Ieri sera, 10 gennaio 2026, al Teatro Auditorium Manzoni, Ton Koopman, uno dei veterani della filologia in musica ovvero, come oggi è d’uso dire, delle esecuzioni musicali storicamente informate, ha diretto il concerto di inaugurazione della Stagione sinfonica con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, in ordine, nella Serenata notturna N.6 in Re Maggiore KV 239 di Wolfgang Amadeus Mozart, nella Sinfonia N.100 in Sol Maggiore detta Militare di Franz Joseph Haydn e, infine, nella Messa dell’Incoronazione in Do Maggio KV 317 ovviamente sempre del Grande Salisburghese. Il coro è stato istruito da Gea Garatti Ansini.
I solisti vocali della Messa sono stati il soprano Suzanne Jerosme, il mezzosoprano Lara Morger, il tenore Kieran White e il basso Peter Harvey; nella Serenata quattro prime parti dell’orchestra sono stati chiamati a eseguire gli interventi solistici della Serenata mozartiana: i violinisti Paolo Mancini, Fabio Sperandio, il violista Enrico Celestino e il contrabbassista Fabio Quaranta.
Il concerto ha riscosso un grande consenso generale da parte dal pubblico con tanti inchini in proscenio ma si sa che il pubblico, quale entità impersonale e collettiva, esprime un giudizio, un verdetto, spesso divergente da quello dei singoli. E infatti, conversando con amici e conoscenti, qualcuno mi detto che è stato un po’ uguale, grigio, monotono, le musiche però sono state belle. Concordo con tutto questo.
Non amo le esecuzioni musicali filologiche o storicamente informate se filologia e consapevolezza storica prevalgono sull’estro, sulla fantasia, sul graffio interpretativo, ammesso che queste qualità appartengano costituzionalmente all’interprete.
Ieri sera ho udito un’orchestra eccessivamente smunta nel volume sonoro, per lo più monocroma, con archi chiamati a suonare in assenza di vibrato. Questo era un fardello faticoso nei tempi non veloci, in cui le più lunghe note tenute erano quasi lamenti. I movimenti allegri non avevano luce, di volta in volta mancava, lievità, l’eleganza di una danza, divertimento, o tutto questo insieme; quelli lenti, inoltre, erano pervasi da un certo scialbore, quasi costituiti di tante frasi disarticolate, non unite in un’arcata musicale di ampio respiro. Insomma le composizioni in programma emergevano per forza propria senza l’apporto di un interprete che ne valorizzasse l’indiscutibile bellezza.
L’orchestra, quindi, ha sì ben figurato ma in misura minore rispetto, nello stesso repertorio, ad altre occasioni. Il coro è stato, invece, come sempre, cioè con suono bello e compatto: il vero trionfatore della serata. Pure ottime sono state le prime parti dell’orchestra nella Serenata di Mozart.
Dei solisti posso dire che sono riuscito a percepire fisicamente solo la voce non bellissima del soprano. Gli altri erano costantemente inghiottiti da una massa sonora assai meno che smisurata. Ectoplasmi vocali. È stato eseguito come bis l’Ave Verum di Mozart ove i quattro solisti anno cantato tra il coro proprio come coristi.
Ebbene, mi sono annoiato. Haydn…Mozart…Perdonatemi!


Quando è salito sul palcoscenico ha colpito l’ossimoro costituito dall’aspetto di ragazzo di questo tempo con la frangia spettinata in avanti e un violoncello in mano; poteva essere uno di quei ragazzi che, contemporamente fuori dal teatro, a pochi metri di distanza, stavano facendo transumanza con la birra da un bar all’altro, e invece Ettore Pagano eseguiva a memoria un raro pezzo da novanta per complessità e difficoltà come il Concerto-Rapsodia per violoncello e orchestra di Aram Il’ič Chačaturjan. Pagano ha la caratura di virtuoso dal suono pieno e ammaliante, suono uscito peraltro vittorioso sull’abbondante strumentazione del brano, e ne è stato interprete appassionato e istrionico, una specie di Paganini del violoncello. Io avendo il posto al centro della prima fila, sotto il podio direttoriale, ho potuto vedere e ammirare il coinvolgimento, la concentrazione, una specie di immersiva tranche nella musica, che si ritrova solamente negli artisti di rango superiore. Bellissimo il bis, musica contemporanea non conosciuta di rara difficoltà, dai richiami etnici durante il quale Pagano ha anche cantato, raddoppiando il violoncello, una salmodia.
Oltre alle fantasmagorie strumentali del brano di Chačaturjan, Passerini ha seguito l’ouverture Abu Hassan di Carl Maria von Weber e una straordinaria Sinfonia N. 2, Piccola Russia, di Pëtr Il’ič Čajkovskij con grande varietà di colori e intensità espressiva. Il rapporto con l’orchestra è stato molto bello poiché, al termine del concerto, durante gli applausi, Passerini è rimasto in mezzo agli orchestrali, come per dire io sono solo primus inter pares, per dire io senza di loro sono nulla, facendo alzare prima i solisti e poi una sezione per volta, e come un’espressione d’amore per il suo strumento, l’orchestra, li ha abbracciati; solo dopo lunghi applausi e ovazioni è venuto a prendere il meritato successo.



