Tre millantatori all’Opera – Il soprano bolognese (Parte quarta)

Il venerdì successivo, sul tardi, ci saremmo dovuti incontrare per le prove.

Successe, però, che a metà del pomeriggio si levò un potente vento sibilante e gelido a cui seguì una nevicata memorabile come  mai avevo visto. Nel giro di poco tempo tutta la città si trovò bloccata da quaranta centimetri di neve. La mia casa per diverse ore fu rischiarata dalle luci tremola, La neve proseguì per tutta la notte e il giorno successivo.

Telefonai con comodo a Tullio, a metà del mattino, tanto la vita in città era ghiacciata. Tirai un fiato di sollievo: avremmo fatto la rappresentazione dopo ben due settimane.

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Tre millantatori all’Opera – Il soprano bolognese (Parte seconda)

Prima di recarmi da Tullio e, soprattutto, dopo l’ascolto della registrazione dell’aria verdiana – ardua prova per ogni cantatrice – sentii una discreta agitazione. Avrei conosciuto un soprano in carne e ossa condannata a fare una carriera nei grandi teatri!  Temevo che se la sarebbe tirata, di trovarmi davanti una femme fatale, e che l’emozione m’avrebbe fatto un brutto scherzo tanto da sentirmi in imbarazzo sino a diventare inopportuno.

All’occorrenza, pensai, mi sarei tolto da ogni impaccio facendole dei complimenti sperticati.

Le mie ansie anticipate ebbero requie fin dai primi istanti. Più che un fascinoso soprano con le camelie della Valery tra le mani, Evelina pareva perfetta per montare cucine componibili con cacciavite, trapano e seghetto elettrico.

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Tre millantatori all’Opera – Il soprano bolognese (Parte prima)

Lessi di un episodio avvenuto al Caffè Florian di Venezia, non so in quale anno del boom economico. Un giovane direttore d’orchestra che avrebbe fatto una bella carriera incontrò, per caso, un corpulento signore oltre la settantina, dalla chioma bianca un poco scapigliata. In maniera esuberante raccontò di essere non solo un famoso tenore ma anche il rivale di Enrico Caruso al Metropolitan di New York. Disse di aver cantato con Arturo Toscanini.

“Ah, ah, ah! Lei lo conosce?» chiese il direttore d’orchestra al critico musicale che raccontava il fatto su una rivista, non ricordo se questi fosse Rodolfo Celletti o Giorgio Gualerzi.

«Ha detto che il suo nome è Giovanni Martinelli”, continuò mettendo implicitamente in dubbio la veridicità delle parole. Insomma un fanfarone da caffè di lusso.

Il signore «canuto» aveva raccontato, né più né meno, la verità.

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