Il quinto concerto del ciclo Gioia-Domenica con Beethoven, il giorno 10 maggio 2026, al Teatro Auditorium Manzoni, prevedeva, oltre alla Quinta Sinfonia del compositore di Bonn, ovvero la sinfonia in assoluto più nota, almeno per il pugno di note dell’incipit – Tatatatàaa…Tatatàaa -, la trascrizione per viola e orchestra a opera di Luciano Berio delle Sonata per clarinetto (o viola) in fa minore op. 120 n. 1, musiche eseguite dall’Orchestra del Teatro Comunale diretta da Aram Khacheh e da Enrico Celestino, per l’occasione solista e prima viola dell’orchestra.
Premetto che a me il suono della viola piace moltissimo e, più marginalmente, apprezzo questo strumento anche dal punto di vista estetico, più del violino.
Luciano Berio, trascrivendo questa tardiva sonata brahmsiana, fece un ottimo lavoro nell’orchestrare, assai vicino ai colori e allo stile del compositore, ma ha tradito l’anima della composizione, essendo essa un intimo dialogo tra clarinetto, o viola, e il pianoforte, due timbri, due sole individualità; l’amore del trascrittore si esprime, così, con un tradimento. Difficile è, quindi, ascoltare questa trascrizione senza un pensiero per l’originale.
L’esecuzione ascoltata al Manzoni non mi è sembrata ottimale per lo scarso peso del suono del solista trasformando così la composizione in una sorta di monologo orchestrale.
Essendo il disco nato primariamente come oggetto commerciale da consumo – oltre che, successivamente, di diffusione culturale – esso è un buon strumento di misura della popolarità di una musica, e la Quinta di Beethoven è stata sempre la prima composizione scelta fin dall’alba della discografia: nel 1909 l’Orchestra di Corte di Berlino con la direzione incise il primo movimento, l’Allegro con brio, e fu anche la prima sinfonia registrata per intero, nel 1913, dalla Deutsche Grammophon con il leggendario Arthur Nikisch a capo dei Berliner Philarmoniker; dopo questi esordi, in più di un secolo sono succedute centinaia di registrazioni. Eseguire la Quinta Sinfonia nell’ambito di un ciclo beethoveniano integrale significa, quindi, dovere corrispondere a grandi aspettative.
L’interpretazione di Aram Khacheh mi è sembrata molto buona per dinamismo e precisione, primariamente tesa a rendere il significato e le novità di questa incomparabile composizione in modo asciutto, senza trascinarla in uno scontato ed eccessivo romanticismo; in qualche momento del solo primo movimento mi è parso che la sezione dei primi e secondi violini non rispondesse completamente al perentorio gesto del direttore per ottenere maggiore impeto e una maggiore sonorità. Negli altri movimenti l’intesa è apparsa sempre eccellente, ottenendo un entusiasmante finale. Il pubblico ha tributato un meritato grande successo.
Aram Khacheh è un altro nuovo direttore che spero di riascoltare in un concerto nella stagione sinfonica con un programma più ampio.
E Martino Ruggero Dondi costituisce un ottimo riferimento per dare una direzione utile non solo nell’ascolto di questo ciclo beethoveniano e della musica classica, ma anche nell’ascolto di ogni musica composta nell’ambito occidentale – regole, formule, modi sono infatti comuni a ogni genere musicale -, quindi per arrivare a un ascolto più consapevole che si dovrebbe unire a quello, consueto e imprescindibile, che suscita piacere. Nozioni semplici, ma chiare ed esatte, come solo un vero musicista può fare. E con tanta simpatia.

