Simon Rattle ha inaugurato, il 29 aprile 2026, il Bologna Festival con un concerto, a cui il pubblico ha tributato un giusto successo a dire poco trionfale, che aveva il seguente programma:
Primo tempo
Béla Bartók: Musica per archi, percussioni e celesta
Secondo tempo
Ferruccio Busoni: Sarabande dall’opera Doktor Faust
Johannes Brahms: Sinfonia n.4 in mi minore op.98
Dunque un programma cronologicamente per moto retrogrado: facendo riferimento alle date certe delle prime esecuzioni, la composizione di Bartók prese prima forma sonora nel 1937, l’incompiuta opera lirica di Busoni nel 1925 e, infine, l’ultima sinfonia di Brahms nel 1885. La collocazione finale dell’immortale capolavoro brahmsiano non è stata pensata solo per ottenere la, comprensibile, massima approvazione del pubblico, ma aveva un preciso significato che si è rivelato appieno nella particolare condotta del concerto cioè passando, senza soluzione di continuità, senza alcuna pausa, dal finale della Sarabande al primo movimento della Sinfonia – generando un inaspettato effetto di disorientamento e, almeno in me, una specie di vertigine – ; il significato di questa modalità era che, e con uno sguardo a ritroso ciò appare più chiaro, il padre della modernità in musica, secondo quanto aveva presagito Robert Schumann e ribadito col senno del poi, negli anni ’30 del secolo scorso, Arnold Schönberg, è proprio il musicista amburghese. spesso ritenuto, per contro, il maggior esponente di un accademico tardo romanticismo; Schönberg, definendo Brahms come progressivo, tolse la paternità della modernità a Richard Wagner.
E Simon Rattle ha impostato la sua asciutta lettura della Sinfonia poco concedendo a libertà agogiche – spesso praticate da tanti direttori d’orchestra -, ad arbitrarie smancerie che offuscano il grande arco dell’idea musicale, e puntando costantemente alla chiara percezione del contrappunto; un rigore alla Toscanini, grande brahmsiano, assai drammatico e di grande effetto. Brahms è così apparso nella luce della modernità preconizzata da Schumann e constatata dal codificatore della dodecafonia. Ed è proprio questo l’approccio interpretativo per la musica del Grande Amburghese che preferisco.
Simon Rattle eccelle nel repertorio modernista, come ha dimostrato nell’esecuzione composizioni di Bartók e Busoni; in questo trovo che sia, per capacità e lucidità, sulla linea del grandissimo Pierre Boulez. Le sonorità taglienti, l’ampio spettro dinamico che andava da impalpabili sonorità come un soffio fino al repentino fortissimo ma senza enfasi espressiva, generavano un clima astratto, estraniato, mi hanno fatto più volte pensare, ascoltando la lettura di Rattle, che la Musica per archi, percussioni e celesta sia una composizione ancora assai avanzata, moderna rispetto al proprio tempo, esattamente come le composizioni della Scuola di Vienna. Al termine del primo tempo il pubblico è esploso in un prolungato applauso, chiamando Rattle per cinque volte sul palcoscenico. E ovviamente vi è stato un trionfo interminabile alla fine della Quarta di Brahms cosicché il direttore si è anche commosso diventando paonazzo.
La Chamber Orchestra of Europe ha suonato magnificamente, con parti solistiche veramente eccellenti. E Simon Rattle ha diretto questa orchestra creata da Claudio Abbado proprio nella sala dove il direttore italiano, a Bologna, si è esibito tante volte, e proprio come Simon Rattle è stato il successore di Abbado a capo dei Berliner Philarmoniker.
Come nota di colore, la consueta signora – non so di quanto ultraottantenne, sempre abbigliata in modo poco consono rispetto all’età anagrafica, sempre in prima fila di platea anche per potere scattare con comodità le fotografie con il cellulare per poi pubblicarle su Instagram – ha reclinato la testa sulla poltrona in preda alla sonnolenza. Risvegliata dagli applausi dopo la Musica di Bartók, si è tolta gli stivaletti per meglio sistemarli. E prima e dopo il concerto vi sono stati i vari selfie con Rattle, con qualche orchestrale e con diverse persone che contano presenti in sala.
E quando la vedo, mi ripeto come un mantra: è meglio così che stare in una RSA…

