Il fattore K e la parabola delle mutande (Parte ottava)

Il terzo millennio iniziò male e proseguì peggio.

I Democratici di Sinistra, ovvero il PdS brillantemente riciclato da quella gran testa della politica di Massimo d’Alema, furono ridimensionati dai favori degli elettori, dimostrandosi di essere un partito in grado di perdere anche se avessero avuto in mano asso, tre e re.

Il Paese probabilmente, seguendo una strana cupio dissolvi, doveva essere governato dall’ex Cavaliere e dal suo amico ritrovato, il Senatúr.

E la Sinistra assisteva impotente. Con le proprie politiche e le strategie auto-lesionistiche, con le scelte degli uomini sbagliati, la Sinistra si mise di buzzo buono per rendere più facile la conquista del Governo alla Casa delle Libertà e della Lega Nord. I DS e Rifondazione Comunista ebbero la grave responsabilità di aver spalancato le porte e consegnato le chiavi dello Stato Italiano a questi parvenu di Centro-Destra, anzi Destra-Centro. Per tutto questo tempo la Sinistra non è pressoché esistita, se si esclude l’intermezzo del governo Prodi II.

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Il fattore K e il Curato da Bologna (Parte settima)

La Lega Nord si assunse la benemerita responsabilità di togliere la fiducia al Berlusconi I. Gliene fummo tutti grati. Al Senatùr sembrò  improvvisamente che il suo datore di lavoro non avesse più un gran aplomb morale. In vita mia, ho battuto le mani a Bossi una volta sola. Questa.

«Mai più con Bossi!», giurava e spergiurava uno.

«Mai più con Berlusconi!», spergiurava e giurava l’altro.

Seguirono cinque anni di litigi fitti tra i due e poi, nel 2001 – la politica è un dedalo di contraddizioni e mangiamenti di parola – l’ex Cavaliere ri-assunse il Senatùr nel suo progetto di partito-impresa. Di nuovo insieme, come i ladri di Pisa.

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Il fattore K e l’importanza di un nemico (Parte terza)

Si succedettero quattro governi berlusconiani, nel 1994, 2001, 2005 e nel 2008. Anni interminabili, in tutto 3340 giorni. O meglio, 3340 notti. La lunga fortuna politica di Berlusconi si interruppe due volte per merito di Romano Prodi, il Professore, alias Mortadella.

«L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà». Così esordì, nel 1994, l’ipocrita propaganda nazional-popolare del Grande Venditore. Melassa elettorale, roba da coma diabetico con perdita di coscienza collettiva.

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