I Puritani dal Teatro Metropolitan di New York-Trasmissione radiofonica del 10 gennaio 2026

L’opera I Puritani  mi colpì fin da bambino senza averla mai ascoltata: fu una fotografia di Elvira e Giorgio insieme a richiamare il mio interesse, ma non ricordo chi fossero quei cantanti. Suggestioni infantili senza alcuna spiegazione. Dopo avere ascoltato l’opera per radio, avvenne che, nel 1975, acquistai, svenandomi per il costo, l’edizione incisa dalla Decca,  che ancora mi pare difficilmente uguagliabile, con Luciano Pavarotti, Joan Sutherland, Piero Cappuccilli e Nicolai Ghiaurov, diretta da Richard Bonynge,  eccellente per tutti gli interpreti. Opera magnifica per le melodie belliniane infinite, sostenute da un’efficace orchestrazione, più ricca rispetto alle opere precedenti, che richiama alla mente il clima dei grandi romanzi storici contemporanei, richiede ai cantanti capacità particolari, principalmente al tenore, per l’esplicita necessità di  possedere un registro acuto assai esteso e facile, e poi al soprano, più o meno per gli stessi motivi. Si entra a teatro sperando di ascoltare, quindi, una coppia di fuoriclasse oppure che riesca almeno ad avvicinarsi  timidamente alla coppia favolosa Pavarotti-Sutherland.

Ho appreso che, al Metropolitan Opera House, considerando che è un teatro azienda-catena di montaggio, quest’opera è stata rappresentata non frequentemente (non che sia nemmeno Italia tra le opere belliniane più eseguite), solo una novantina di repliche e quindi questo non può non destare qualche interesse.

La direzione di Marco Armiliato mi è sembrata quasi sempre eccessivamente energica, fragorosa,  poco disposta a esprimere il lirismo delle melodie e il generale clima romantico dell’opera.

Tra i non protagonisti vale la pena di nominare solo Eve Gigliotti, mezzosoprano come Enrichetta di bel timbro; gli altri possedevano voci un poco fastidiose.

Direi  che il baritono Artur Runcinski in primis e poi il basso Christian van Horn, rispettivamente Riccardo e Gualtiero, siano stati i migliori della compagnia. Il baritono polacco ha una voce bellissima da vero baritono, assai estesa e squillante, tutto sorretto da una tecnica esemplare e una dizione impeccabile. Nella sua corda, Rucinski  è attualmente uno dei migliori. Per il basso americano posso replicare le precedenti considerazioni, seppur dotato di minore  squillo e di una dizione italiana meno sciolta.

Il tenore Lawrence Brownlee trova in Arturo un ruolo  al di sopra delle sue possibilità vocali poichè, pur con un timbro discreto, non mi pare che abbia l’ampiezza e le risonanze necessarie. Si avvertono pertanto momenti di fatica. Possiede alcuni dei fondamentali requisiti tecnici, cantando generalmente con una buona linea, ma, purtroppo, assai spesso il suono è fastidiosamente nasale, e per il mio gusto questo è un grande limite. Come interprete è zelante, ma  limitato dalla scarsa espansione della voce; e nemmeno la scalata alla vetta del Fa sopra il rigo si è coperta di gloria.

Lisette Oropesa, Elvira, è stata l’altro anello debole della compagnia. Il timbro è quello di un soprano che quaranta anni fa avrebbe cantato in un coro o, come migliore ipotesi, in seconde parti. Voce querula, caratterizzata da un vibrato fastidioso, non si copre di gloria nell’emissione degli acuti, spesso forzati o sfilacciati e oscillanti; le note gravi, di petto, sono sgradevoli perchè male impostate. Nemmeno le agilità sono un granchè. E, per ultimo, ha nella sua tavolozza espressiva un solo colore, quello di un canto dolente e remissivo con dizione sciatta, molle. Se qualcuno non l’avesse capito, è una cantante che, da sempre, non mi piace.

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