Tre millantatori all’Opera – Transizioni

«Tutto è politica».

Pure io così dicevo per mettermi in riga con i tempi ed anche per compiacere certi professori.

Verso il 1972 mi iscrissi al PCI, perseguendo una blanda attività politica. Blanda perché passiva. Passiva perché il Centralismo Democratico era ancora in pieno vigore. Vigore che si dimenticava dei giovani. Giovani che non avevano idee allineate.

Io non pensavo da allineato, cioè pensavo da non allineato, sentendomi spesso più vicino al Movimento Studentesco e agli Indiani Metropolitani che non al PCI.

Al primo anno di Università conobbi un polemico romagnolo della riviera, un tipo alto, corpulento. Antonio Di Russo, un mio compagno di Liceo fuori dai cliché, gli diceva in faccia che assomigliava a un porcellino. Il mio collega di facoltà pareva aver poca fretta d’arrivare alla laurea, evidentemente poco assillato da problemi economici. Ogni volta che lo incrociavo mi diceva di lasciare quella politica, il PCI e la sezione universitaria comunista. La SUC.

Nacque tra di noi un’amicizia di strada. Significava che tornavamo insieme dalle lezioni fino in centro. Oppure, lo incontravo per caso alla Libreria Feltrinelli in Piazza Ravegnana. Oppure, saltavamo le nostre lezioni per ascoltare insieme quelle di Umberto Eco al DAMS in Strada Maggiore e di Logica matematica in Piazza di Porta San Donato. Oppure, bighellonando, prima o poi ci si incrociava da qualche parte.

Dal punto di vista politico non ci beccavamo. Lo ritenevo un qualunquista perché evitava accuratamente di schierarsi per qualsiasi ideologia, criticando sia il PCI che il Movimento Studentesco. Guai mai, in quei giorni, non dichiarare la propria appartenenza politica: automaticamente si sarebbe stati qualificati come fascisti o, appunto, qualunquisti. Quasi fossero sinonimi.

Angelo non perdeva mai l’occasione di incitarmi ad allontanarmi dal PCI con un sorrisino irritante stampato sulle labbra.

«Durante le vostre riunioni la ‘Nadiona’ vi interroga per verificare se avete studiato a memoria L’Unità?». Una domanda che Don Camillo avrebbe potuto fare a Peppone Bottazzi. La ’Nadiona’ era la ragazza di un ‘compagno’ della mia facoltà. Tutti iscritti alla SUC.

«Perché butti via il tempo distribuendo i volantini del PCI?»

Arrivava con puntualità la frase:

«Tu non fai politica, sei il galoppino dei compagni e della Nadiona».

E qui mi arrabbiavo.

Ma i tempi non erano ancora maturi per abbandonare la SUC.

Dopo gli scontri studenteschi e i carri armati del 1977 non vidi più questo romagnolo. Seppi che aveva cambiato facoltà e si era iscritto al DAMS.

Passò qualche anno.

All’ora di pranzo del 3 gennaio 1983 telefonò un’amica di mia madre:

«Hai conosciuto all’Università Angelo Fabbri?»

«Certamente. Era un mio compagno di corso» risposi io, «Ma come fa a sapere di lui?»

«Ho letto sul Carlino che l’ultimo dell’anno è stato trovato morto in Val di Zena, dopo San Lazzaro di Savena. Ucciso con undici coltellate e buttato giù per una scarpata».

Sentii i brividi addosso. Mi infilai il cappotto e uscii di furia per comprare il Resto del Carlino.

Vidi la fotografia sul giornale: era proprio quell’Angelo Fabbri conosciuto da me, quell’Angelo che mi innervosiva con le sue scomode verità.

Al DAMS, in quei pochi anni, era diventato il migliore allievo di Umberto Eco. Scusatemi se è poco. Ed io che lo avevo considerato un perdigiorno!

«Tutto è politica».

Negli anni ’70 questa semplice frase, soggetto con predicato nominale, pervadeva come un mantra ogni persona di sinistra. Intellettuali sì, ma impegnati.

Nella testa le mie passioni frullavano in maniera diversa libere da suggestioni politiche e sociologiche come puro piacere.

Ma lo tenevo per me.

Le mie passioni di allora? Sostanzialmente quelle di ora: filosofia, musica, letteratura e arte.

Assecondando l’egocentrismo giovanile, facevo il verso alle opere dei grandi uomini, scrittori, filosofi e musicisti, a mano a mano che ne venivo a conoscenza. Non mi tiravo indietro dinnanzi a nulla e, poiché ero lettore e ascoltatore di musica insaziabile, avevo un bel daffare.

Liquido con indulgenza, e sbrigativamente, quelle cose: ragazzate che costituirono la formazione di un adolescente un po’ fuori dai canoni. Furono i miei ‘anni di formazione’.

Conosciuto Tullio, nel giro di pochi mesi rinnovai la mia vita: feci tante nuove amicizie, modificando al contempo ciò che non mi soddisfaceva, ovvero sparì l’attività politica, da modesto attivista di sinistra mi limitai ad essere cittadino che votava a sinistra, e lasciai perdere i balocchi da intellettuale. Insomma, i due fari esistenziali cresciuti durante il tempo del Liceo.

Così pian piano finirono nel nulla pure alcuni compagni di liceo con cui avevo condiviso i miei anni di formazione. Il primo, Silvio Nocenti, essendo disposto a firmare patti sia con dio che con il diavolo pur di blandire il proprio ego, si dileguò in autonomia perché non avrebbe saputo come utilizzarmi per i suoi scopi, essendo io un ‘piccolo uomo’ di scarsa utilità per perseguire i suoi piani. Nemmeno Antonio Di Russo era rimasto alla mia portata perché il suo senno se ne volò per sempre sulla Luna e non trovò qualcuno che, a cavallo di un ippogrifo, glielo riportasse indietro.

Alla bislacca Corinna Strocchi, la sola tra i miei compagni di liceo che aveva condiviso le mie passioni musicali, una delle persone che mi trascinò nel PCI, permisi invece di avere accesso alla mia ‘rinascita’.

Non è curioso che delle cose da me ritenute sciocche come le «scantarellate» del sabato – come le chiamava Tullio – abbiano contribuito a rivoluzionare la mia vita? Con l’età matura ho capito che le «scantarellate» furono invece un modo gioioso per seguire una passione molto seria, contribuendo a levarmi di dosso la bella e pesante coltre di pedanteria degli anni passati.

Alle «scantarellate» si unirono altri giovani appassionati d’opera lirica. Qualcuno si prendeva perfino la briga di salire su di un treno a Firenze e a Genova per unirsi a cantare insieme con noi!

Per diversi mesi Tullio mi aveva rotto le scatole parlandomi di un tal Rufo che studiava canto con Floriano Mantovani, un comprimario del Teatro Comunale. A detta di Tullio, Rufo possedeva una voce fenomenale. Non solo. Avrebbe potuto cantare l’intero repertorio tenorile, dai ruoli lirico-leggeri fino a quelli drammatici. Da Elvino della Sonnambula fino ad Otello, tanto per intenderci. Con tutto quello che stava in mezzo. Un tenore ‘quattro stagioni’, come gli armadi che contengono gli abiti sia per il caldo che per il freddo. Insomma il tenore che avrebbe fatto quadrare il cerchio in qualsiasi teatro e destinato a una luminosa notorietà.

I due si erano conosciuti al Teatro Comunale durante una fila al botteghino per acquistare i biglietti del Così fan tutte, prima opera in cartellone. Tutti i melomani accorsero perché Fiordiligi aveva la voce e la carne di Lella Cuberli, soprano la cui bravura era sottolineata dagli articoli di Rodolfo Celletti, re tra i critici d’opera. E noi giovani eravamo sudditi di questo dispotico re che, con un articolo, mandava al patibolo i cantanti che, per una ragione o per l’altra, non apprezzava.

Un giorno Tullio mi chiamò sovreccitato: Rufo lo aveva invitato a casa sua e gli aveva cantato l’ Esultate e Che gelida manina. Otello e Boheme!

«Ha una voce enorme, ti fa rifrullare le orecchie. Sembra quella di Franco Corelli!»

Strinsi fortemente la lingua tra i denti:

«Sì, adesso abbiamo anche Franco Corelli…ti piacerebbe. Bella gioia» pensai «anche Evelina secondo te doveva essere una grande cantante degna del Metropolitan…».

Interpretai che Tullio avesse detto quelle parole eccessive con l’intento di farmi rabbia, visto che anch’io ambivo ad essere un tenore ‘quattro stagioni’. Mi infastidiva perfino il nome.

Dicevo tra me:

«E poi che nome è Rufo? Rufo sta per rufus, rosso. Avrà i capelli rossicci come Edmondo. Ma ‘sti genitori, allora, non potevano battezzarlo come Fulvio?»,

Per diverse settimane Tullio continuò a tormentarmi questo Rufo.

«Sai, Rufo ha detto…Rufo ha fatto…»

È facile capire quanto questo Godot mi stesse antipatico.

E arrivò la settimana santa del 1980. Decisi di organizzare per il lunedì dell’Angelo e un pranzo in casa mia con qualche amico dell’allegra brigata lirica, Evelina, Edmondo, Corinna, Tullio, e Teresa, una farmacista mia partner di scantarellate.

La vigilia di Pasqua Tullio mi telefonò e, imprevedibilmente, chiese:

«Cosa ne dici se venisse a mangiare anche Rufo, quello che studia da tenore? Sarebbe una buona occasione per farti sentire da lui, dopodiché potresti andare prendere delle lezioni di canto dal suo maestro».

Tullio in genere mi irritava per la sua invadenza, però quella volta non fu così: si può immaginare quanto fossi curioso di ascoltare questo Rufo! Curioso come una scimmia. Quindi non rilevai più di tanto il giudizio implicito, ovviamente negativo, verso la mia voce.

In pomeriggio, Tullio passò da me per accordarci sul menù del pranzo. E si portò dietro Rufo che, a sua volta, portò con sé un amico, Gabriele, anche lui tenore ed allievo dello stesso maestro. Estesi l’invito anche i due tenori.

Ed accettarono.

Il fattore R(enzi), ovvero il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi

I giocatori d’azzardo amano il rischio. Vogliono vincere ma sanno che possono perdere tutto.

Ve ne sono altri, invece, che giocano non mettendo mai mano alla scarsella. Dicono di giocare per stare in compagnia. Questi giocatori non sono, in generale, un granché e vincono quando incontrano un avversario più scarso o distratto. Se giocano in coppia, si nascondono dietro alla bravura dell’altro.

La Sinistra di Occhetto, d’Alema, Veltroni e Bersani rappresenta questo secondo tipo di giocatore: non ha mai rischiato e, con le proprie forze, non ha mai vinto alcuna partita se non appoggiandosi a qualche partner più forte. A Romano Prodi, un cattolico.

Queste grandi teste di politici hanno dilapidato un grande patrimonio di ideali e di voti.

Bettino Craxi fu il primo politico della Sinistra italiana a commettere il peccato di superbia di scalare Palazzo Chigi.

Craxi era di Sinistra? La risposta è negativa se pensiamo alla Sinistra italiana a prevalenza comunista, sempre vicina ai sindacati, la Sinistra tenuta a bada dal Fattore K.

Con i criteri d oltralpe o d’oltreoceano, invece, Craxi sarebbe stato senz’altro considerato un uomo della Sinistra. Io non sono mai stato craxiano, ma devo riconoscere che il segretario fu uomo di una sinistra non comunista con singolari capacità politiche e personali.

Poi le vicende di Craxi e amici andarono come andarono. Segnarono tristemente un’epoca.

Ma questo è un altro discorso.

Luci e grandi ombre.

E’ un peccato di superbia, un’ambizione luciferina, partecipare alle elezioni con l’effettivo intento di vincerle? Concorrere per vincere, questo deve dire e fare un grande partito politico. Non è sufficiente partecipare alle elezioni con il dalemiano atteggiamento dell’eterno perdente. La spocchia del perdente.

Dopo Craxi, il primo uomo politico appartenente alla Sinistra che si è posto il problema di vincere le elezioni è stato Matteo Renzi.

In un paese normale il partito sfidante deve carpire gli elettori scontenti al governo uscente.

La situazione italiana era anomala: accadde che il centro-destra, durante l’era di Berlusconi, sottraesse voti alla Sinistra, ma non capitava viceversa.

La Sinistra, poi, si impegnò in una sorta di cannibalizzazione interna: la Sinistra più a sinistra pensò che fosse conveniente scippare i voti al PD. Questioni di pseudo-ortodossia, nostalgie per un socialismo reale mai vissuto? Magari!

La Sinistra, invece, si trovò tra i piedi un poeta-predicatore con la zeppola, politicamente inquieto, ex-FGCI, ex-PCI, ex-Rifondazionista.

Le improvvisazioni poetiche di Niki Vendola erano letterine a Babbo Natale, semplici e banali, che apparivano chissache per la ridondanza verbale. L’arte di dire «sì» con duecento parole.

Ecco un esempio della profondità di Vendola:

«Vi dico due parole importanti: “Sinistra” che significa la casa dei diritti, che significa accendere le luci sugli angoli del dolore sociale, che significa parlare degli invisibili, di tanta gente smarrita e perduta! E l’altra parola: “Libertà”! Dobbiamo liberare la libertà. Dobbiamo liberarla: ne han fatto un mercimonio, l’hanno sequestrata in un supermarket, l’hanno messa in una prigione: è la libertà dei potenti di fare ciò che credono e ciò che vogliono, di umiliare la giustizia, di umiliare un popolo! Non è questa la libertà! La libertà è un’altra!»

Nel 2013, chiesi ad una mia collega, un tempo elettrice PCI-PdS-DS-PD, per chi avrebbe votato alle politiche:

«Io voto per Niki Vendola», rispose lei con orgoglio

«Scusa. Perché?», feci io perplesso

«Parla così bene», con tono sognante, rapita dal Majakovskij della Murgia

«Ma capisci quello che dice?»

«No, ma che c’entra»

Essere di Sinistra diventò un lavoro debilitante, un atto di dolore:

«mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi» ed anche Niki Vendola. Amen.

Arrivò il 2012 e vidi l’uomo nuovo del PD all’opera, in carne e ossa, Matteo Renzi, durante il confronto con Bersani, Puppato, Vendola e Tabacci, trasmesso da Sky. L’occasione era quella delle Primarie per individuare lo sfidante di Berlusconi e Grillo alle politiche.

Non solo Renzi fu convincente e con idee chiare ma bucò il teleschermo. Una bomba. Che sforzo, si dirà, visto l’istrionismo degli altri!

Per contrastare Berlusconi e Grillo il Centro-Sinistra finalmente aveva l’uomo giusto, un giocatore abile. E apparteneva al mio partito!

Renzi intendeva vincere a qualunque costo per il bene di tutti. Per sconfiggere Berlusconi e Grillo bisogna giocare come loro: o tutti rispettano le regole oppure bisogna attrezzarsi e regolarsi di conseguenza. C’erano in lizza dei giocatori che avrebbero barato anche giocando a Klondike con il cellulare! Pur se Renzi avesse recitato, mentito o barato, non mi interessava nulla.

Passai una notte con un conflitto interiore:

«Renzi è di Sinistra –  Si quasi sempre – Forse sì  – E’abbastanza di Sinistra – Non è Comunista  – Certo che non è comunista – Non deve essere comunista se vuole andare al governo – Sennò chi lo vota – E chi se ne frega se non è comunista  – Nemmeno d’Alema è comunista –  Se d’ Alema è comunista lo sa solamente lui e pure ci crede – I comunisti non esistono più – Nemmeno la Sinistra esiste più – E da tanto tempo  non esiste più – La compagnia della vecchia sinistra non ha nulla da dire ai giovani – Sa solamente deludere i vecchi – Che diventano sempre di men o- Che votano seguendo le consuetudini  – Rottamare sì rottamare – Renzi parla di giovani di anziani di lavoro di scuola di giustizia di equità fiscale – Questa però è roba da sinistra – Non andrà d’accordo con i sindacati – Con la Camusso – Pazienza – Chi se ne frega I sindacati fanno la voce grossa quando non importa – Anche loro ballano i minuetti con i governi e non sono affidabili – Per vincere Berlusconi e Grillo occorre avere la faccia da culo e Renzi ce l’ha  – Un po’ spaccone – Ha voglia di mettersi in mostra ma questo farà bene a tutti – I discorsi di Renzi saranno anche frasi fatte  ma si capiscomo – Con i suoi slogan pensa di rivolgersi ancora ai boy scout – Dalle strisce dei fumetti alla politica – Meglio dei poemi di Vendola – I poemi di Vendola non li capisce nemmeno lui – Certe volte sono prediche – Bersani parla con proverbi di due righe – E poi è un ingastrito con il mondo insieme al Baffetto – E poi fa i duetti con la Ricciarelli – Ma va là – Berlusconi è il re dell’anacoluto – Dovrebbe fare la trasmissione dei pacchi – Grillo starnazza come un’oca e bisogna bipparlo ogni due minuti-  Ed è un fascista – Renzi sa come portare via i voti a Berlusconi – Non fanno mica schifo questi voti se vanno finire dalla parte giusta – Cioè al PD  – Basta dire che Renzi è un populista – Tutti gli altri lo sono – Piuttosto che vinca le elezioni contro Berlusconi e contro Grillo».

E alla fine dei pensieri conclusi:

«Ma sì alla fine Renzi è il meno peggio

Quindi per ora è il migliore

Voterò Renzi».

Ho considerato il voto a Renzi, fin da subito, un buon voto utile. Sapevo che, se Renzi fosse stato il prescelto per la partita di Palazzo Chigi, e se avesse vinto le elezioni politiche, certamente avrei subito delle delusioni. Chi va al governo si scontra con i problemi reali e, quindi, gli ideali – se ve ne sono stati – e le promesse – quelle ci sono sempre – vanno a farsi friggere.

Passata la buriana, finita l’emergenza democratica, cambiate persone e situazioni, avrei valutato i risultati con distacco, senza costrizioni. Finché dura fa verdura, prendere tempo. Quest’è la nuova etica dopo Berlusconi.

Il risultato delle primarie fu deludente per Renzi. Io pensavo, invece, che avrebbe stravinto.

Gli elettori del PD scelsero l’usato sicuro di Bersani. E il risultato delle politiche, come ben sappiamo, fu che il Centro-Sinistra e il Centro-Destra dovettero dividersi le pietanze sbocconcellate dal Movimento Cinque Stelle.

Il mandato esplorativo per costituire il nuovo governo fu affidato al delfino del PD e durò una settimana. Bersani, riuscì a farsi strapazzare ed umiliare da epifanie del Nulla come i due capigruppo del Movimento Cinque stelle, il perspicace Vito Crimi e la simpaticissima Roberta Lombardi. Questo psicodramma si tenne innanzi ad una squallida webcam sfocata, imposta dai grillini per testimoniare la loro trasparenza e il nuovo modo di fare la politica.

Poco dopo, lo Smacchiatore del Giaguaro dichiarò che il mandato esplorativo ebbe esiti «non risolutivi». Seguirono, infine, le dimissioni da segretario.

Dopo Bersani, Renzi riuscì a farsi intronizzare a Segretario del PD. Il sogno inesprimibile di ogni segretario è quello di avere un partito senza correnti e unito. Renzi non voleva vivere di sogni e neutralizzò, rottamò, i Vecchi Apparati, discendenti del Centralismo Democratico da PCI e della DC. Il Nuovo era rappresentato dai giovani fedeli al Segretario, il Vecchio erano d’Alema, Bindi, Bersani & C.

I Rottamandi ovviamente si coalizzarono contro il Rottamatore.

L’obiettivo di Renzi era quello di avere un Partitone forte, autosufficiente, in grado di governare senza l’ausilio e il ricatto dei cosiddetti partitini. Ci stupisce questo ragionamento? E’ un’eresia illegittima? Lo abbiamo detto e lo diciamo tutti che questo è un problema da risolvere.

Ma Renzi non si limitò a questo, guardava oltre.

Il governo Letta ricordava una bietta sotto un tavolo traballante. Pur essendo un ex-democristiano, ho sempre avuto una buona considerazione per Enrico Letta. Simpatico, un aplomb all’inglese. Come presidente di quel Governo era oggettivamente troppo molle, eccessivamente signore per quella cavea parlamentare e, soprattutto, il suo esecutivo era troppo procrastinatore.

Renzi dapprima confermò la fiducia a Letta:

«Enrico, stai sereno»

Dopo qualche settimana, Renzi fece una mossa spregiudicata che lasciò a bocca aperta tutti, inducendo Letta a dimettersi.

E così Renzi diventò Primo Ministro.

Si attribuisce impropriamente a Machiavelli la formula «il fine giustifica i mezzi». Un errore madornale: è di Matteo Renzi.

Trascurando ogni giudizio morale su questa vicenda senza scrupoli, ritengo che l’attivismo di Renzi sia più consono al ruolo di Capo del Governo che non a quello di Segretario di un partito.

Per qualità caratteriali, Renzi non è una persona che possa unificare le correnti ideologiche che percorrono la Sinistra italiana. Chi rottama non unifica, crea livori.

Non dimettersi da Segretario, diventato Capo del Governo, è stato un errore madornale. Aveva troppo potere tra le sue mani.

In qualità di primo ministro diverse cose mi sono piaciute, altre no. Alcune cose sono appartenute alla Sinistra, altre no. Volendo giudicare il Governo di Renzi, si devono, però, rammentare le varie circostanze che l’hanno preceduto e preparato, in particolare, che esso è nato come soluzione ai problemi creati dall’insuccesso elettorale di Pierluigi Bersani e che, per questo, il governo è stato sostenuto da una strana maggioranza. Si può avere un governo di Centro-Sinistra se nel mosaico c’è il partito di Angelino Alfano che reca il nome Nuovo Centrodestra? Suvvia!

Si sarebbe dovuto ricorrere alla volontà degli elettori, ma questa eventualità non è stata ritenuta praticabile perché si è temuta, e si teme, l’esplosione del Movimento Cinque Stelle e della Lega Nord di Matteo Salvini.

Trasformare il referendum costituzionale in consultazione per trovare consenso nel paese ed esibire il risultato al fine di zittire la potente minoranza all’interno del Partito Democratico, ha costituito il secondo errore madornale di Matteo Renzi. Dalle mie parti si direbbe che questo è «tirare nel pero per prendere nel melo», arte che accomuna i giocatori di biliardo e i grandi strateghi.

Alla fine, il machiavellico Renzi si è stranamente dimostrato solo un ingenuo e cattivo giocatore di flipper. Non riuscendo a ficcare la pallina nel foro, mostrò una strana propensione per la roulette russa: trasformò il referendum costituzionale in un referendum personale smarrendo il significato profondo dell’importante consultazione. Ed estenuando gli elettori.

Ai Rottamati, al Centro-Destra, al Movimento Cinque Stelle, ai Sindacati, a molte Associazioni, tutto questo non parve vero, e pure loro tirarono nel pero per colpire il melo: salvando l’integrità della Costituzione, avrebbero mandato a casa Renzi.

Durante le settimane pre-elettorali parve chiaro che Renzi era più pericoloso dei vecchi comunisti, che condizionava la Democrazia e la Libertà.

Renzi, personaggio pericoloso quanto il Cavalier Benito Mussolini. Il referendum come Ultimo Gran Consiglio. La resa dei conti.

Si delineò il nuovo spauracchio, il Fattore R. Il Fattore Renzi anziché il Fattore Kommunizm.

Molto meglio trattare con Berlusconi…quello almeno è un vecchio che si accontenta di qualche donna a pagamento, della prescrizione di qualche processo, di qualche leggina birbona e riga. Mica fa il padre della patria!

Nonostante il Fattore R, il risultato a favore del Presidente del Consiglio si attestò al quaranta per cento. Ma questa percentuale corrispondeva esattamente ai voti che il PD conquistò in occasione delle elezioni europee con l’apporto dei rottamati! E fu considerato, all’unanimità, un successone. Dovettero ammetterlo, con il mal di denti, pure d’Alema e Bersani.

Il quaranta per cento dei voti, secondo il segretario tutti voti a favore della sua politica e della persona, corrispondeva a un bel partito! Quello era il suo partito.

Renzi mantenne la parola e rassegnò le dimissioni dal Governo ma non mollò il PD: pensava di andare alle elezioni e fare incetta di voti dopo un veloce congresso del Partito.

Ma la minoranza nicchiò. Si sarebbe rischiato di vincere.

Iniziarono giorni di psicodrammi, questioni senza senso per la maggior parte delle persone: se Renzi avesse detto bianco gli altri avrebbero detto nero, se Renzi avesse detto nero allora sarebbe stato bianco.

Il Partito Democratico finalmente era allo sbando.

Un’agonia.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla creazione di un nuovo movimento. Il Partito Democratico si è scisso.

Divide et impera.

Dal caos nasce il nuovo ordine.

Magari senza Renzi.

Così sperano i burattinai del Fattore R.

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