Tre millantatori all’Opera – Un paltò da tenore (Parte seconda)

Conoscete persone che sanno essere inopportune pure se non presenti fisicamente? Purché abbiano un telefono tra le mani e il gioco è fatto.

Io ne conoscevo bene uno: Tullio.

E in questo primeggiava.

Chiamava, per lo più, mentre pranzavo o cenavo.

Questo era sempre l’inizio della telefonata:

«Disturbo?»

«Ciao…sto pranzando», rispondevo con la bocca piena, accentuando la masticazione.

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Tre millantatori all’Opera – Il soprano bolognese (Parte quarta)

Il venerdì successivo, sul tardi, ci saremmo dovuti incontrare per le prove.

Successe, però, che a metà del pomeriggio si levò un potente vento sibilante e gelido a cui seguì una nevicata memorabile come  mai avevo visto. Nel giro di poco tempo tutta la città si trovò bloccata da quaranta centimetri di neve. La mia casa per diverse ore fu rischiarata dalle luci tremola, La neve proseguì per tutta la notte e il giorno successivo.

Telefonai con comodo a Tullio, a metà del mattino, tanto la vita in città era ghiacciata. Tirai un fiato di sollievo: avremmo fatto la rappresentazione dopo ben due settimane.

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Tre millantatori all’Opera – Il soprano bolognese (Parte terza)

Tullio cercò insieme ad Evelina il nécessaire per cantare l’aria successiva. Apparve con un vecchio borsello a tracolla da cui spuntava una fiaschetta. Prese il cofanetto dell’Elisir d’amore dalla libreria ed avviò il disco all’inizio di «Udite, o rustici», brano che ben assecondò l’attitudine di Tullio a dimenarsi e sbracciarsi, come spesso accade quando si esibiscono i guitti dilettanti.

L’altra confessò d’avere una propensione non solo per i ruoli drammatici, ma anche per quelli dove il soprano uccide, sottomette con le cattive o prende a sberle, qualche maschio. Questa inconsueta scelta di ruoli metteva, ovviamente, Tosca al primo posto nelle sue preferenze, poi seguiva il Don Pasquale, la Rita e La Serva padrona. Cantò «Vissi d’arte» con Maria Callas in sottofondo.

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Tre millantatori all’Opera – Il soprano bolognese (Parte prima)

Lessi di un episodio avvenuto al Caffè Florian di Venezia, non so in quale anno del boom economico. Un giovane direttore d’orchestra che avrebbe fatto una bella carriera incontrò, per caso, un corpulento signore oltre la settantina, dalla chioma bianca un poco scapigliata. In maniera esuberante raccontò di essere non solo un famoso tenore ma anche il rivale di Enrico Caruso al Metropolitan di New York. Disse di aver cantato con Arturo Toscanini.

“Ah, ah, ah! Lei lo conosce?» chiese il direttore d’orchestra al critico musicale che raccontava il fatto su una rivista, non ricordo se questi fosse Rodolfo Celletti o Giorgio Gualerzi.

«Ha detto che il suo nome è Giovanni Martinelli”, continuò mettendo implicitamente in dubbio la veridicità delle parole. Insomma un fanfarone da caffè di lusso.

Il signore «canuto» aveva raccontato, né più né meno, la verità.

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