A occhi aperti

I racconti della mamma hanno aggiunto tante cose ai ricordi di quand'ero bambino, così ho compreso appieno quanto il matrimonio dei miei genitori sia stato particolare.
La mamma iniziava ogni aggiunta alle storie lontane con una domanda semplice, generica, come se niente fosse, per lo più durante una passeggiata, oppure mentre eravamo in automobile:
«Ma te l'ho mai detto che il babbo…?».
E man mano che fluiva il racconto, la guardavo senza parole strabuzzando gli occhi per lo stupore, oppure dovevo tenere ben stretto il volante per non sbandare. Dopo aver ascoltato, facevo qualche chiosa su certi aspetti del babbo, uomo difficile, seguita da un'inutile filippica sulla grande differenza d'età che intercorreva tra di loro.
La mamma prendeva male le mie parole verso il babbo e chiudeva in fretta la questione:
«Oooh, insomma… Smettila mo' di mancare di rispetto a tuo padre! Io l'ho amato e se potessi ritornare indietro lo risposerei... E se proprio lo vuoi sapere io ero una bamboccia di vent’anni che non sapeva nulla della vita: tuo padre mi ha fatto diventare donna!». Grandi parole, parole che pesano.
Il matrimonio durò appena dodici anni, ma in pratica mai cessò. Anche dopo il trapasso, la mamma ha sempre ritenuto mio padre come guida imprescindibile. Parlava con lui. Lo incontrava in sogno. E nel tempo, questo strano rapporto nel tempo si è intensificato. Per la mamma il babbo non è mai morto.
L'anno scorso, dopo le dimissioni dall'Ospedale Maggiore la mamma - nel giro di poche settimane fu colpita da un ictus ischemico e da un raro ascesso cerebrale - venne ricoverata in lungodegenza presso un ospedale privato. Era il tre di aprile. Colpiva, in cima all’entrata del reparto in cui fu messa la mamma, un cartello che portava la scarsamente rassicurante dicitura Vegetativi, un eufemismo per evitare di scrivere Anticamera del cimitero.
La mamma era diventata emiplegica alla parte destra e totalmente afasica. Immobile per metà e muta. Con la mano sinistra si strappava i tubi, comunicava solo con sguardi e lacrime. Nonostante il verdetto dei medici, non riuscivo a rendermi conto della gravità perché quando si è nel pieno della tempesta l'unico pensiero è quello di governare il veliero. Non volevo accettare il repentino, disastroso, cambiamento della persona che amo di più. Non mi chiedevo che cosa ci sarebbe stato dopo. E poi ci sarebbe stato un dopo?
La sera successiva al ricovero in lungodegenza, un sabato, dopo avere somministrato la cena, mi trovai praticamente solo con lei, poiché la compagna di stanza era totalmente incosciente.
Abbassai le luci e le domandai:
«Mamma, hai sognato il babbo...? Il babbo ti ha parlato?».
Trascorse un breve istante quindi la mamma mosse la testa prima verso la finestra a destra, poi verso di me mosse le labbra:
«Io voglio che tu che io…», sussurrò malamente con flebile voce rauca. La frase proseguì ma riuscii a comprendere solo queste parole. La mamma però riusciva, in qualche maniera, ancora a parlare! Sapevo che il ricordo del babbo avrebbe generato qualcosa di inaspettato.
Provai un’emozione indescrivibile accentuata dall’atmosfera raccolta e intima. Fu un turbamento di rara intensità, quasi un’esperienza spirituale.
Non avendo capito, chiesi alla mamma di ripetere la frase. E lei così fece, senza che riuscissi a comprendere il senso perché evidenziava un’insormontabile difficoltà nell’articolare chiaramente le parole. Aveva in testa un pensiero ben preciso che non riusciva a dire. Questo disturbo del linguaggio si chiama disartria.
Tenevo come non mai a comprendere il tesoro nascosto dietro a quei suoni non casuali. Potevano essere raccomandazioni materne oppure estreme volontà oppure…
Così iniziai a suggerirle il significato andando un po’ a tentoni e un po’ per logica. Nulla. La mamma denegava con un cenno del capo, si innervosiva oppure si commuoveva. Preso emotivamente da questo rebus, persi la cognizione del tempo cosicché uscii ben oltre la chiusura dell’ospedale e dovetti cercare un infermiere per farmi aprire il cancello.
Nei giorni successivi non demorsi. Seduta in carrozzina nel soggiorno del reparto Vegetativi, dopo il pranzo la rassettavo, rimanevo accanto a lei, le parlavo, le mostravo fotografie del passato, dei gatti, perché non s’infrangesse il tenue ponte con il mondo di fuori… E poi, più volte, per diversi giorni, le chiesi:
«Mamma…so che hai delle cose da dirmi. Ti ricordi? Mi ripeti quello che il babbo ti ha detto?». E obbedendo sempre come una dolcissima bambina, rammentava bene il discorso da farmi:
«Io voglio che tu che io…», parole stentate, sillabe sconosciute, dette piano piano.
Si rendeva conto della frattura che ora ci divideva e per questo ogni tanto piangeva.
Togliendole le parole, il destino è stato veramente cattivo con la mamma, come se a Paganini un accidente avesse distrutto il suo miglior violino. La mamma era una chiacchierona, aveva vissuto sulle parole, con esse mi ha cresciuto e fatto studiare. E dalla sua bocca, terminata l'Università, sono uscite le più belle parole mai udite in vita mia, tutte per me: «Marco, a te piace tanto studiare...se vuoi farò ancora sacrifici perché tu possa prendere un'altra laurea». Mia mamma sapeva sorprendermi. Le sono ancora grato per questo, ma non approfittai dell'opportunità che mi offrì.
Il dodici marzo, sempre dopo aver mangiato, decisi di filmare le risposte per ascoltarle a casa con calma. Non c’erano persone che ci potessero disturbare, solo rumori distanti provenienti dalle camere e dalla sala degli infermieri.
«Mamma, dimmi che ti ha detto il babbo. Hai sognato il babbo?». E avviai l’iPad per riprenderla.
Aveva gli occhi ben vigili, seppure di persona ammalata.
Non mi rispose, dapprima sbuffò, fece no con il capo, socchiuse gli occhi. Accennò ad un sorriso facendo uno strano gesto con la mano sinistra quindi lo sguardo fu attratto da un punto davanti a sé. Strinse appena palpebre, un nuovo no, corrugò le sopracciglia… Poi fissando un punto, incominciò dapprima a parlare come se stesse leggendo delle parole scritte nell’aria davanti a sé.
Si interruppe per un istante.
Riprese senza più leggere parole invisibili, e da quel momento assistetti ad un dialogo intimo, da cui ero totalmente escluso, tra la mamma che aveva perso la parola con un qualcuno fatto di nulla, etereo.
E durante il colloquio rise, s’arrabbiò e pianse…
Quando riguardo questo video mi piace tanto pensare che la mamma abbia fatto a occhi aperti il sogno da lei più amato.

L’ombra della Rocchetta (9)

Un pomeriggio, la Mâta si attaccò al citofono, suonando ossessivamente per la restituzione delle fotografie. Quindi si infilò nell'androne, salì le scale e prese a suonare il campanello del cancello d'entrata. In quel momento mi trovavo ignaro nella palestra di fronte. La mamma, non potendo mettersi in contatto con me, telefonò all'avvocato per avere aiuto. Questi chiese a sua volta l’intervento dei Carabinieri.
La Mâta proseguì a suonare per svariati minuti e poi se ne andò allorché la dirimpettaia, chiamata dalla mamma, si affacciò alla finestra proprio di fronte alla nostra porta.
L'avvocato, accompagnato dalla moglie, lui piccolo e mingherlino sovrastato da lei grande e corpulenta, venne in palestra per avvertirmi che la mamma non si sentiva bene, aggiornandomi sulla nuova bravata della Mâta. Corsi in casa senza nemmeno cambiarmi e, poiché trovai la pressione sanguigna piuttosto alterata, somministrai alla mamma i soliti medicinali con l’aggiunta di qualche goccia di ansiolitico. E così si riprese giusto in tempo per raccontare i fatti appena avvenuti ai Carabinieri, guidata dall'avvocato.
La Mâta non aveva cessato di mandarci l’inquietante pubblicità modificata con pronostici astrologici e mortifere parole. Su una busta ricevuta da poco, contenente un catalogo di vendita per corrispondenza, aveva cancellato destinatario e indirizzo con un pennarello nero. Però, osservando la busta di sghimbescio sotto una luce, tutto poteva essere letto agevolmente. Ebbene, la pubblicità era stata inviata proprio alla Mâta e così scoprimmo che abitava in un edificio comunale dalle parti di Via San Donato. Un dormitorio.
L’avvocato fece allora partire un’altra querela contro la Mâta. Il nostro obiettivo, l'ottenimento della terza condanna non sospendibile, pian piano si avvicinava, salvo la sorpresa, per noi amara, di un eventuale condono giudiziario.
Un sabato mattina verso le nove e trenta, ero in casa, qualcuno suonò il campanello dal portone d'entrata in maniera assai sgarbata. Chiesi innervosito al citofono chi fosse. Come risposta ebbi un'altra suonata. Intuii chi fosse e scesi per averne conferma.
Incontrai un vicino rumeno sulle scale e gli chiesi se avesse visto una donna al citofono. Sì, c'era una donna grassa dalla faccia mongoloide e spiritata, con in mano un bel randello.
Rientrai in casa di corsa e, mentre la Mâta suonava ossessivamente, chiamai la Polizia.
Il rumeno, un cinico impiccione, quindi testimone perfetto, ritornò sotto il portico per godersi lo spettacolo.
La Mâta non pareva avere intenzione d’andarsene. Dopo aver suonato per qualche minuto, ci raccontò il vicino, prendeva a camminare avanti e indietro per il portico come una belva in gabbia, impugnando il randello. Sperava di incontrare la mamma oppure me, presi dall’esasperazione, ed affrontarci in strada. Fortunatamente i poliziotti arrivarono in fretta e, indirizzati dal solerte vicino, fermarono la Mâta. Tenendo un oggetto contundente, un’arma, i poliziotti le intimarono di consegnare il bastone. E questa che fece? S’incamminò per un’imprevedibile strada del destino: la Mâta s’imbizzarrì brandendo per bene il bastone sulle teste dei poliziotti. Fu presto disarmata e la rinchiusero in automobile mentre due di loro salirono in casa nostra per avere dei comprensibili chiarimenti. Raccontammo i fatti di quella mattina e mostrammo tutte le scartoffie giudiziarie accumulate contro la Mâta per dimostrare l’entità delle molestie che avevamo subito per quindici anni. La mamma scoppiò in un pianto disperato. I poliziotti, raccolta la deposizione, ci informarono di quanto era accaduto in strada.
Dopodiché portarono la Mâta in Questura.
«La Fiocchetti è nei guai», disse lapidariamente l’avvocato. «Ho ripetuto più volte all'Ispettore di Polizia che le bastonate non erano destinate ai poliziotti ma ad una signora di sessantasette anni. E se, uno di questi giorni, ho chiesto all'ispettore, la Fiocchetti riuscisse nel proposito di sfondare la testa alla signora, su chi ricadrebbe la responsabilità della mancata prevenzione dell'azione? Ho fornito l'indirizzo che si legge di sbieco da quella lettera intimidatoria; abbiamo visto che effettivamente dorme in una struttura comunale e che la Fiocchetti è già stata seguita dagli assistenti sociali. Ora dovremo pretendere che intervenga anche uno psichiatra».
«La Matta dunque non andrà in galera?», chiese la mamma delusa.
«Per ora no. Le faranno una perizia psichiatrica, si parla di non irrilevanti disturbi mentali... psicosi, schizofrenia, deficienza. Probabilmente otterrà un’infermità di mente per cui verrà seguita sia da medici che da assistenti sociali. Insomma sarà controllata perché non possa più nuocere».
«Quassta, bòja d un giùda, a n péga mâi, riesce sempre a farla franca!», sbottò mia madre piccata, desiderosa di vendetta.
«Per come si sono messe le cose, sarà molto difficile che vada in carcere. Ma, a questo punto, la partita si è trasformata con la comparsa attiva di nuovi soggetti che la devono tenere d’occhio. Qualunque cosa succeda, sapremo ora con chi prendercela».
Per innumerevoli giorni discussi con la mamma che quella soluzione era da considerarsi benedetta: la Mâta era di fatto una matta ed avrebbe continuato a infastidirci chissà per quanto tempo ancora, avremmo dovuto presentare nuove querele, affrontare nuovi processi e sborsare altro denaro e… Fino a quel momento, avevamo speso ben quattordici milioni di lire senza ottenere il nostro vero obiettivo, la tranquillità.
Riscontrammo con piacere che le molestie cessarono ben presto. Ogni tanto trovavamo nella buchetta postale qualche lettera astrologicamente modificata oppure ricevevamo qualche scampanellata dal portone in strani orari, forse qualche burlone ma io, in realtà, pensavo che fosse stato l'indice della Mâta. Inezie.
Fu avvistata nei pressi di Via Frassinago da un testimone nel grande processo. E iniziammo a incontrarla pure noi, al supermercato con la sorella gemella, a guardare nel vuoto seduta sulle panche del Burger King di Via Ugo Bassi. Mai ci riconobbe.
E in una mattina del 2001 ci fu l'ultimo incontro ravvicinato con la Mâta. Mi trovavo a casa in ferie per cui la mamma non si trovò ad affrontare una curiosa situazione.
Il parroco di una chiesa non distante da casa nostra suonò al portone chiedendo di parlare con la mamma per trovare un lavoro alla Mâta.
Risposi di attendere e scesi le scale di corsa. La Mâta era con lui.
Il parroco mi chiese, con mitezza, perché la mamma non intendesse aiutare la donna. Perché non fare una buona azione, un'opera caritatevole, se avesse potuto? Risposi con concetti che non esprimevano cristiana carità ma guerra, eventualmente anche contro di lui. Spiegai per sommi capi la situazione e, con tono alterato, dissi che se non fossero andati via immediatamente avrei chiamato i carabinieri. Per fare capire le mie intenzioni, mostrai per bene il telefono cellulare stretto in mano.
Il parroco allora mi salutò in fretta e furia strattonando la Mâta per portarla via con sé.
Così terminarono le prodezze di Angiolina Fiocchetti, la Mâta.
L'animo della mamma ritrovò definitivamente la serenità.

(Continua)