Daniel Harding dirige Wagner e Mahler all’Auditorium Manzoni

II giorno 8 maggio 2026, all’Auditorium Manzoni, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta dal suo attuale direttore musicale Daniel Harding ha eseguito il concerto con questo programma:

Richard Wagner: Preludio e Trasfigurazione, da Tristan und Isolde

Gustav Mahler: Quarta Sinfonia in Sol Maggiore

nella sinfonia, ha cantato il soprano Christiane Karg.

L’interpretazione delle composizioni proposte non mi sono piaciute, specialmente quella della sinfonia, facendomi rammentare le mie prime fatiche per capire le musiche del direttore-compositore boemo.

Meine Zeit wird kommen ( Il mio tempo verrà) fu la frase di Mahler a proposito della propria arte. E io quando il tempo di Mahler era arrivato, in pieno boom mahleriano, nel 1971 ascoltai, adolescente, per la prima volta, la Quarta Sinfonia, e una sua sinfonia in assoluto, non a teatro ma acquistando un Lp della RCA Victrola, la cui copertina era di un bel rosso vivo, con la Chicago Symphony Orchestra diretta dall’ungherese Fritz Reiner e con il soprano Lisa della Casa. Dunque una lettura blasonatissima di uno dei grandi interpreti del ‘900 che, però, non riuscì a farmi piacere questa musica, sfuggendo essa alle mie categorie di giudizio d’allora: mi parve un fricandò di musica alta e bassa, di temi wagneriani e infantili, o popolari, una strana unione di cielo e terra, che rubricai nella categoria, in quegli anni assai di moda, del Kitsch. L’assimilazione di questa sinfonia costituì per me uno scalino abbastanza faticoso. Era un compositore, però, che indubbiamente esercitava su di me una certa attrazione – non potevo tirarmi indietro, essendo iniziata la moda di Mahler – e, senza perdermi d’animo, acquistai Das Lied von der Erde, eseguito dalla New York Philarmonic diretta da Bruno Walter, con Ernst Häfliger e Nan Merriman quali solisti; affascinato dalla suggestione dei poeti della dinastia T’ang, fu proprio tale sinfonia di lieder ad appassionarmi a questo autore. In un tempo non troppo lungo decisi di costituire la mia integrale delle sinfonie di Mahler con tanti direttori: Walter, Klemperer, Bernstein, Kubelik, Solti, Rozhdestvensky. Però ascoltare, accettare queste musiche – a chi non piace l’Adagietto della Quinta Sinfonia? – era un conto, ma per assimilarlo significò per me lavorare. Lessi su riviste come la preziosa Discoteca Alta Fedeltà quanto questo musicista potesse venire tirato come una coperta per rubricarlo, con una sfumatura negativa, come esponente del tardo romanticismo, della decadenza, oppure, dai sostenitori del modernismo e delle avanguardie, come l’iniziatore della nuova musica, in un’accezione opposta, ovviamente, positiva. E acquistai, per avvicinarmi al compositore boemo non solo dal punto di vista musicale, il bel saggio, pubblicato da Einaudi, un poco costoso per un liceale – Settemila Lire, cioè circa Sessanta Euro -, Gustav Mahler di Ugo Duse, il primo dedicato da un musicologo italiano a questo compositore che propendeva; successivamente uscì il Mahler di Gianfranco Zaccaro – poco più economico rispetto al precedente – e, infine, mi fu assai utile Krisis di Massimo Cacciari, pubblicato da Feltrinelli, saggio per inquadrare l’ambito intellettuale in cui Mahler operava; lessi i ricordi della moglie Alma Schindler e, in epoca più tarda, il corposo, dettagliatissimo saggio di Quirino Principe. Ma nel 1973 fu di grandissimo aiuto, tanto quanto le letture, l’ascolto del ciclo di diciannove puntate dedicato alle sinfonie di Mahler incise su disco, intitolato Il mio tempo verrà, trasmesso dal Terzo Programma radiofonico – l’attuale RadioTre -, curato da Giuseppe Pugliese. Le puntate, partendo dal confronto tra i vari interpreti – a quel tempo era possibile perché all’epoca il giardino della discografia mahleriana non aveva ancora raggiunto il rigoglio della foresta amazzonica – illustrava le peculiarità di ciascuna sinfonia; Pugliese individuò due estremi interpretativi che parallelamente ponevano in essere la bivalenza delle composizioni mahleriane, rappresentate, sul versante tardo romantico, da alcune interpretazioni di Otto Klemperer, e da quelle di Hermann Scherchen, sul versante progressivo Tra questi due estremi c’erano tutti gli altri direttori d’orchestra. Evidentemente Mahler costituì la cerniera tra due epoche, un confine tale per cui era possibile stare solo o al di qua o al di là ma assai difficile rimanere in equilibrio su di esso. Dunque il mio avvicinamento verso la musica di Mahler non è stato dunque per colpo di fulmine. E, comunque, la Quarta Sinfonia è tuttora quella da me meno apprezzata nonostante l’apparente accessibilità, quella che maggiormente accosto alle sinfonie di Dmitri Shostakovich, musicista per il quale non provo sempre una spiccata affinità d’orecchio.

Ho un bellissimo ricordo del mio primo ascolto dal vivo della musica di Mahler: proprio nel 1973, al Teatro Comunale, Pierre Boulez diresse al Quinta Sinfonia a capo dell’Orchestra BBC, emozionante non solo per la presenza di un artista che già apparteneva alla storia della musica ma anche perché ci si sentiva a contatto con il mondo poiché il concerto era trasmesso in diretta in Inghilterra – il palcoscenico era pieno di microfoni per la captazione del suono – . Completava il concerto la Sinfonia Concertante di Mozart con Norbert Brainin e Peter Schidlof, primi violino e viola dello storico Quartetto Amadeus.

L’altra sera, al Manzoni, l’approccio interpretativo di Daniel Harding è ricaduto in un ambito modernista facendo prevalere l’analisi, estremizzando i vari stacchi di tempo, mettendo ben in evidenza ogni idea, ogni episodio; insomma, innanzitutto l’analisi della struttura, a scapito però della naturalezza, della scorrevolezza e del senso del discorso. Questa analiticità frammentante, un poco fine a se stessa, era stata, peraltro, anticipata nell’esecuzione dei brani di Wagner, preziosa apertura di concerto.

Ho percepito questa Quarta Sinfonia secondo l’ interpretazione di Daniel Harding come una veloce successione di belle diapositive non come la narrazione di un film – lontano dal tono dell’umoresca, che il compositore aveva in mente , e dal divertito sguardo, leggero e nostalgico, verso il classicismo viennese, verso Haydn, Mozart verso Schubert, verso i canti popolari, ingenerando un senso di sgradevole disinteresse per quanto stavo ascoltando, volatilizzando il lavoro di assimilazione che ho prima raccontato, riportandomi al senso di rigetto con cui iniziò la mia carriera di mahleriano: mi è parsa una sorta di guazzabuglio ordinato, mi è nuovamente parsa musica kitsch.

Non ho trovato il timbro del soprano Christiane Karg particolarmente attraente e nemmeno il peso vocale era adeguato rispetto alla più limitata, rispetto alle altre sinfonie, dell’orchestrazione; l’interprete è stata genericamente accettabile.

La prova dell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia è stata sì molto buona, a parte qualche debolezza avvertita nel settore dei corni, ma senza essere memorabile. Ottimo senza riserve è stato Andrea Obisio, violino di spalla.

Il pubblico ha tributato un grande successo, applaudendo in maniera esagerata pure l’entrata iniziale dell’orchestra e del primo violino, così quella del soprano prima dell’inizio del terzo movimento della sinfonia.

Beethoven

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