Concerto di Piotr Anderszewski con la Münchener Kammerorchester

Poiché il cervello umano, durante il sonno notturno, sceglie cosa tenere e cosa eliminare, mi affretto a scrivere qualche riflessione sul concerto congiunto del 14 maggio 2026,  nell’ambito del Bologna Festival 2026, presso l’Auditorium Manzoni, del pianista Piotr Anderszewski e della Münchener Kammerorchester, con Florian Donderer quale maestro concertatore, prima che la dormita di questa notte lo consegni all’oblio del mio passato.

Sono state eseguite le seguenti composizioni:

Jessie Montgomery: Strum per archi

Ludwig van Beethoven: Concerto n.1 in do maggiore op.15 per pianoforte e orchestra

Johannes Brahms: Intermezzo in la maggiore op.118 n.2, Intermezzo in si bemolle minore op.117 n.2; Intermezzo mi bemolle minore op.118 n.6

Sergej Prokofev: Sinfonia n.1 in re maggiore op.25 “Classica”,

un programma alla maniera delle antiche Accademie, lontanissime nel tempo, in cui c’era un po’ di tutto, in cui i compositori eseguivano le proprie creazioni per la prima volta. Lontano da questa aetas aurea, questo concerto mi è parso un piccolo fricandò, un salmagundi per dirla all’inglese, con musica per orchestra, una composizione per pianoforte e orchestra, e composizioni per pianoforte solo.

Quando è iniziato Strum, il pezzo di Jesse Montgomery, con dei pizzicati, non vedendo il direttore d’orchestra, ho pensato che fosse una strana maniera per accordare gli strumenti ad arco; poi ho capito che c’era solo il maestro concertatore nella persona del primo violino Florian Donderer. Il brano, per me nuovo, è lontano da forme di scrittura eccessivamente complesse; se non vi fosse la limitazione della piccola orchestra d’archi, sarebbe adatto come piacevole entrée per tanti concerti.

Per l’op. 15 di Beethoven, il pianoforte privato del grande coperchio è stato portato in mezzo all’emiciclo definito dall’orchestra, come avviene quando il pianista è anche direttore. Senza il coperchio, il suono dello strumento di diffondeva senza diretta proiezione verso la platea e, forse anche per la peculiarità acustica della sala, è risultato troppo amalgamato con l’orchestra e la scrittura della parte solistica è apparsa piuttosto confusa. I movimenti estremi sono stati condotti con tempi molto snelli e spigolosa meccanicità, mentre il Largo è stato restituito con una bella cantabilità.

Nella seconda parte Piotr Anderszewski, riportato il pianoforte nella posizione ordinaria e con il coperchio rivolto verso il pubblico, ha fatto tenere il fiato sospeso con una riflessiva e, all’occorrenza, intensa degli Intermezzi di Brahms, distinguendosi per legato e pienezza del suono. Direi che questo è stato il migliore momento del concerto, che è terminato con una troppo precipitosa, acuminata, talora cacofonia futuristica, a mio avviso inadeguata, restituzione della Sinfonia di Prokofev.

Beethoven

La Quinta Sinfonia di Beethoven diretta da Aram Khacheh

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Marco

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