Ho avuto la fortuna di ascoltare questo giovane pianista moscovita tre volte al Manzoni, qui a Bologna, e poi al Teatro Malibran di Venezia.
Ricordo perfettamente la prima volta nel 2019. In questa serata il maestro Roberto Abbado dirigeva l’Orchestra Filarmonica del Teatro Comunale in un bel programma con sole musiche russe, il preludio all’Atto I della Khovacina di Modest Mussorgsky, il Primo Concerto per pianoforte e orchestra di Piotr Illich Ciaikovski e infine i Quadri di un’esposizione di Mussorgsky trascritti per orchestra da Maurice Ravel. Acquistai due biglietti in platea per me e mia mamma attirato, ovviamente, dalle musiche e incuriosito dalla presenza di questo Alexandr Malofeev, ex bambino prodigio. Incuriosito ma anche prevenuto e diffidente, avendo il pensiero che fosse il consueto prodotto musicale da vendere a un pubblico di bocca buona e disposto a commuoversi per un moccioso.
Al quinto o sesto accordo del primo movimento del Concerto ciaikovskiano, mia mamma mi sgomitò, mi girai, e la vidi strabuzzare gli occhi stupiti contemporaneamente stringendo le dita della mano, come per dire ‘oh ma questo chi è’. Dal pianoforte suonato da quel biondissimo ragazzo proveniva un suono che ricordava quello delle campane, rotondo, potente, un suono bellissimo, un suono che, unitasi l’orchestra, rivaleggiava, trionfando, su di essa. Dimostrò di avere delle dita benedette, ovvero di possedere una tecnica sopraffina, capace di risolvere i passi più ostici facilmente. E l’interpretazione era inspiegabilmente profonda, cioè non solo virtuosistica ma anche proveniente dall’anima. Tutto era inspiegabile per un artista così giovane. Insomma quello che avevo letto di Malofeev era vero. E fu così che diventai un suo fan. Le altre volte volte lo ascoltai in recital solistici, in aggiunta a tutto ciò che Internet riesce a offrire.
Potrei liquidare il concerto del 12 gennaio brevemente: musiche rare, eseguite con sapienza alternando a momenti di grande intimità a magnifiche esplosioni di suono. Mi dilungherò, invece, partendo dal programma della serata:
Prima parte
Sibelius, Gli alberi op. 75
Grieg, Holberg Suite op. 40
Rautavaara, Sonata n. 2 op. 64 – Sermone del Fuoco
Seconda parte
Prokof’ev, Sonata n. 2 in re minore op. 14
Skrjabin, Valse op. 38
Stravinskij, Sinfonie di strumenti a fiato (arr. di A. Lourié)
Lourié, Cinq Préludes fragiles op. 1.
Il programma, pur nella varietà delle composizioni ha posseduto una sorta di macrocostruzione emotivo-logica, suggerita da Malofeev con l’esecuzione quasi senza soluzione di continuità dei brani più riflessivi (Sibelius e Grieg), nel primo tempo, per concludere, dopo gli applausi, con il climax della Sonata di Rautavaara. Nel secondo tempo, la progressione è stata inversa: grande intensità, climax, nella Sonata di Prokofiev, poi gli applausi e infine una successione di atmosfere sempre più rarefatte. Il concerto è iniziato nel quasi silenzio di strepitosi pianissimo provenienti da chissà dove ed è terminato con dei pianissimo quasi impercettibili che sembravano portare a un chissà dove, o a farlo scorgere; in mezzo, tanto suono, il reale. Forse una metafora sulla vita?
I pianissimo impercettibili di Malofeev hanno una pienezza timbrica quanto i forti con non so quanti f; il suono non è mai percussivo, tanto che anche il Prokofiev d’avanguardia diventa un classico. La bellezza del timbro e la varietà di colori sono caratteristiche immediate di questo pianista che, senz’altro colpiscono anzi impressionano.
Il concerto ha, però, avuto anche dei limiti, insiti proprio nel programma. Poche cose. Ogni raccolta di musiche era composta di tanti piccoli brani, sotto ogni raccolta di queste musiche vi è un climax con una sua preparazione e una sua risoluzione; ma tutto questo si trova nella maggior parte dei brani che compongono ciascuna raccolta. Questo gioco di preparazione-climax-risoluzione a diversi livelli, quello dell’ impianto del concerto, poi nella raccolta di brani e, infine, in ciascun brano, più o meno come avviene in un frattale, alla fine è ripetitiva; l’ascoltatore è ammirato ma non stupito perché prevede ciò che avverrà. E anche l’esecuzione diventa un poco di maniera perché si ripetono una grande dilatazione dei tempi e un ricorrente uso di magnifici pianissimo quasi anticipazioni del silenzio.
Grande successo, meritatissimo, di pubblico.
È un pianista ancora giovane e cambierà, ma spero che non maturi perché la maturità è un limite.
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