Notte dopo notte, sentiva il mondo dei sogni avvicinarsi. Sapeva che si sarebbe ricongiunta a Quirico passando attraverso la soglia di un sogno.

La vita è sogno

Da quando la mamma non è più in casa con me, in particolare da quando ho dovuto prendere la difficile decisione di affidarla ad una casa di riposo, tante cose non sono più le stesse. Mi pare di vivere una situazione provvisoria che non mi appartiene. E invece non c’è nulla di provvisorio poiché la mia carissima mamma non potrà essere più com’era fino a pochi mesi fa. Non mi sono rassegnato a ciò che è capitato alla mamma nei mesi passati, ancora meno ho accettato la casa di riposo. Sono inquieto, triste e, soprattutto, penso spesso alla mamma.
Per rifiutare il presente e le vicende appena passate, per non progettare il futuro dormo di più, ma in maniera inquieta. Fatico a prendere sonno, mi sveglio spesso, e poi, verso le cinque del mattino, dal letto della mamma mi trasferisco in quello della mia stanza. Così completo il riposo nel mio letto fino alle nove – nove e trenta del mattino.
La notte passata ho fatto un sogno particolare prima di cambiare il letto. C’è, innanzitutto, da raccontare che talora faccio dei sogni ricorrenti ambientati in zone della città di Bologna inesistenti. Ricorrenti perché quel sogno si ripresenta per notti differenti, quasi mai ravvicinate del tempo. Zone inesistenti, ma attigue a luoghi ben conosciuti: dapprima mi trovo nel luogo reale e poi svolto un angolo o prendo una strada che mi conducono in un altro luogo – una strada, una piazza, un palazzo, un giardino – questo, però, reale solamente nel mio sogno.
Questi luoghi onirici sono così gradevoli che, durante il sogno, provo piacere e felicità per essermi trovato lì. Luoghi così gradevoli che porto con me le belle sensazioni anche dopo essermi risvegliato. Così gradevoli che qualche volta ho pensato di non aver sognato posti inesistenti, ma che fossero luoghi reali.
Normalmente durante questi sogni sono solo, non ho compagni di viaggio.
L’altra notte, invece, era come me una persona adorata: la mia mamma.
Ho sognato che passeggiavamo insieme a braccetto lungo Via d’Azeglio. Siamo passati frequentemente per questa strada. Improvvisamente ci siamo trovati davanti ad un ampio arco, inesistente, l’abbiamo attraversato e ci siamo trovati in una piazzetta chiusa da un bellissimo palazzo barocco sormontato da tre cupole a punta simili a quelle del Cremlino. Tutto inesistente nel vero. L’abbiamo rimirato da cima a fondo, io ho provato felicità ed ho percepito anche la felicità della mamma. Che bello sentire la felicità altrui, specialmente quella di una persona profondamente amata!
Il sonno si è interrotto ma poi, riaddormentandomi, la visione e le piacevoli sensazioni si sono replicati.
Verso le cinque del mattino mi sono alzato per proseguire a dormire nel mio letto, contento d’aver ospitato la mia mamma in un sogno generatore di serenità, in contrasto con le preoccupazioni e la tristezza della vita reale di questi giorni.
Poiché questi sogni sono ricorrenti, spero che la mamma riappaia di nuovo in questi miei luoghi inesistenti, ma che per me sono veri quanto il vero. E così me la sentirei vicina.
Trovo consolazione nelle parole di Sigismondo, protagonista de La vita è sogno, il famoso dramma di Calderón de la Barca:

Cos’è la vita? Un’illusione,
Un’ombra, una finzione,
e il bene maggiore non è che un’inezia:
perché tutta la vita non è altro che un sogno,
e i sogni, non sono altro che sogni.

Gatti e l’assenza

All’inizio della settimana, la mia cara mamma è stata dimessa dall’ospedale covid. Un medico mi ha detto telefonicamente:
«Tre settimane fa davamo sua madre per morta».
Poiché la mamma aveva, ed ha,  contemporaneamente anche un grave problema al cervello, la neurologa per telefono ha esclamato, rispetto al covid:
«E’ successo un miracolo! E guardi che noi abbiamo fatto ben poco. Ha fatto tutto da sola: improvvisamente ha deciso di continuare a vivere».
Dunque la Bruna, vera combattente, ha sconfitto questo malefico virus pur avendo un grave ascesso nel cervello. Due infezioni di natura diversa.
La mamma non ha sconfitto solo il covid ma, inspiegabilmente, le si è ridotto anche l’ascesso che, nel frattempo, aveva raggiunto le dimensioni di una piccola arancia.
Ma non è tutto oro quello che luccica.
Sono rimasti i consistenti danni neurologici ascrivibili all’ascesso a cui si  aggiungono quelli dovuti al covid.
Effettuati ben tre tamponi risultati negativi la mamma è stata trasferita in una clinica, posta ai piedi di San Michele in Bosco, per una robusta riabilitazione intensiva perché la mamma è ora emiplegica, afasica, necessita di essere alimentata in maniera artificiale, vigile ma forse non molto orientata. Chissà quanto migliorerà?
Spero che siano dei maghi. Oppure spero in un secondo miracolo.
I miracoli sono sempre graditi.
Perché ho scritto forse ? Perché non vedo la mamma dal 23 aprile. Il motivo è purtroppo uno solo, sempre lo stesso: il coronavirus. Ho solo racconti e descrizioni dei medici.
L’assenza della mamma da casa dura da più di due mesi a cui occorre aggiungere il tempo del primo ricovero per l’ischemia cerebrale.
E improvvisamente mi sono trovato solo durante un periodo particolare della vita, cioè la fase di accettazione del mio nuovo status di pensionato. Un grande cambiamento non scontato, né semplice.
La mamma ormai stava sempre in casa a parte quando usciva con me. Non poteva più uscire di casa da sola e quindi la portavo, molto volentieri, spesso la costringevo, a fare lunghe passeggiate, la spesa, a teatro e al cinema. Per tenerle la mente viva e vivace, perché invecchiasse bene. Il maggior tempo a mia disposizione l’avrei dedicato anche a lei.
I miei gatti sono stati sempre presenze non trascurabili e costanti. Dove e quando c’era la mamma, c’era almeno uno dei tre gatti, se non tutti e tre insieme.
Lillo, Pucci e la Minnie adoravano la mamma. Così la mamma li adorava. Una vera simbiosi che durava da tredici anni.
La poltrona della mamma, una di quelle elettriche per pensione anziane o disabili, era diventata per i gatti una specie di ambito trofeo. Litigavano per potere sonnecchiare sulla poltrona insieme alla mamma e, soprattutto, quando non era occupata durante la notte o quando si era fuori casa.
Dal 2 marzo, il giorno di ricovero della mamma per l’ ischemia, i gatti sono improvvisamente cambiati: hanno percepito fin dall’inizio il grande cambiamento, l’assenza della ’nostra’ mamma.
Sono svogliati, apatici, disinteressati. Per lo più dormono, e mangiano anche molto meno.
Uno dei tre, Pucci, è la mia sola consolazione notturna poiché dorme insieme a me standomi vicino vicino. Il suo tepore lenisce la mia solitudine.
E soprattutto l’ambita poltrona della mamma rimane ora costantemente, tristemente, vuota.
Nessun gatto l’occupa più.
E non viene occupata nemmeno da me.

Strada che non riporta a casa

In una mattina del mese di dicembre, mia mamma, la Bruna, si alzò molto turbata.
Mi riferì di avere udito nella sua stanza da letto, senza che stesse dormendo, una voce femminile:
«È arrivato il momento che tu ritorni a casa», le disse.
Con preoccupazione, ma aveva già un’idea ben definita, mi chiese:
«Secondo te che cosa significano queste parole?»
Ed io, percependo il suo pensiero, minimizzai:
«Eeeeeh, mamma, tu ogni mattina ne hai una da raccontare, voci strane, sogni, o altro…Queste parole non vogliono dire assolutamente nulla. La tua casa è solo questa. Quello a cui stai pensando non è la tua casa»
Non la convinsi e qualche volta, nei giorni successivi, ritornò sulla voce udita.
Ed avvenne che il 12 dicembre feci una caduta in avanti sbattendo la testa sul selciato, essendomi inciampato contro un marciapiede a Porta Santo Stefano.
Fui molto fortunato perché me la cavai con cinque punti di sutura alla fronte e delle escoriazioni sul naso, sulle nocche e sulle ginocchia. Dovetti chiamare casa poiché, si sa, le cose al Pronto Soccorso vanno per le lunghe. La mamma si spaventò parecchio, nonostante che io l’avessi assicurata – non c’era da preoccuparsi visto che mi avevano assegnato il codice verde. Lei voleva prendere un taxi per raggiungermi e rendersi conto di persona del mio stato; alla fine decise di mandarmi un caro amico perché stesse con me.
Da quel giorno però, probabilmente in conseguenza dello spavento, qualcosa cambiò.
La mamma, da tempo, era diventata un’ipertesa con una pressione sanguigna molto difficoltosa da controllare. Spesso alla mattina aveva appena 90 di massima e qualche volta, specialmente di sera, perfino dopo essersi coricata, la pressione arrivava a oltre 210: una pressione potenzialmente pericolosa che nessun cardiologo è mai riuscito a controllare interamente. Ogni tanto volava a valori molto alti, nonostante il rispetto rigoroso della cura prevista. La mamma aveva la fortuna di accorgersi puntualmente di questi repentini rialzi; allora mi chiamava, le somministravo le medicine, la rassicuravo, e tutto pian piano rientrava nella norma.
Dopo la mia caduta, però, i picchi di pressione elevata, presero a diventare sempre più frequenti. Nel mese di febbraio, quindi, la obbligai a fare un controllo cardiologico assai prima del previsto.
Il cardiologo, avendo sempre rubricato la mamma come grande ansiosa, non diede particolare peso a questi balzi verso l’alto della pressione.
«Non si deve preoccupare, signora, di questi sbalzi pressori. Vede, io sono tifoso del Bologna, e quando fa goal salto in piedi, urlo, mi dimeno; in quel momento avrò la pressione altissima, ma non per questo sono in pericolo di vita. Quello che interessa è la media giornaliera. Lei ha 90 alla mattina e 210 alla sera? La media allora è 150. E poiché lei è sotto ad una specifica terapia, non deve temere nulla perché ha una pressione media giornaliera non pericolosa».
E infatti quattordici giorni dopo, il primo di marzo, la mamma fu colpita da un ictus cerebrale ischemico. Anche agli ansiosi vengono le ischemie cerebrali.
La media del cardiologo è stata, quindi, come la media del pollo di Trilussa: i tubi si rompono quando la pressione s’impenna e sale a 210, mica se la media è sonnolenta a 150!
Alle ore 1.45 del 2 marzo, la mamma mi chiese di accompagnarla in bagno. Dopo un breve tempo buttai un occhio, e la vidi immobile in piedi con la testa reclinata in avanti, aggrappata al lavandino.
Capii e corsi per tenerla stretta; dopo un istante perse i sensi tra le mie braccia. Riuscii a rallentare la caduta e la deposi sul pavimento con dolcezza.
La mamma giaceva a terra ad occhi aperti come se fosse senza vita.
Afferrai il cellulare con la mano sinistra e, mentre rispondevo all’operatore in maniera sconnessa, con la mano destra tentavo un grossolano massaggio cardiaco.
Si risvegliò dopo non so quanto tempo, comunque durato un’eternità, con un’espressione dapprima disorientata e poi ritornò in sé, tanto che con il mio aiuto si rimise in piedi e ritornò a letto.
«Mamma, ora arriverà un’ambulanza, devi andare in ospedale»
Non pareva convinta, non voleva andare via.
«Sei stata molto male, sei svenuta…è necessario che tu vada»
E lei fece spallucce con rassegnazione, per intendere:
«Ah vabbè, se proprio non se può fare a meno, fai tu».
Gli operatori portarono via la mamma senza barella perché le prime due rampe di scale di casa mia sono strette e ripide. Aiutata dagli operatori, ebbe la forza di scendere le scale e salire sull’ambulanza con le proprie gambe.
Durante la degenza la mamma si rimise in maniera accettabile, aveva la mente lucida, qualche debolezza nella prensione con la mano destra, un eloquio un po’ rallentato e strascicato ma perfettamente comprensibile. D’altra parte l’ischemia aveva colpito il lobo fronto-parietale sinistro. Forse l’ischemia era avvenuta qualche giorno prima senza evidenziare sintomi facilmente interpretabili da chi medico non è. La lesione cerebrale fu però infida poiché le lasciò anche il regalo di crisi epilettiche, controllabili farmacologicamente, che turbavano l’ancora bel volto.
A casa, per sette giorni, la mamma condusse una vita accettabile, compatibilmente con il nuovo stato di salute. Per quanto mi riguarda mi riciclai velocemente, e volentieri, in badante. Avrei avuto bisogno di un aiuto, ma ce l’avremmo senz’altro fatta!
Ebbe anche un incontro positivo con il fisioterapista che rimosse il suo timore di salire e scendere i tre gradini interni che separano la sua stanza da letto dal bagno. E per rieducare la destra indebolita prese perfino il filo di cotone e il suo amato uncinetto, intendendo riprendere a produrre i suoi capolavori, esattamente come pochi giorni prima. E si sforzava di camminare il più possibile con il deambulatore ed anche con il bastone a quattro punte. Caparbiamente desiderosa di ritornare alla normalità. Una vera combattente.
L’entusiasmo in previsione di una imminente, buona, ripresa fu turbato la mattina successiva.
Il 20 marzo la mamma si svegliò stranamente in preda alle clonie epilettiche, già conosciute, che si dileguarono con i farmaci, a cui si aggiunse l’incapacità di tenere ferma la mano destra; e poi il linguaggio quella mattina perse nitidezza, ed ancora, la sera, si aggiunse una difficoltà nell’impugnare il cucchiaio.
La mattina successiva le manifestazioni epilettiche, seppur ancora sensibili ai farmaci, riapparvero più nette. Nel pomeriggio la situazione peggiorò tanto che il braccio destro era diventato così debole da non riuscire a tenere dritto il bastone ed anche la gamba destra risultava cedevole. Il linguaggio diventò ancor più confuso, non riuscendo a pronunciare correttamente semplici parole.
Chiamai il pronto soccorso. La mamma fu portata in ospedale con qualche titubanza perché alla dottoressa non pareva una situazione preoccupante eseguendo gli ordini e in assenza di bocca ed occhio storti. Finalmente la dottoressa si decise di portarla in ospedale quando le misurò la pressione, ovviamente molto alta.
Io mi vestii per accompagnarla al pronto soccorso; mi misi quindi una mascherina e i guanti di lattice.
«Ma lei non può mica entrare in pronto soccorso! Verrà informato dall’ospedale telefonicamente»
E mi misi a piangere.
La mamma, allora, mi ordinò con sguardo severo e determinato:
«An zighèr brîsa, sèt? A m arcmànd», mi raccomando non piangere mica!
Nuovamente discese le scale aiutata, ma con ovvie maggiori difficoltà rispetto al ricovero precedente. Fu messa sulla barella e così condotta verso l’ambulanza. Prima di entrare nell’ambulanza, si girò, e con l’indice puntato, mi ripetè:
«An zighèr brîsa!», da vera mamma che pensa più al figlio che a se stessa.
E da quel momento iniziò una specie di corsa verso l’abisso.
Dopo qualche ora ebbi una chiamata dal pronto soccorso per avere chiarimenti sulle circostanze precedenti al ricovero e sulla terapia farmacologica.
Il giorno successivo una dottoressa mi informò della presenza di una masserella al cervello.
Il giorno ancor successivo, lunedì 22 marzo, riuscii a vederla per un’ora nel reparto di medicina interna.
Aveva fatto da poco l’elettroencefalogramma.
Era profondamente assopita.
«Mamma, mamma…sono Marco. Mi riconosci?»
Nulla, nessuna reazione.
La accarezzai, le solleticai le mani.
Nulla.
Ad un certo punto socchiuse per qualche istante l’occhio sinistro senza riconoscermi. E poi di nuovo seguì il profondo torpore.
Le presi la mano sinistra. Mi strinse un dito. Nient’altro.
Andai a parlare con la dottoressa:
«Forse è prematuro, ma vorrei sapere quali sono le condizioni di mia mamma Bruna Sammartino»
«Non è prematuro, abbiamo già le idee molto chiare: sua mamma ha un tumore al cervello molto aggressivo»
Ebbi solo la forza di chiedere:
«È operabile?»
«No»
Scendendo le scale inforcai gli occhiali da sole per nascondere il pianto. In automobile attesi una mezz’ora prima di partire, per calmarmi – in quelle condizioni avrei potuto fare un incidente – per telefonare ai miei pochi parenti ed agli amici più cari.
Arrivato a casa, in pomeriggio, ricevetti un’altra telefonata dall’ospedale: la mamma era stata trasferita in neurologia alla stroke unit, come nel ricovero precedente.
Il 23 marzo venni chiamato dalla neurologa. Corsi all’ospedale.
«Le immagini della risonanza magnetica conducono ad una diagnosi incerta. Potrebbe essere un tumore oppure un ascesso cerebrale»
«È operabile?»
«No. Tra poco parleremo di questo anche con il neurochirurgo».
Questi confermò le parole della neurologa.
«Che sia un tumore o un ascesso cerebrale, sua mamma non è operabile. La situazione è talmente complessa che, vista l’età, non supererebbe l’intervento. L’unica opzione possibile, qualora la massa fosse un ascesso, è la terapia antibiotica»
E la neurologa, con espressione più chiara delle parole, alzando le spalle, concluse:
«Proviamo»
Non una cura certa ma una roulette russa, o la va o la spacca.
Stante la situazione del Covid, la neurologa per una settimana mi vietò di vedere la mamma, avrei potuto avere solo notizie telefoniche durante le quali appresi che era diventata emiplegica  destra, cioè paralizzata per metà, che non parlava più, che non deglutiva e che quindi doveva essere alimentata con sondino, e che i bisogni fisiologici avvenivano con catetere e pannolone.
Un disastro.
Durante una delle mie quotidiane telefonate, la neurologa mi informa che non prevedeva per la mamma un esito favorevole.
Dopo un settimana riescii a vedere la mamma per whatsapp. Mi riconobbe immediatamente e scoppiò in pianto. E pure io.
Ricevetti successivamente una telefonata dalla geriatra che, confermando la gravità della mamma, finalmente, mi concesse un quarto d’ora di visita.
«Può fare bene alla sua mamma».
La situazione era stata descritta telefonicamente in maniera esatta.
La mamma mi riconosceva, e il suo sguardo esprimeva quello che la bocca non poteva dire.
Arrivò ben presto un’altra novità: secondo la geriatra, la mamma, una volta dimessa, avrebbe potuto essere seguita a casa con grande difficoltà, essendo un’ammalata complessa.
Io rifiutai questa prospettiva, risposi che mai avrei messo mia mamma in una casa di riposo.
Secondo la fisiatra, invece, la soluzione domestica sarebbe stata possibile però con l’aiuto di presidi specifici per la movimentazione della mamma, se avessi avuto lo spazio adeguato e con l’ausilio infermieri ed altro personale specializzato. Dunque una soluzione da organizzare per bene.
Soluzione non immediata, poiché la mamma il 3 aprile fu trasferita in un ospedale privato per la lungodegenza, in attesa di una qualche evoluzione della malattia.
Parlai nuovamente con la geriatra:
«Questo mese di lungodegenza ci servirà per capire la natura della malattia della mamma. Ci sono dei movimenti in atto…per questo abbiamo già programmato una nuova risonanza magnetica che farà tra un mese».
Ed io:
«Dottoressa, però, mi parli chiaro, quali sono le prospettive per la mamma?»
«Gli antibiotici, nel cervello, arrivano fino a un certo punto…»
«E quindi quanto ci si può aspettare?»
«Un mese, due mesi, un anno se non contrarrà alcuna infezione»
E così la Bruna fu trasferita nel nuovo ospedale per la lungodegenza. La dottoressa che compilò l’accettazione ebbe subito la premura di dirmi che la mamma era in pericolo di vita. Aggiunse che in quell’ospedale non venivano somministrati i pasti e che i parenti si sarebbero dovuti, in tal maniera, organizzare. Decisi di andare per il pranzo e trovai una signora per la cena. Avevo saputo che alla piccola, veloce, colazione avrebbero potuto provvedere gli inservienti dell’ospedale.
La nuova stanza stava al terzo piano denominato ‘Reparto vegetativi’. Senz’altro il direttore dell’ospedale avrebbe potuto trovare una denominazione migliore.
Nel corso dei giorni aveva ripreso a deglutire per cui era previsto poterla nutrire con una dieta cremosa. La mamma da qualche giorno aveva piena coscienza del suo nuovo stato, cioè la paralisi e l’afasia. Ovviamente era depressa e le somministravano farmaci anche per questo…antidepressivi ma anche, e soprattutto, cortisone, due tipi di antibiotici, antipertensivi, antiaggreganti con iniezioni, compresse tritate in acqua gelificata e fleboclisi.
Con la mano sinistra, capace di muoversi, mi guardò con occhi colmi di infinita, dolcissima, tristezza. Mi prese una mano, poi la cannula della fleboclisi, la ritorse e la strinse per impedire il flusso del liquido.
«No, mamma, che fai? Questa è la medicina!»
Liberai la cannula dalla sicura stretta, ma la mamma ripetè il gesto contro di sé.
Chiamai gli infermieri ed ebbi il dolore di vedere quella mano pienamente vitale legata alla sponda del letto.
Il giorno successivo verso le 19 accadde una strana cosa che difficilmente dimenticherò.
Nella stanza, praticamente, eravamo solo in due, perché l’altra degente era priva di coscienza.
La mamma aveva uno sguardo ben vigile e, pur senza parole, appariva ben in contatto con il mondo esterno, soprattutto con me.
Parlai a lungo della nostra famiglia e lei seguiva attentamente il discorso, approvando con un cenno del capo ogni parola.
Poi, come un lampo, un pensiero:
«E se…»
Tradussi il pensiero in domanda:
«Mamma, in questi giorni hai sognato il babbo? Il babbo ti ha detto qualcosa?»
Trascorse qualche secondo, lei girò il capo da una parte, poi mi fissò e mosse le labbra. E principiò a parlare un linguaggio confuso, strascicato, sfuggente.
Compresi solo poche parole:
«Io voglio che tu che dio…»
E dopo non capii più nulla.
E ripetè continuamente, quasi ossessivamente, quel discorso per quasi tre settimane senza che io riuscissi a comprenderne il senso. Evidentemente aveva in mente un pensiero molto preciso, aveva delle cose da dirmi, forse cose da mamma in sofferenza, forse cose importanti come tutte le parole di una mamma. Si frapponeva tra lei e me un grande ostacolo non aggirabile: quella infida, maledetta quanto inaspettata, lesione cerebrale.
Riuscii ad avere, attraverso la caposala, un colloquio con la dottoressa che seguiva il decorso clinico della mamma.
Arrivò nello studio con lo sguardo scocciato. Posò non garbatamente sulla scrivania la pesante cartella clinica e queste furono le sue prime parole:
«Buongiorno sono la dottoressa P. e le faccio presente che, per sicurezza, non dovremmo trovarci in questa stanza a parlare. D’ora in poi noi comunicheremo solamente per telefono, a quest’ora»
Preciso che io avevo ben due mascherine, guanti di lattine e che eravamo ben distanziati.
«Qualora non fossi reperibile, la richiamerò. E poi tenga presente che, comunque, qualora vi fosse la necessità la chiamerò io». Cioè, in sintesi, il messaggio fu: «Non mi rompa troppo i coglioni».
Dando fondo alla mia esemplare, quanto infinita, pazienza chiesi alla dottoressa P.:
«Dottoressa, quali sono le condizioni di mia madre?»
Con accentuata insofferenza lesse la sintesi della lettera di dimissioni dal precedente ospedale, peraltro già da me ben conosciuta, e commentò:
«Sua madre è una mina vagante».
La permanenza nel nuovo ospedale trascorse con piccoli, millimetrici, miglioramenti. I pasti avvenivano su di una sedia a rotelle, le pulivo il volto e le unghie, le pettinavo i capelli intricati dal gel dell’elettroencefalogramma. E poi mi sedevo accanto a lei, le tenevo le mani, le accarezzavo le mani e il volto perché sapevo che era depressa.
Forse pensava di essere stata abbandonata in quel posto, ed io, ogni giorno, le ripetevo:
«Mamma, tu sei stata molto male. Non ricordi? Questo è un vero ospedale e dovrai essere curata a lungo. Quando sarai guarita tornerai a casa con me».
Ora sapevo di mentire: i medici, primo fra tutti il medico di base, mi avevano ancora sconsigliato di portare a casa la mamma per via della complessità e della severità del suo stato di salute. Per cui mi convinsi, a dir poco con dolore, di inserire la mamma in una struttura con mezzi e persone adeguate di fare fronte alle sue particolari necessità. Una scelta difficile, piena di scrupoli, titubanze e sensi di colpa poiché ritornai sui miei passi. Capii che non era un tradimento, ma che, vista la gravità della malattia, quella soluzione per me e per lei dolorosa, sarebbe stata il suo bene.
Durante gli ultimi giorni di permanenza nella lungodegenza, io osservai dei cambiamenti che non facevano presagire nulla di buono. Un malessere generale, e poi assopimenti repentini, leggere clonie alla mano e al volto, nicchiava continuamente come se stesse provando un dolore.
Telefonai alla dottoressa P. che mi rassicurò:
«I parenti osservano delle cose che i medici spesso non riscontrano. Stamane ho visitato sua madre e mi è parsa stazionaria».
I parenti purtroppo non sono scemi.
Il 23 aprile, prima di uscire per andare all’ospedale ricevo una telefonata della dottoressa P.:
«Da oggi l’ospedale è chiuso a tutti i parenti. Il personale penserà a somministrare i pasti. La informo che questa mattina la mamma aveva la febbre a 37.8»
Io pensai che questo significasse una resistenza agli antibiotici e che l’ascesso cerebrale avesse fatto un’ulteriore breccia.
Dopo qualche ora ricevo una nuova telefonata della dottoressa P.:
«Sua mamma ha un focolaio polmonare. Abbiamo eseguito un tampone per il coronavirus. Le faremo conoscere il risultato»
E il giorno dopo la mamma fu trasferita dalla lungodegenza ad un reparto per ammalati di coronavirus.
Nel nuovo ospedale la prognosi della mamma fu giudicata totalmente sfavorevole, per via di due infezioni molto gravi ed altre comorbosità.
Da tre giorni, invece, ho avuto qualche notizia non negativa sul versante covid, anzi oggi il medico mi ha detto che le è stata diminuita la quantità di ossigeno poiché respira meglio e che è anche più orientata.
La Bruna è una grande combattente e so che farà di tutto per rimanere al mondo. Non vuole lasciarmi solo.
Per quanto mi riguarda, martedì 5 maggio ho terminato la quarantena. Non ho avuto alcun sintomo e spero che continui così.
Questa è la storia dalla Bruna, e conseguente la mia, dall’1 marzo ad oggi.
E’ impossibile prevedere quale sia il futuro della mamma.
Io ho la speranza che  ce la faccia a vincere la battaglia contro il coronavirus e di poterle tenere la mano, di accarezzarla, di riempirla di baci.
L’unica cosa certa è che, se ci assisterà un briciolo di fortuna, la mamma non potrà ritornare nella sua casa con me, con i suoi gatti e le sue cose.

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